Sunday, January 31, 2010

Friday, January 22, 2010

Enter, Sandman

Il tragitto dall'area Lavoro all'area Shinseikai è corto e denso, immerso in pensieri in bilico tra decompressione e persistenza. In quei pochi minuti rivedo la lezione precedente come se fosse di anni fa, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido, e immagino di vedere la lezione come sarà, come vorrei che sia, come potrebbe essere tra qualche anno, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido.
Le luci altalenanti e insensate del parcheggio nascondono e poi mostrano la ressa di scatole metalliche su ruote che si sfidano per una singola posizione, una sfida alle leggi della balistica che è costantemente ed inesorabilmente rinnovata, senza che io possa far nulla.
La pazienza vince, qualcuno se va, qualcuno arriva, qualcuno continua ad aspettare. Trovo il mio posto.
Esito, prima di uscire ed avviarmi verso il luogo che ancora continua ad essere l'oggetto dei desideri inespressi. Ripenso alla giornata lavorativa trascorsa, e soprattutto rivedo i volti delle persone che amo, legate a suoni, impressioni, ricordi, rimpianti, speranze, dubbi, vita. Sono in anticipo. Continuo ad essere in anticipo. Non mi causa fastidio, spero non causi fastidio ad altri. La borsa mi accompagna dall'automobile all'entrata del Dojo, e nel cammino intravedo un tratto di palestra, già animata, come la copertina di un libro che non riesco a decifrare.
Entro.
L'odore è acre, di fatica, dedizione, movimento, sudore, ripetizione.
Le luci sono ferme. Fredde. Il neon veste di freddo qualsiasi colore, appiattisce la prospettiva, ti comunica che tra poco sarà il tuo turno, esalta la solidità del ring e di chi si avvicina all'anello di combattimento come gli uomini-scimmia di 2001, con paura, curiosità e nuove scoperte.
Entro nello spogliatoio, cerco il mio posto, non trovandolo, e ricordo che la pazienza vince sempre. Gli agonisti che saluto scivolano via veloci, pronti per iniziare, e l'anticipo già accumulato mi consente la vestizione al ritmo di pensieri più scanditi. Trovo il mio posto, prendo il karategi, guardo il simbolo Shinseikai e - come ogni volta - mi interrogo sulla possibilità di indossarlo con profitto e onore.
Mentre giro la mia obi l'unisono degli atleti che eseguono movimenti ed esercizi rende il Dojo sincrono, spingendo lontano il caos e l'inutile rumore della modernità che attanaglia le mura del Dojo.
I partecipanti al secondo turno iniziano ad arrivare, ed a rubare con gli occhi le movenze degli agonisti, le loro lotte, le loro passioni. La soglia dell'attenzione cresce, il tempo inizia a scorrere più veloce. Lo spazio antistante al luogo dell'allenamento si colora di lampi bianchi, una coreografia di gambe, braccia e movimenti. Il saluto al Sensei e ai colleghi marca la fine della sessione degli agonisti, e l'inizio della mia.
L'uomo della sabbia, il sandman dei racconti nordici, distribuisce la polvere magica che fa addormentare il bambino, e, nel mio caso, fa risvegliare l'uomo.
L'allenamento ha inizio. Enter, sandman.

Friday, January 15, 2010

Opportunità di crescita

Quando qualcuno ti provoca in molteplici, subdole, velate maniere.
Quando qualcuno ti provoca apertamente, davanti a tutti, alzando la voce.

Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e sai di non avere la ruota di scorta.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e avevi chiesto la ruota di scorta, ma mai ottenuta.

Quando scopri un parcheggio lontanissimo, ma non era un parcheggio, era una Smart.
Quando una Smart ti frega il parcheggio, che era giusto per la tua macchina.

Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai visibilmente sbagliato.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai sbagliato, e pensavi di averlo fatto di nascosto.

Quando hai già indossato il Karategi, e hai scordato fasce, conchiglia ed il cambio.
Quando hai già indossato il Karategi, ma era il Karategi di un altro.

Quando pensi di essere in forma, e finisci per terra.
Quando pensi di essere a terra, e finisci per rimanerci.

Quando ti fanno una domanda che non sai, e dici una corbelleria.
Quando ti fanno una domanda che sai, e dici una corbelleria.

