Thursday, December 31, 2009

Mosubi dachi!

Ad ogni lezione, agonistica, passionale, subìta o sperata, corrisponde un momento di verifica e di introspezione. Non mi riferisco solo alle lezioni Shinseikai a cui ho avuto l'onore di assistere negli ultimi quattro mesi di questo 2009, ma alle lezioni che quotidianamente la vita riesce a propinarci in maniera smaccatamente palese o subdolamente, camuffate da eventi che sembrano rientrare nella consuetudine e che invece contribuiscono al cambiamento.

Nella disciplina Shinseikai, l'obbligatorietà dell'introspezione è un insegnamento che guadagna significato al passo dell'esperienza maturata nel corso del tempo. Ricordo bene che durante le prime lezioni trovare delle aree di miglioramento era molto difficile.
La metafora più vicina è rappresentata dalla persona che accende una candela accorgendosi di essere stata al buio: alla richiesta di valutare la potenza della candela, in Lumen, passando dallo zero, corrisponde imbarazzo e curiosità.
Pian piano, con gli allenamenti, questa pratica acquista senso, e diventa parte integrante del proprio percorso formativo. Gli studenti si mettono in file distinte, esperti e meno, e si aspetta il comando del Sensei.

"Mosubi Dachi."

Non c'è respiro che possa intaccare l'inizio del silenzio e l'aumento della concentrazione che corrisponde alla posizione Mosubi Dachi. Talloni uniti, piedi aperti a 45°, mani in avanti, l'una sull'altra. I pochi secondi di attesa del comando successivo si dilatano e diventano eoni. La reale percezione della relatività del tempo.

"Mokuso!"

E' il momento di parlarti. Di raccontarti cosa hai provato, cosa hai capito, cosa hai fallito, cosa cambierai.  E, il 31 dicembre, sembra proprio questo momento.

La disamina interiore appartiene a ciascuno di noi, ed è giusto rimanga confinata dentro i nostri pensieri. Il blog, credo, non è un giusto veicolo di trasporto del nostro esperire.
Un paio di insegnamenti che ho acquisito, invece sono compatibili con le portinaie elettroniche che abbiamo a disposizione per comunicare con il mondo, anche se il mondo sembra non ascoltarci,  sempre troppo preso - guarda un po' - a comunicare.

Per alcuni saranno banalità. Per altri corrisponderanno a nulla. Per altri ancora, un motivo per non scrivere su un blog. E la maggior parte del mondo non li leggerà mai, e questo non diminuisce il valore che questi insegnamenti hanno per me.

Mai dire Mai.
Me lo ripeto da (più o meno) venticinque anni, ed ogni volta questa frase si colora di novità, rendendola sempre appetibile ed adeguata al momento corrente.
Ad Agosto 2009 un aspirante aspirante (la ripetizione è voluta) corrinuotatore che credeva di essere in forma.
A Dicembre 2009 l'ultimo degli studenti di un'arte marziale complessa, difficile, impegnativa, che sembra richiedere ben più di quello che io posso dare.
A Dicembre 2009, io, l'incomunicatore, scrivo su un blog (!) righe a metà tra l'ammirato e l'auto-beffardo raccontando quello che raccolgo dalle sessioni settimanali, e come cerco di raffigurarlo con occhi occidentali, cultura multinazionale e ironia all'amatriciana.
Mai dire Mai. Quel Mai potrebbe essere domani.

Dentro e fuori.
Il vero obiettivo, e forse quello più ambizioso ed arduo, è applicare quanto imparato nel Dojo al di fuori del Dojo. Imparare l'arte della concentrazione, guadagnare la calma, respirare correttamente, pensare alle cose importanti, amare la vita, uscir fuori dalle baruffe di tutti i giorni. Rispettare chi ne sa più di te, e rubare con gli occhi quello che può insegnarti. Aiutare i tuoi compagni, per essere aiutato. Memorizzare la pratica dei calci circolari è importante, portare i valori del Dojo nella vita quotidiana è fondamentale.
Se non riuscirò a portare il dentro in fuori, avrò fallito il mio obiettivo.

Il 2010 sarà un anno di studio, avrò molte cose da imparare.
Non è forse vero per tutti gli anni :-) ?
Auguri!

Wednesday, December 23, 2009

Xmas

Un Oi Tsuki al mare delle avversità.
Un Hiza Geri agli ostacoli che non finiscono mai.
Uno Shita Tsuki a chi non fa del bene.
Un Mawashi Geri Jodan alla cattiva sorte e a chi vuol far male alla speranza.

Ma, soprattutto, un abbraccio a tutti Voi, uno dei gruppi più belli del mondo, che ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo.
Gabba

Tuesday, December 22, 2009

Il curioso caso di Benjamin Button.

Le analogie e le metafore rendono la vita, se non più vera, più colorata.
Si discuteva con il Sensei, nei pochi istanti di pausa, degli allenamenti e della disciplina Shinseikai, e di come le tre ore settimanali, vista la natura della disciplina stessa, fossero insufficienti.
Il dialogo:

Gabba: "Shinseikai è una disciplina che richiede ben più di tre ore a settimana."
Sensei: "Vero."
Gabba: "Ne sono convinto."
Sensei: "Vi vieto, forse, di allenarvi conto vostro? Io facevo così: quando non mi allenavo nel mio Dojo, mi allenavo per conto mio."
Gabba: "Non è la stessa cosa."
Sensei: "E qui sbagli. Ma lo capirai... Non devi avere fretta."
Gabba: "Credo di capire. Non è la stessa cosa, ma è quello che va fatto. Bisogna crescere, prima o poi."

La crescita è inevitabile. C'è un paradosso, però, nel crescere da adulti, ed è la sensazione di essere ancora un infante incastrato in un corpo che invece vira verso la vetustà. Come Benjamin Button. L'esperienza da neofita ha bisogno del maestro, il corpo da adulto ha bisogno di proseguire da solo. E bisogna seguire tutte e due le strade.

"Niente paura", mi dico, "non sono due strade, non è un bivio. La strada è la stessa, quello che cambia è che, alle volte, il maestro non c'è. E, allora, devi far da solo."

E stasera ci si allena. Con il Sensei.

Friday, December 18, 2009

Moving Target

La Senpai-Lezione di ieri mi ha fatto riflettere sul concetto di bersaglio in movimento. Colpire qualsiasi cosa (e nel nostro caso, centrare l'obiettivo) è più difficile quando il bersaglio è semovente. Il mio compagno di botte (Arduino il Bianco), alla fine di una lezione centrata sulle basi, sulle combinazioni, sui kihon, e sulla ripetizione di figure che devono necessariamente diventare parte del nostro DNA, mi ha detto una frase che è rimbalzata più volte nelle mie (molte) cavità cerebrali acquisendo, ad ogni rimbalzo, nuovo significato.
La frase riguardava l'esecuzione delle tecniche, specialmente quelle in combinazione, che dovevano essere eseguite con calma e precisione.