Quando scrivi su Facebook qualcosa di sbagliato, che cancelli subito.
Quando ti accorgi che il mondo reale non è Facebook, e che gli errori non si cancellano.

Quando esegui correttamente un Kihon, dopo averne sbagliati dieci.
Quando sbagli un Kihon, dopo averne sbagliati nove.

Quando è venerdì sera, e sei stanco.
Quando è venerdì sera, ma sabato mattina ci si allena...

Ricorda: bisogna stare calmi.

Thursday, January 14, 2010

Shinseikai III



Ti muovi in avanti
verso il respiro
verso il tuo specchio
mentre dai tutto


ché il cuore martella
e la mente, pian piano
sopisce il tuo peso
riprende il controllo


di quello che è intorno
e di nuovo comincia
il cammino in salita
di sassi appuntiti


il corpo ti implora
che devi star saldo
e morbido, insieme
leggero e silente


...


E vedi più lontani
i lividi della vita
che fuori dal Dojo
hai appena lasciato.





Friday, January 8, 2010

I suoni del Dojo




Il Dojo non è solo il luogo dove si ricerca la via. E' un luogo dove occhi ed orecchie devono essere sempre aperti e la bocca quasi sempre chiusa, il che fa del Dojo un posto magico (trovatemi un posto dove si parla poco e si impara molto e io sarò lì, in fila all'entrata, aspettando l'apertura) e quasi fuori dal tempo.
Occhi per rubare il possibile (nei confini della legalità) attraverso gli sguardi, le impressioni, le valutazioni visive. Orecchie per ascoltare le indicazioni ed i comandi, e le spiegazioni a corredo delle tecniche da utilizzare.
Dopo qualche decina di lezioni, le orecchie dei bipedi che frequentano il corso Shinseikai vengono addestrate non solo alle funzioni canoniche riportate sopra, classificabili come funzioni ricettive (che agevolano la traduzione da stimolo a esecuzione), ma a caratteristiche più sofisticate e divertenti che vengono preparate spiando gli allenamenti degli agonisti: le cosiddette funzioni distintive.

Le funzioni ricettive servono per imparare ed evolvere, quelle distintive per imparare e sopravvivere. La caratteristica tipica della funzione distintiva è, appunto, distinguere un suono dall'altro.

Alcune applicazioni delle funzioni distintive sono ludiche. Ad esempio, l'enumerazione in giapponese delle ripetizione degli esercizi fisici o delle tecniche, assegnate dal Sensei a suo piacimento, è il primo tipo di esercizio che un qualsiasi primate biancocinturato (io) inizia ad eseguire durante l'attesa del proprio turno. Con un minimo di tecnica e di attenzione, è possibile identificare l'assegnatario di ogni ciclo di ripetizioni, come segue:

- Mattia (pronuncia dei numeri lunga, frequenza media, intonazione della Capitale)
- Francesco (pronuncia dei numeri corta, frequenza medio-alta, intonazione sostenuta)
- Pierluigi (pronuncia dei numeri media, frequenza medio-alta, intonazione distinguibile)
- Tullio (pronuncia dei numeri corta, frequenza altissima, intonazione molto sostenuta)
- MIchael (pronuncia dei numeri regolare, frequenza medio-alta, intonazione di classe)

e così via. Tremo al pensiero che un giorno, alle deità piacendo, dovrò anch'io simultaneamente eseguire e pronunziare, con il rischio di emettere vocalizzi da tacchino svizzero raffreddato.

Altre applicazioni, invece, sono (come dicevamo) a carattere di sopravvivenza: riconoscere un suono di un Mawashi Geri Gedan tirato da (uno a caso) Pierluigi ad un sacco, mentre sei voltato, potrebbe significare - in un kumite - la differenza tra tornare a casa con le tue gambe o accompagnato da strani signori vestiti di bianco. Perché? Perché intuendo la distruttività associata al suono farai di tutto per pararlo o evitarlo.
Riconoscere, oltre alla tecnica, anche chi la sta eseguendo in quell'istante, costituisce la base delle tecniche di auto-conservazione che un giorno potrebbero essere utili.

Talvolta, in compagnia del buon Arduino, ci divertiamo a gareggiare indovinando tecniche e esecutori, non senza sorrisetti nervosi e pietà per i poveri sacchi, oggetto di tanta immane energia cinetica.

Esempio tipico di conversazione Gabba - Arduino, ore 20.10, Dojo.

SBAAAAAAAM - "Questo è Pierluigi, Mawashi Geri Gedan" (Nota del Redattore: ai fini del punteggio, Pierluigi non vale: lo riconoscono anche i condomini dei palazzi viciniori)
SBAM SBAAM SBAAM SBAAM - "Mawashi Geri Chudan, questo è Mattia che sta affinando la mira, inizia piano e poi aumenta"
SBAAAM - "Mawashi Geri Jodan, e questo è Tullio, ma non l'ha tirato totalmente"
SBAAAAAAM - "Mawashi Geri Jodan, sempre Tullio, ma adesso c'è andato giù pesante"

Deh, studente che frequenti regolarmente il Dojo. Apri le orecchie e ascolta. Oltre ad imparare  potrai distinguere, e alle volte il distinguere non ci rende solo migliori, ma anche viventi.

Wednesday, January 6, 2010

Scoordinator Salvation

La prima lezione dell'anno, tenuta dal Senpai, ha mostrato in tutta la sua illuminante verità quanto io e i Kihon siamo ancora distanti. E siamo ancora distanti un bel po', diciamo che per raggiungerli mi devo far accompagnare da qualcuno, a piedi non se ne parla nemmeno.

La cronaca.

Nei sommessi rumori di corridoio iniziano a serpeggiare supposizioni e tremolanti possibilità riguardo la natura e la durata dell'allenamento non agonistico. L'assenza del Sensei alimenta paure e angosce del primo allenamento postbaccanali, e la vox populi inizia a considerare varie possibilità:


  • La temuta prova del panettone eseguita dal Senpai con il Sensei collegato in teleconferenza, dotato di telecomando e frusta virtuale. Chi fallisce la prova sarà punito con flessioni Seiken per l'eternità.
  • Allenamento impostato esclusivamente su Jumping Squat, in decine di gruppi di 120 ripetizioni, fino a lavaggio e candeggio del pavimento del Dojo. Gli studenti poi vengono portati via dalla squadra di pulizie la mattina dopo.
  • Inizio di allenamento regolare (essendo lezione Shinseikai, regolare ha un altro significato oltre a quello del Devoto-Oli) e dopo 27 minuti il Sensei si presenta a sorpresa selezionando pochi ed infausti studenti per qualche round di riscaldamento (per lui).

Dopo un riscaldamento veloce ed intenso, il Senpai annuncia pubblicamente il soggetto della lezione: i Kihon. La prova del panettone è solo rimandata, ma questo non mi tranquillizza. Continuo ad avere movenze da cotechino precottura sansilvestrina, e la pratica dei Kihon mi conferma lo stato di seminfermità corporale (la mentale è già conclamata, come sapete).

Ripasso mentalmente le tecniche contenute nella tabella del vecchio sito riguardale senza pause e soprattutto ricorda i movimenti e ricorda che parte della terminologia è contenuta all'interno del comando verbale fai attenzione alla posizione di partenza e pensa sempre di avere un'avversario della tua statura non perdere l'equilibrio gira il pugno in fase finale per colpire con il Seiken attento al movimento di anca e spalla deve essere compiuto correttamente colpisci con tutto il corpo l'avversario è un ostacolo da superare il colpo deve oltrepassarlo e respira respira respira il respiro è vita anca e spalla durante i tsuki ruota il piede anche esageratamente durante i mawashi geri e rimani concentrato concentrato guarda sempre avanti e soprattutto ascolta ascolta ascolta ...

Primo comando del Senpai: swooosh.
Liscio totalmente la posizione e la tecnica. Riesco a recuperare durante l'esecuzione dei Kihon, ma continuo a sbagliare la prima esecuzione di ogni comando. Gli indizi per eseguire i comandi li ho in testa, ma la mente e il corpo sono scoordinati.

In fase post-bellica, il Senpai mi rassicura dicendo che sono solo all'inizio e che avrò tempo di imparare. Il cammino è lungo, il tempo del cotechino è finito (epifania, tutte le feste porta via) e domani la prova panettone. Si ricomincia.