"Dovremmo eseguirle al rallentatore".

In quel momento ho realizzato, proprio alla fine della lezione, che il mio approccio era stato esattamente l'inverso. Ed ho pensato, come spesso mi succede nel Dojo, ad una metafora adatta ad essere scritta e raccontata su web.
Il bersaglio in movimento.
Il bersaglio è la tecnica da eseguire correttamente, in maniera pulita. Il movimento è causato da più ragioni: dalla (mia) incapacità di sfruttare la finestra temporale costituita dallo studio delle tecniche (dai 20 ai 30 minuti), dall'errata percezione che questa finestra temporale è inadeguata per ripetere i movimenti e le tecniche in maniera coerente alla loro memorizzazione, dall'ansia da prestazione, da una postura rigida. E chissà quali altre.
In particolare, sento di avere poco tempo, e ciò si tramuta in una sensazione di fretta. Esegui in fretta, così sei in grado di ripetere di più a parità di tempo.
Sbagliato.
Ripetere aiuta - i latini avevano ragione. Ripetere in fretta, però, anche con un numero maggiore di tecniche nella stessa unità di tempo, non ha aggiunto alcun valore all'immagine nella mente che dobbiamo creare per ogni movimento.
Può sembrare banale, ma non lo è, considerando che ad ogni inizio di lezione mi ripeto costantemente questi concetti, scandendoli precisamente, con la suprema intenzione di applicarli correttamente. Ripasso mentalmente, mi convinco, mi preparo, agisco.
Paff.
Non funziona. I movimenti si accavallano, diventano più confusi, si avvicina il Senpai, o l'allievo anziano, e mi illustra la mia rigidità o l'errore dovuto alla non pienezza della tecnica.

Il bersaglio in movimento.  Me ne ricorderò. Ricorderò anche che lungo il corso dell'apprendimento di questa disciplina, credo, il bersaglio sarà sempre in movimento.
Più pratico lo Shinseikai e più lo Shinseikai assomiglia molto alla vita.

Wednesday, December 16, 2009

Incredibile ma vero.

  • Il blog è un animale sincrono, che scatta al ritmo degli allenamenti e della disciplina Shinseikai. Interrotto lo studio Shinseikai, interrotto il blog. La catena degli eventi, quindi, è: influenza, no Shinseikai, no blog, no party.
  • La disciplina Shinseikai cura l'influenza ed i malesseri stagionali. Ieri sono entrato come un vecchio bacucco, e sono uscito come un giovane bastonato. Bastonato, ma giovane.
  • Le aspettative di un allenamento sono inversamente proporzionali alla riuscita dell'allenamento stesso. La modalità "Stasera Spacco Tutto" quasi sempre si trasforma nell'umore "Peggio Di Così Non Poteva Andare". La modalità "Speriamo Vada Bene" quasi sempre si trasforma nell'umore "E Anche Stasera L'Ho Sfangata". La differenza tra i due quasi sono i cazzotti del Sensei.
  • Lo studente Shinseikai, oltre a distribuire salacche terrificanti, svolge attività di ricreazione psicofisica. Abbiamo diversi musicisti rock nel gruppo, potrebbe essere possibile suonare in una Jam Session. Anzichè iniziare con "One, Two, Three, Four", scandiremo tutti gli inizi dei brani con "Ichi, Ni, San, Shi".
  • Lo studente Shinseikai, oltre a smistare manate tecnicamente impostate, svolge attività informatiche e di Social Networking. Una regola è certa: tra di noi non si fanno i poke di Facebook. Abbiamo un'etica, e i nostri poke fanno male, anche nel cyberspazio.
  • La porta dello spogliatoio maschile è composta di antimateria. Si dematerializza da sola, soprattutto quando si gira nudi in cerca di un fugace ma necessario ingresso nelle cabine della sorpresa (per i nuovi del blog, vedi il post Folklore).
  • Tra i propositi per il nuovo anno (i miei) si distingue il desiderio di riuscire a completare un riscaldamento Shinseikai senza fermarmi, senza visioni di Santi vestiti di Karategi e con abbastanza forze per rispondere adeguatamente durante lo studio delle tecniche. Spero ardentemente che questo nuovo anno sia il 2010.
E, nel frattempo, OSU!

Saturday, December 5, 2009

Folklore II




Mentre il 2009, oramai ridotto ad un arzillo vecchietto, sta correndo verso il traguardo SanSilvestrino per "portar lo testimonio" al 2010 (chiedo scusa, Dante dà dipendenza), siamo già circondati da pubblicità che ti ricordano del Natale di regalare di non preoccuparti di anestetizzarti di rimandare i problemi al prossimo anno di dormire di iniettarti dosi sempre più massicce di TV a pagamento per sollazzare la tua voglia di divano lasciandoti, certamente, più povero di prima. In tutti i sensi. 

Invischiati tra questo pattume multimediale, che non risparmia (ahinoi) anche la Rete e canali di comunicazione meno mesmerizzanti della TV, ci accorgiamo che il Dojo è un santuario, un rifugio che permette di prendere le distanze da spazio e tempo (rispettivamente, Roma - Italia e Dicembre 2009) e di rivolgere la nostra completa attenzione su cosa dobbiamo migliorare, anzichè cosa dobbiamo comprare. Le mie parole, povere e inadeguatamente vergate su di un blog nero e anonimo (e quindi molto allineato al suo padrone), non riescono a spiegare bene cosa si prova in quei secondi post-lezione dove siamo invitati a pensare alle aree di miglioramento e di crescita interiore, oltre che sportiva. Quello che so, però, è che non mi è mai capitato di lasciare quei secondi vuoti, come credo non sia mai capitato a nessuno. 

Oltre al Dojo, però, ci sono altri valori che non cambiano. Che restano lì, immobili, immutati, invecchiati come un buon vino d'annata, come un brano di musica classica che con gli anni aumenta la sorpresa di chi ascolta. Come, ad esempio, lo Spogliatoio.

Lo Spogliatoio e la Smemorina.

Un argomento già affrontato in uno dei post precedenti, concernente lo Spogliatoio, è la presenza inquietante di artefatti semiorganici che farebbero felici interi reparti della Polizia Scientifica: scarpe, magliette, felpe, fasce, calzini e indumenti sportivi non identificabili neanche con accurate analisi al Carbonio-14. 
La presenza è inquietante per l'assenza dei proprietari.
Ho elaborato una teoria, autoctona, ma supportata da studi internazionali e finanziata dal Gas Technology Institute (http://www.gastechnology.org/) che riguarda l'argomento.
Gli innumerevoli allenamenti Shinseikai, uniti a quelli di altre discipline (Boxe), hanno prodotto - nel tempo - vapori letali nell'area corrispondente allo spogliatoio maschile che rimangono residenti ed attaccano direttamente i centri della memoria. Tali vapori hanno l'infausto effetto di lasciare i malcapitati avventori incapaci di intendere e volere e, soprattutto, di ricordare il prelievo di indumenti sudati ed accessori (sudati anch'essi). L'enzima contenuto in questi vapori è stato battezzato Smemorina, ed è particolarmente aggressivo: basta un allenamento, e oplà, la Smemorina esegue il suo diabolico compito, facendo scordare di tutto, di più.
A giorni dovrebbe arrivare il referto del GTI (vedi sopra) in grado di dare indicazioni precise sulla produzione di un antidoto.

Armadietti e Salto Quantico.

Lo studente Shinseikai dotato di portafoglio, chiavi e cellulare al seguito può sperimentare l'essenza del Salto Quantico cercando di porre i propri effetti personali nei microarmadietti posti fuori lo spogliatoio. Ho utilizzato il termine cercare in quanto i vapori letali descritti nel punto precedente hanno cambiato il funzionamento degli armadietti rendendolo non euclideo e indipendente dalle quattro dimensioni conosciute.
L'apertura dei locker non è omogenea: scegliendo sempre lo stesso armadietto (ad esempio, il 18), si aprirà correttamente solo di giovedì, con tempo sereno e prima del solstizio di inverno. Qualsiasi variazione di questa combinazione causa la chiusura ermetica o il funzionamento non corretto dell'armadietto, rendendolo inservibile.
A volte, gli armadietti scambiano proditoriamente i loro contenuti lasciando interdetti i proprietari degli oggetti ivi contenuti: il contenuto del 16 va nel 21 e quello del 21 va nel 4 che è chiuso da sei anni.
Ricordo bene che una volta Ivano il Giallo mi chiese di condividere uno degli armadietti, apparentemente innocuo, unendo i nostri averi. Aprendolo alla fine della lezione, trovammo una tessera della P2, un barattolo di marmellata scaduta e una figurina di Facchetti.

La Via Crucis.

Prima dello Spogliatoio spraybiotico e degli armadietti sudoku, il Dojo si contraddistingue per il grande spazio, il ring, la zona sacchi e soprattutto per le pareti costellati di immagini di combattenti, pugili, campioni e bipedi dotati di coraggio, quasi sempre con guantoni e l'aria di chi ne date (e prese) proprio tante: è la Via Crucis. Da Mohammad Ali fino ai campioni locali, ci sono tutti. Alle volte ho come l'impressione che si divertano a guardarci. Chissà cosa si dicono quando la palestra è vuota.

Martedì prossimo non c'è lezione.
Che tristezza.

Wednesday, December 2, 2009

La macula cieca.



Martedì sera. Finalmente.
La schiena non fa male, inizio a riprendere il ritmo durante le mie sessioni di nuoto, i tempi ritornano verso la normalità. Mi sento in forma.
Arrivo addirittura prima, per rubare immagini in movimento durante la sessione degli agonisti.
Mi chiedo cosa imparerò oggi. Tecniche? Combinazioni? Suggerimenti da parte degli allievi anziani? Colpi, e come assorbirli?
Passano i minuti. Il Dojo si anima.
E' sempre piacevole incontrare gli studenti nei pochi minuti di pausa tra gli allenamenti. Poche parole, in genere a bassa voce, e qualche sorriso che non fa mai male.
La quiete prima della tempesta.

"Yame."


Il Sensei chiama, ci si mette in posizione immobile. Fudo dachi.
Un cenno del capo dal Sensei al Senpai è come un'invisibile - ma percepibile - onda elettromagnetica, che tra poco ci ritornerà moltiplicata in potenza.
Inizia il riscaldamento, un treno che lascia la stazione ed inizia il suo viaggio, aumentando progressivamente la velocità. Una sorpresa per i miei tegumenti, come sempre.
Il cuore inizia a battere più forte, mentre il corpo inizia a ribellarsi per poi adeguarsi ai movimenti che iniziano regolari-scanditi e finiscono rapidi-insopportabili.

Il sudore mi gocciola sul naso, batte sul pavimento del Dojo. Mi stupisco di come sia lenta la traiettoria di una gocciolina dal mio corpo all'ostacolo rappresentato dalla superficie. Ma è solo un'impressione. Evidentemente i miei sensi sono alterati.
Il riscaldamento sembra finire, ma continua. Il limite è sempre un po' distante da come te lo aspetti. E continua. Oramai le goccioline in terra sono molte, e quando ho deciso di contarle il Maestro chiama la fine del riscaldamento.

"Yame!"

E' il momento delle tecniche. Sono in uno degli angoli del Dojo, vicino ad un sacco.
I comandi impartiti dal Sensei sono chiari. Dobbiamo utilizzare tecniche in combinazione, con difficoltà crescente, per capire, sfruttare ed eseguire i movimenti attraverso le catene cinetiche.
Le istruzioni vengono poi visualmente dipinte dal Sensei attraverso l'azione, più e più volte, anche per mezzo del loro opposto: devo eseguire ABC in sequenza stretta, che non è corrispondente ad A, B, C oppure AB, C oppure altro.
Le tecniche vengono poi contestualizzate, e quindi, oltre al come, è spiegato il perchè.
Credo di aver capito, l'immagine nella mente è buona, e cerco di tatuare sul nervo ottico i movimenti, le combinazioni ed il contesto che è stato appena illustrato.
ABC.
Ricordo bene gli errori delle lezioni precedenti, e quindi non cerco di imprimere potenza alle tecniche, dedicandomi solo alla correttezza del colpo.
ABC. Lo posso fare.

Eseguo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
(Rifletto. I movimenti del Sensei, nella mia mente, sono più appannati.) Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
(Succede quello che non dovrebbe: inizio ad irritarmi.) Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
(Rifletto. Non sono più sicuro che i movimenti che ho registrato siano corretti.) Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.

"Yame!"
Il Sensei chiama lo stop.

Mentre l'ingiustificata ed inutile irritazione continua a solleticare il mio archipallium, penso alla macula cieca. Cerco di avvicinarmi all'obiettivo, e l'obiettivo sparisce. Mi allontano, e magicamente riappare. Mi avvicino nuovamente, e l'obiettivo non è dove dovrebbe essere.
La macula cieca. Una buona metafora. L'obiettivo è sempre lì, ma cambia la nostra percezione su di esso. Conoscere la nostra macula cieca è uno dei passi necessari per raggiungere il nostro obiettivo, anche se, temporaneamente, lo sposta verso l'infinito, rendendolo irraggiungibile.
Me ne ricorderò Giovedì :-).

P.S. Una buona rappresentazione della macula cieca e come sperimentarla praticamente è in questo sito.

Thursday, November 26, 2009

Shinseikai in Quinto Canto.






Ed al maestro mi rivolsi e parla' io,
e cominciai: "Sensei, li miei tormenti 
e le flessioni mi fanno tristo e pio


Ma dimmi: al tempo dell'inizio
a che e come concedesti coorte
che conosceste lo dubbioso prezio?"


E quello a me: "Nessuna buona sorte
cambia lo destino o 'l tuo volere
ne la miseria: e ciò ti farà forte


Ma s'a conoscer 'l primo sapere
della mia arte che imparo e insegno
dirò come colui che fa accadere.


Combatter fu per me lo sacro impegno
del guerriero che in sogno il trofeo strinse
solo ero e cercai d'esser sì degno.


Per più fiate li occhi mi sospinse
quel sogno, e scolorommi il viso
ma solo un punto fu quel che poi vinse."


Mentre che 'l maestro questo disse
rimasi fermo; si che del mio orgoglio
io venni al Dojo, così com'io vivesse.


Ed imparar a cader è quel che voglio.

Sunday, November 22, 2009

Tre Riflessioni.

L'ultima toccatina del Maestro al muscolo vasto laterale Destro (...lo giuro, oggi le rime sono inconsapevoli: cercherò di disattivarle ascoltando più volte le interviste di Aldo Biscardi) in risposta ad una mia fallacia posturale mi ha fatto pensare agli errori più comuni che continuo a propinare al sacco o al compagno di botte. Riesco ancora a camminare, e quindi la toccatina era solo un segnalibro temporaneo, come un foglietto bianco da portare a casa e rileggere con calma. Rabbrividisco al pensiero di ricevere un foglietto giallo. E spero di non prendere mai quello rosso, debbo lavorare ancora qualche decennio - per me e la Provinciali.com - quasi sempre fuori casa, con deambulazione come requisito funzionale obbligatorio.

Continuo ad andare fuori tema, sindrome del Dottor Divago.
Dicevamo, gli errori più comuni mi portano a qualche riflessione.

L'immagine nella mente.
Chiamata anche stereotipo (e utilizzata quasi sempre in connotazione negativa), serve a richiamare la tecnica da utilizzare in maniera pulita, precisa, corretta. La tecnica deve essere già precisa nella mente. Pensarla bene non equivale (almeno per me) ad eseguirla bene, ma è un buon inizio. Pensarla male o non pensarla affatto equivale (non solo per me) ad eseguirla male. Una buona immagine che corrisponde ad una buona tecnica richiederà le tre T: Tempo, Tenacia, Tirocinio.

Fretta nell'esecuzione.
Un errore che continuo a commettere e che evidentemente devo curare di più. Un'esecuzione non curata e non derivata dall'immagine nella mente (vedi sopra) tende ad essere frettolosa. E la fretta, nel mondo, non corrisponde alla velocità. La velocità è altra cosa.
Sconfiggere la fretta significa impiegare le tre C: Concentrazione, Costanza, Controllo.

Le fondamenta.
E' difficile accumulare esperienza, movimenti, memoria neuromuscolare se non si curano le basi. Come spesso (sempre) ripete il Sensei, le basi sono le fondamenta su cui costruiamo figure, tecniche e strategie complesse. In questo momento sono uno studente che sta imparando costrutti molto semplici (fase di lallazione), vedo alcuni degli allievi che già parlottano ed altri che si permettono discorsi lunghi ed articolati. Vedendo gli altri posso imparare di più, ma non più velocemente: debbo completare le vocali. Avere buone fondamenta significa aver capito altre tre lettere, che lascerò decidere a Te, caro lettore.
Io debbo ancora scoprire le mie. :-)

Tuesday, November 17, 2009

To Do List

Lista delle cose da portare per stasera:

  • Karategi, pulito e stirato (credits to my wife) e cintura rigorosamente bianca
  • Indumenti intimi 
  • Sospensorio e conchiglia rinforzata a lega titanio-berillio (non si sa mai)
  • Scarpette da arti marziali
  • Accappatoio e materiale per doccia resistenti ad attacco nucleare
  • Ciabatte antigravità per spogliatoio maschile
  • Sterilizzatore portatile modello "Fahrenheit 451"
  • 7 paia di asciugamani (uno per ogni 10 minuti di attività + uno di scorta)
  • Protezioni
    • Paratibie
    • Guantoni
    • Doppie fasce
    • Paradenti
  • Protezioni spirituali
    • Santino di Cassius Clay
    • Poster 3x1.5 m di Roberto Cammarelle in scala 1:2
    • Lettera della mamma con supplica di stare attento e di asciugarsi bene quando si esce (!)
  • Luce portatile per contrastare improvvisi e dirompenti black-out in spogliatoio
  • Biglietto precompilato con proprio indirizzo e telefono da consegnare al tassista in caso di breve ma intenso incontro sul ring con Sensei, Senpai, allievi anziani, cinture colorate, cinture bianche, inservienti palestra, etc.
  • Connettivina, pomata a base d'arnica, Lasonil, Serenase
  • Timer per countdown della prossima lezione (giovedì)
...Ho scordato qualcosa?

Friday, November 13, 2009

Shinseikai II


Shinseikai è la poesia dell'unità
cantata dal corpo
espressa in una forma
e movimento, bello e mortale

Rivedi la forma nella mente
e la fai vivere con il movimento
lo scopo e l'energia
che ripeti, fino all'arrivo

la tua partenza di domani.

Saturday, November 7, 2009

Effetto Demo

Sua Infernità la Signora Sciatica, anche se non richiesta, ha bussato alla mia porta lo scorso giovedì iniettandomi in diffusa zona coccigea (per i romani: sopra le chiappe) un rinomato cocktail internazionale recensito dalle più autorevoli riviste del settore, tra cui Il Gambero Rosso, Lo Sgommarello di Platino e Guida agli Zozzoni d'Europa, composto come segue:

20 cl di Aculei di Stegosauro
20 cl di Estrusione C5-C6
20 cl di Diclofenac alla Voltaren
20 cl di Rondelle, Chiodi e Bucagomme.


Aggiungere ghiaccio secco
Mescolare in un bicchiere da artificiere
Guarnire con polvere pirica

e lasciandomi senza particolari velleità artistiche da apporre a questo pseudodiario del "Gabba - il bianco che più bianco non si può"  (i più piccini tra voi non ricorderanno questa pubblicità lisergica, i più anziani ricorderanno l'ora del Carosello come la zona oscura tra la fine dei compiti - o della partitella di pallone, per i marioli - e le braccia di Morfeo).

Sono andato fuori tema.
Su un blog è consentito, a scuola ti insufficientano e poi a casa ti mattarellano.

Dicevamo.

Navigo oramai i perigliosi, rutilanti e tuttavia sconosciuti oceani dell'Information Technology (questa me la segno) da 25 anni (l'età perfetta per un combattente Shinseikai di buona fattura) e, nel corso del mio errare, ho preparato, somministrato e ricevuto Demo (dimostrazioni) di qualsiasi genere e natura, da software inesistente a architetture arcimbolde, da lettura monocorde di slides senza fantasia a presentazioni dove Benigni sembra un timido dilettante, da dimostrazioni fiume di 31 ore consecutive con annichilamento dell'audience a quarkizzazioni miniaturizzate con esaustione dell'argomento in 49 secondi netti.
Insomma, ne ho vista qualcuna.
Nello Shinseikai c'è qualcosa di diverso.
In genere, il maestro mostra, e lo studente studia. E, se lo studente studiante non capisce, il maestro ripete fino ad assorbimento, da parte del discepolo, del concetto esposto.
Ed ivi trovasi la differenza.
Lo studente chiede, il maestro eroga, ma lo studente è in grado di reggere una sola Demo,  ed il Sensei - saggiamente - provvede ad un'unica somministrazione.
Oh, aspirante studente, fai molta attenzione. Di Gyaku Tsuki, del maestro, ne basta uno solo.

A martedì, e a chi chiede una Demo di troppo gli auguro infinita permanenza nelle cabine della sorpresa (vedi post precedenti) con lo stegosauro incazzato per gli aculei persi all'inizio di questo post.
OSU!

Saturday, October 31, 2009

Perché continui a correre?

Perché credo sia giusto.
Perché nella mia vita non ho mai corso abbastanza.
Perché se corro non rischio di addormentare la mia coscienza.
Perché vorrei correre meglio.
Perché se non corro io lo farà qualcun altro.
Perché qualcun altro non potrà mai farlo.
Perché mi è stato dato un esempio, e lo vorrei dare ai miei figli.
Perché quando corri non parli, corri e basta.
Perché quando corri, devi pensare, e tenere la mente lucida.
Perché, se non corri, qualcuno può incazzarsi.
Perché, se non corri, ti puoi incazzare tu.
Perché correndo non sfidi solo qualcun altro, sfidi anche te stesso.
Perché le promesse vanno mantenute, e correre è una promessa.
Perché correndo si impara.
Perché quando un amico, mentre corri, ti da una pacca sulla spalla, corri di più.
Perché quando un nemico, mentre corri, ti fa inciampare, corri di più.
Perché quando si corre siamo un po' tutti nella stessa barca.
Perché quando si corre si dicono meno corbellerie.
Perché se tutti corressero - forse - ci sarebbero meno problemi.
Perché dopo un po' la fatica inizia a farsi sentire.
Perché quella fatica è il tuo prossimo ostacolo da superare.
Perché mi piacerebbe correre da solo, dove non c'è anima viva.
Perché mi piacerebbe correre tutti insieme, e sentire anche la fatica degli altri.
Perché finita una corsa, ce n'è subito un'altra.
Perché dopo che ho corso, i post sul mio blog sono accessori non originali.
Perché, quando corri, tutto il resto è lontano.
Perché, quando corri, tutto il resto non è lontano abbastanza.
Perché per correre non devi essere un genio, devi correre e basta.
Perché gli amici corrono, i nemici corrono, e gli altri non stanno a guardare.
Perché correndo c'è un singolo, memorabile attimo in cui sconfiggi la gravità.
Perché correndo - alle volte - ci si commuove.
Perché correndo - alle volte - ti senti veramente di dover iniziare daccapo.
Perché correre ti fa scappare più in fretta in caso di pericolo.
Perché correre è un altro giorno, e un altro giorno è sempre un miracolo.
Perché la corsa serve anche a sgonfiare i palloni gonfiati.
...
...
...
Perché correre è la metafora perfetta.

Grazie a chi ci insegna - ogni volta - a correre un po' di più, e meglio.

Saturday, October 24, 2009

Folklore

Nulla mi fa sogghignare di più di alcune caratteristiche che, ogni martedì-giovedì-avoltesabato, ritrovo con con simpatia e con rinnovato rispetto nelle stanze del luogo-dove-si-segue-la-via.

Lo spogliatoio.
Immaginate uno spazio vitale di 25 m² (o meno) occupato da 40 persone che hanno con sé borse la cui capienza è misurabile in ettolitri contenenti karategi cinta guantoni paratibie paradenti scarpette fasce cavigliere, materiale da doccia (vedi sotto) e da asciugo post bellico. Il risultato è il tipico effetto farfalla (teoria del caos): un battito di ciglia di Mattia giù in fondo provoca una leva con proiezione a me - povero bianco inesperto - che sono dall'altra parte. Molto di questo materiale da combattimento viene poi perso o abbandonato da crudeli padroni, e non di rado è possibile vedere qualche fascia Leone del 1976 scappare via veloce per evitare la tortura del cesto degli orrori (vedi sotto).

Le docce.
Chiamarle docce è - secondo me - improprio. Trattasi di dispositivi di erogazione casuale di acqua, pensati, disegnati, installati e resi operativi attraverso una rigida logica booleana. La doccia eroga, o non eroga. Eroga acqua in ebollizione, o acqua proveniente da Capo Nord, e spesso combinazioni veloci tra le due. Ho visto più di una volta persone Shinseikai, e quindi abituate a superare costantemente i propri limiti fisici e mentali, avvicinarsi timorose e riverenti prima di entrare nelle cabine della sorpresa (definizione più appropriata, non sai mai cosa può capitarti).

Il pavimento dello spogliatoio.
Visto il comportamento delle cabine della sorpresa, provate ad immaginare le condizioni del pavimento dello spogliatoio. Sono presenti, in pratica, tutte le sedimentazioni e tipologie di terreno esistenti al mondo, dal desertico al limaccioso, dal pluviale al montano.
Abbiamo ricevuto diverse richieste da parte di geologi per conto di università prestigiose (Oxford, Frascati) al fine di analizzare e studiare i vari compound nel corso del tempo, ma per il bene del Dojo e dell'attività Shinseikai sono passate tutte in second'ordine.
Ogni oggetto che cade in preda al rigore gravitazionale trasforma la faccia del proprietario dall'inaspettato all'orrorifico, il tutto in un istante. Una volta toccato il pavimento, non c'è molta scelta: disinfezione nucleare o cesto degli orrori.

Il cesto degli orrori.
E' lì. Sempre presente. Sempre pieno. Ti guarda dal basso verso l'alto con aria di sfida e di (vera e propria) intoccabilità. Qualcuno mi ha sussurrato, prima dell'inizio delle lezioni, che tra i vari strati di reperti pare ci siano magliette ancora sudate di George Foreman, le fasce di Primo Carnera (due lenzuoli, in pratica) e un sospensorio mummificato di Achille, l'eroe dell'antichità omerica. Un compagno di botte mi ha anche giurato di vederlo muoversi, a tempo, mentre il Sensei scandisce gli ordini e li enumera con ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!

La luce del parcheggio.
Se esiste un algoritmo che ne regola l'accensione e lo spegnimento, vi prego di farmelo sapere, lo potremmo vendere a Google e con gli interessi comprare delle torce autoalimentate.

...
...
...

Martedì, il Dojo, mi mancherà.

Wednesday, October 21, 2009

Leggere attentamente le istruzioni prima dell'uso...

La lezione di ieri - la diciottesima - mi ha fatto capire diverse cose importanti. O forse, le ha fatte levitare dallo strato di cognizione allo strato di convinzione. O forse, ne ero già convinto, ma vederle - e soprattutto sentirle fisicamente - ne ha amplificato la verità.
Le tecniche di difesa personale che il Sensei ci ha mostrato possono essere - letteralmente - armi micidiali.

Leve, proiezioni, ostruzioni delle vie respiratorie tramite compressione del collo, e le loro eventuali combinazioni, debbono essere evitate a tutti i costi. La disciplina, in tal senso, ci obbliga - fortunatamente - alla comprensione dell'etica che è applicata alla conoscenza ed alla pratica di queste tecniche. Credo anche che il discorso possa essere esteso all'intera arte del combattimento, e non solo alla difesa personale.  L'utilizzo può essere solamente applicato in casi di eccezionale gravità. In effetti, rabbrividisco al solo pensiero che tali armi possano cadere nelle mani sbagliate (o, in questo caso, nella testa sbagliata) - ma, di fatto, nulla può impedirlo.

Quello che possiamo fare è ascoltare il consiglio del Sensei, molto semplice e diretto: la disciplina è tutto, ed è quello che ci distingue dagli altri. Con la disciplina, la costanza, la pratica (ed il sudore associato, in ettolitri) è inevitabile acquisire l'etica necessaria a renderci più forti non usando quel che porta distruzione.

Saturday, October 17, 2009

Pubblico Ludibrio.


















Ho perso la scommessa fatta con me stesso, e dopo inevitabile conciliabolo interiore sono costretto a riferire pubblicamente le mie mancanze dello scorso allenamento di giovedì come farebbe uno scolaretto delle elementari (o Bart Simpson) con il cappello da asino e dietro la lavagna (e, soprattutto, senza usare il copia-e-incolla):

Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.

Perdere una scommessa contro se stessi fa più male che contro qualcun altro.


Immagine presa da Air Force One su Flickr.

Wednesday, October 14, 2009

Il Signore dell'Anello

Ehilà, mondo. Ottima lezione, ieri sera. 
Inizio a non preoccuparmi più del numero della lezione, ma di cosa riuscirò a portare a casa (corpo incluso). 
L'ambiente del luogo-dove-si-insegna-la-via incoraggia l'apprendimento esponenziale, e la lezione di ieri sera ne è stato un esempio calzante. Ogni studio di tecniche effettuato con gli allievi più anziani (i "colorati") ti insegna differenti movimenti e differenti modi di pensare, che riutilizzerai subito dopo.


Ed ora le (auto) critiche.
(voce del Sensei: Dai Dai Dai Dai Dai! Non cedere!)
Non riesco ancora ad eseguire gli esercizi di riscaldamento in maniera piena e completa, e questo mi frustra un po'... Credo che il connubio tra corpo e mente sia una relazione difficile e piena di litigi. Deve, comunque, essere funzionante e ben oliata in uno sport come questo, dove la catena pensiero-azione-pensiero-pensiero è importante (credo) tanto quanto la catena cinetica.
(voce del Sensei: Sciolto!)
Sono ancora rigido. Il ripasso delle tecniche con i colorati  serve per impostare la precisione dei movimenti e - fortunatamente - per evidenziare gli errori. La mia non-scioltezza è evidente, e mi è stata fatta notare in tutte le occasioni. Ci devo lavorare sopra.


Ieri sera ho anche avuto l'onore di vedere il Sensei in azione, sul ring. Il Signore dell'Anello. Il Sensei cambia forma e sguardo, quando è sul palco del combattimento. Il malcapitato avversario può accorgersi che i suoi occhi diventano neri, anche senza cambiare colore, mentre porta i colpi - completamente attutiti, in versione Demo - che arrivano senza l'attrito dell'inesperienza.
Ieri sera, quel malcapitato ero io, e ... spero succeda spesso. :-)
Dai Dai Dai Dai Dai, manca un solo giorno a giovedì.

Saturday, October 10, 2009

InnerVision

[Ambiente: Casa. Poco illuminato.]
Mattina presto. Piove. La pioggia attutisce i rumori molesti delle scimmie urlatrici di quartiere, li devia, li copre, li schiaccia verso gli inferi lasciando illusione di normalità.
Apro gli occhi.
E' Sabato. Un sabato mattina di disciplina, ma diversa dalle mattine di sport a cui ero abituato.
Mi preparo. Ascolto musica, le parole e le note dei Porcupine Tree sono malinconiche ma ferme e profonde. E perfette per una mattinata di pioggia.
I movimenti sono rilassati. E' sabato. Ma sono più veloci. C'è attesa. Fermento interiore.
I numeri da uno a dieci, usati nelle ripetizioni dell'allenamento nel Dojo, continuano la loro risonanza ed io li seguo, anche se so che durante la lezione la mia mente soggiacerà alle esigenze del corpo e non riuscirò a pronunciarli. Molte proposizioni pensate lungamente prima di entrare nel Dojo, poi, evaporano, o semplicemente non riescono a manifestarsi correttamente. Erano lì, ma sono rimaste lì. Un'altra delle cose che dovrei segnare nel mio taccuino dei miglioramenti.
La tazza del mio tè preferito è ancora bollente, e guardo le evoluzioni del vapore. Una situazione vissuta tante volte - fortunatamente - ma che stamane sembra essere speciale.

"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."



[Ambiente: Dojo. Mattinata di sole dopo la pioggia.]
Alcune circostanze non mi permettono di essere esplicito come vorrei, ma l'allenamento di stamattina mi ha colpito più di altri. E, sull'intero turbine tempesta tornado tuono di emozioni che possono affiorare guardando il sincronismo di giacche bianche che sfidano ogni istante la dannazione della gravità, vorrei ricordarmene due.

Il rispetto. La dignità con cui si onora il talento e la passione. Purtroppo, l'unica insegnante valida per una materia non accademica è la vita stessa, e le sue figlie: esperienza, disciplina, costanza.

Lo sguardo. Lo sguardo della persona che insegnando trasmette ricchezza interiore è uno sguardo profondo, umile ed allo stesso tempo forte. Uno sguardo che irradia rispetto per gli altri, per se stesso, per la disciplina che ama insegnare.

Sapevo queste cose, ma ora ne sono convinto.

"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."



[Ambiente: Casa. Pensieri Post-Training.]
Continuo a scrivere post su questo blog ignorando l'inversa polarità penna/pugno.
La penna, seppur digitale, mi è familiare. E' una zona di conforto. Sono costretto a scrivere e parlare in modi diversi per motivi professionali, anche se la miglior poesia, alle volte, è il solo silenzio. Il pugno, invece, mi è sconosciuto. Dopo un mese, so a malapena che esiste. E' un black hole, denso, con velocità di fuga talmente elevata da attrarre sensazioni (e cose) non prevedibili a priori.

Rispetto, Umiltà, Dialettica penna/pugno. La lista presente nel taccuino dei miglioramenti è sempre, rigorosamente, più lunga delle attestazioni di autostima che riesco a formulare, e la dialettica penna/pugno aggiunge un'altra riga che un giorno, magari lontano, sarà barrata per far posto ad altro.

"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."

Friday, October 9, 2009

Emozioni non lineari.


[Fast Forward: Venerdì, mezzogiorno]

Sembra passata una vita dall'inizio, ma è nulla. Un solo attimo. Tredici flessioni. Tredici squat. Tredici salti. Tredici sguardi in Tredici secondi. Tredici chiacchere nello spogliatoio.
Meridiano zero, il tempo passato dalla prima lezione è infinitamente piccolo rispetto all'obiettivo che ancora debbo tracciare, e sufficientemente grande per comprendere la solitudine di chi accende una candela a buio pesto e si accorge di non vedere nulla.

Caro lettore, non ti crucciare
non intendo esser amaro
quel che scrivo forse è chiaro
per capire dove andare.

Concentrazione. Studiare imparare capire ripetere ripetere ripetere ripetere e non cedere.

Meraviglioso :-). Inizio a reagire al training del giorno precedente. Non ho bollettini di guerra che mi provengono dal corpo, oggi. E' Venerdì, e domani ci si allena.
Sono un tipo fortunato!
;-)

[Rewind: Giovedì, ventuno e trenta]

Bella lezione, la quattordici (tredici, partendo da me, lo zero).
Nelle (poche) chiacchere pre-inizio Ivano il giallo si sorprende di vedermi asciutto.
Durerà poco, gli dico.
Il riscaldamento orchestrato da Tullio inizia velocemente, con passo sostenuto. Ogni esercizio inizia in pianura, che dopo pochi secondi diventa una salita, cambia in una salita ripida, e si trasforma rapidamente in una scalata sulla facciata nord dell'Eiger. Solo con te stesso, senza ganci ne strumenti di supporto.
Il tuo peggior avversario, te stesso. Voglio sconfiggerlo, superarlo. Se hai voglia di superare te stesso avrai anche voglia di superare gli altri, un giorno - dico tra me e me.
Pochi secondi, ed è tempo della tecnica, in coppia. Difendersi per poi attaccare. Schivare, assorbire, portare l'attacco sfruttando la forza dell'altro. Il Sensei corregge con occhio critico (e benevolo), e mostra gli esempi corretti. Io rubo con gli occhi, e metto da parte.

[Fast Forward: Venerdì, sei e quarantacinque]

La sveglia urla, ma il sonno è talmente profondo che non riesce a rompere la scorza del bozzolo che la notte mi ha costruito intorno. Sento solo uno scandire ritmico che mi accompagna alla mia tazza di tè, alla doccia ed alla scatola su ruote che mi porta in ufficio. Questi suoni continuano e mi provocano un semisorriso, incomprensibile agli altri, ma perfettamente sincrono con il mio umore (stranamente) leggero di questa mattina di OttobreGiugnoA25Gradi:
"ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!"

Wednesday, October 7, 2009

Shinseikai benefits.

Post breve, oggi.
A parte qualche effetto collaterale della sfera fisica (zoppia, afasia, sciatalgia, qualche altra "ia") sto mentalmente enumerando i vantaggi di una pratica costante (o quantomeno ordinata) della disciplina Shinseikai:

  • Lunghe dormite in modalità "Sasso Granitico" fino ad urlo della sveglia che riporta al Matrixiano mondo vero.
  • Diversa percezione dell'altrui fisicità. Su questo punto, se sopravviverò, farò un post apposito.
  • Agilità e resistenza a fatiche improvvise ed impreviste (ad esempio, fuga repentina da creditori o da testimoni di Geova).
  • Occasionali dolori da contatto (ginocchi sbranati su gambe di tavolo, testate su appliances installate non a misura propria, cadute di oggetti pesanti su piede ad opera di colleghe d'ufficio) equivalgono a battiti d'ala di farfalla.
E, come mi faceva notare Ivano il giallo (cintura, non epidermide), "vaglielo a spiegare a Tizio che ho fatto sessanta flessioni in una manciata di secondi... non ci crederebbe...". Buon per noi. Il coraggio alle volte è interiore...
:-)

Tuesday, October 6, 2009

Litania del Martedì

Oh Potenti Deità della Geriatria e dell'Obsolescenza,
datemi la forza di non guardare l'orologio fino alle venti e trenta di stasera. Lo sguardo non fa accelerare le lancette.

Datemi la forza di tenere la guardia sempre alta, e gomiti stretti. Come diceva Gassmann nei Mostri di Dino Risi, "I cazzotti fanno male".

Datemi la forza di assorbire e disciogliere i Mawashi Geri Gedan, piegandomi leggermente per attutire il colpo. L'ultimo Mawashi Geri Gedan del Sensei, in versione Demo ExtraLite per Cinture-Bianche-con-Meno-di-Un-Mese-di-Esperienza, mi ha fatto rinnovare subito l'assicurazione sulla vita.

Datemi la forza di colpire con l'intero corpo, e non solo con le mie ipotrofiche membra, passando attraverso l'avversario. Ci vorranno mesi di studio e costanza, ed è necessario: l'intero corpo è più forte della singola parte.

Datemi la forza di imparare nuove tecniche, e di eseguire correttamente quelle che ho già visto: il segreto della vita è la combinazione di passione, precisione e forza interiore.

E, care Deità, vi prego. Non toglietemi la passione per quello che faccio. Meglio claudicare e sorridere che correre senza speranze.
Rispettosamente,
Gabba

Saturday, October 3, 2009

Shinseikai















Cime di nuvole e ricordi
rimpianti di anni scappati
e l'improvvisa fatica sudore sollievo
mantice in anima mai sopita

Come se l'incontro che arriverà potesse
sbiadire cancellare colpir duro
calmare guarire e dar conforto
all'inquietudine, che rimane dentro

Che lascia quest'uomo più vecchio
forse più ricco
e null'altro aspetta che un altro incontro.

Gabriele Provinciali, Sabato 3 Ottobre 2009

Friday, October 2, 2009

Power of ten

Lectio undecima, partendo da zero, e quindi capitolo dieci.
Grande lezione, ieri, che mi ha colpito per la capacità ed abilità del Senpai di percepire le esigenze degli studenti sottodotati (ai quali mi pregio di appartenere) e di adattare le spiegazioni di tecniche, movimenti e dettagli al ritmo del nostro apprendimento.
In più, gli allievi anziani ci hanno seguito con pazienza e precisione, evidenziando non solo gli errori ma anche le modalità per risolverli.

Il Dojo. Credo sia proprio questo.

Sono arrivato claudicante e con una ɐʇɹoʇs ɐʇɐızıuı ɐʇɐuɹoıƃ, la sezione destra del corpo balbettante e, soprattutto, un umore tendente al nero - perfettamente in linea con il colore che preferisco indossare al di fuori del luogo dove si segue la via.
La lezione di ieri ha cambiato tutto, e il cambiamento è vita.

Come annotavo sulla SocioRetePortinaia, oggi è venerdì (sorriso), e domani ci allena (altro sorriso). Quando sarò in grado di flettere flessuosamente le mie flaccidità senza flebile flemma e flogosi ma con fluttuante fluidità, ne farò uno, interiore, che terrò solo per me. 
:-)

Wednesday, September 30, 2009

Nine Blacks, Nine Whites.

Evidentemente ci deve essere qualcosa sotto. Non sono un tipo da teoria dei complotti, ho sempre apprezzato la semplice verità dell'accade quel che accade e cerco (per quanto possibile) di ottenere quantità e qualità di informazioni adeguate prima di formulare qualsiasi ipotesi.
Premetto anche di non prediligere innesti (?) culturali alla Sacher-Masoch, ho un istinto di conservazione medio-alto e se vedo una rissa con scazzottata budspenceriana riesco a raggiungere, grazie alle lunghe leve, una velocità di fuga che unita alla paura mi rende praticamente sfuggevole come un capitone che per caso guarda il calendario e si accorge che è la vigilia di Natale, è in cucina e tutti lo guardano strano.
Non capisco, però, perché una parte di me - quella vestita di bianco - continua a sogghignare, fermenta, saltella, si agita, ripercorre mentalmente gli errori e le possibili soluzioni, brucia d'orgoglio mai avuto, e irride l'altra parte - quella, in genere, vestita di nero - acciaccata, claudicante, parzialmente funzionevole, con sinapsi-movimento costantemente in ritardo, e che ogni volta riscopre lo studio di una disciplina a contatto pieno e le sue implicazioni.

Bianco e Nero, quindi.

Il Bianco ha pensieri veloci come non vedo l'ora che sia giovedì e poi sabato e poi martedì e poi metto il Karategi paratibie bende guantoni in borsa e cerco su Wikipedia informazioni sugli stili e guardo filmati su YouTube e mi accorgo che esiste un universo che se tutto va bene ci vorranno cinque o sei anni prima di fare qualcosa e intanto pedalare fare flessioni assorbire cultura fare esperienza prendere calci prendere pugni correggere errori cercare movimenti poi velocità poi precisione e forza e non arrendersi perché ogni volta sarà differente e il cambiamento è vita e chi non cambia non vive e chi se ne frega del recupero e di questo periodo Joyciano senza virgole senza punteggiature in fondo lo voglio e lo farò.

[Pausa: La telecamera passa lentamente, in piano sequenza, dall'omino in Karategi e cintura bianca ad un omino vestito di nero. L'omino in Karategi rimane sfocato, sullo sfondo, e l'omino nero è inquadrato in piano americano].


Il Nero ha qualche problema con le appendici destre del corpo. La mano ancora non è al 100%. Il piede - che ieri funzionava - stamattina non si muove, causando temporanea zoppia e sensazione di inadeguatezza. Il Nero scrive lentamente. Prende le sue pause. Usa la punteggiatura per prendere fiato. Non riesce a contrastare la gravità (ed intende quella newtoniana) e aspetta che la situazione volga a suo favore. Vede il Bianco, dietro di lui, che continua a saltellare. Il Nero, per ora, può farlo solo con il sinistro.

[Dissolvenza. Primo piano sul blog].

Bene. Bianco e Nero. Mi ricorda qualcosa (Y & Y). :-)


Saturday, September 26, 2009

L'abbecedario - Parte 1.

Sorvolo sull'allineamento di stamattina, sono riuscito a correre ma non come avrei voluto, persino con la migliore musica del mondo in cuffia. Mancava la spinta che proviene da dentro.
Indi, cercherò di rendere questo Sabato più produttivo ripassando i nomi delle tecniche che ho visto fino ad ora, bellamente copiate dal Superbo Sito Shinseikai del Severo Saggio Sensei (troppe s?).

Oi Tsuki - Diretto
Gyaku Tsuki - Pugno opposto
Shita Tsuki - Piccolo montante
Kagi Tsuki - Gancio

Mawashi Geri Gedan - Calcio basso
Mawashi Geri Chudan - Calcio medio
Mawashi Geri Jodan - Calcio alto

Nelle foto, ipercliccabili come links, quello che le dà è il maestro e quello che le prende è l'allievo - metafora della vita, come è giusto che sia.

Dopo il fugace ma intenso incontro di giovedì con il pavimento, la mano sta migliorando, e sto riscoprendo il vantaggio del pollice opponibile: farsi la barba, allacciarsi le scarpe, effettuare la minzione (in gergo tecnico si dice così) con la mano desiderata sembra un miracolo continuo.
Per aspera ad astra.

Friday, September 25, 2009

Pieces of Eight

Come scrivevo sulla SocioRetePortinaia (Facebook), mai litigare con il pavimento. E' come un soffitto, ma ha la cattiva abitudine di attirare i corpi (solidi, liquidi e umani) verso di sè a velocità sorprendente. Ieri sera ho sfidato il pavimento del Dojo ad una gara di velocità e ho perso per KO tecnico. La lezione che ne traggo, e che mi è stata doviziosamente spiegata dal Sensei e poi, en garde, sussurrata dal mio compagno di botte (Ivano), è la seguente:

  • Le tecniche debbono essere apprese per gradi (se no, a cosa servono gli allenamenti?).
  • Non bisogna avere fretta.
  • Le tecniche debbono essere precise.
  • Un buon percorso per ottenere la precisione passa per lo studio dei movimenti, poi per lo studio della velocità, ed infine per lo studio della forza. Cercare velocità e forza senza studiare attentamente e con costanza la correttezza dei movimenti e la coordinazione necessaria significa (nei casi migliori) finire sul pavimento o (nei casi peggiori) finire sul pavimento a causa di qualcuno.
Una frase, in particolare, mi ritorna in mente: "La forza reale nasce dalla modestia". E, sinceramente, nel mio Dojo riesco proprio a percepirla, questa forza.
:-)


Wednesday, September 23, 2009

Seventh Star

Lezione numero otto. Sette partendo da zero. Mi viene in mente che l'informatica è una disciplina dove uno zero è veramente qualcuno. Zero the Hero. L'inquietudine dello zero.
E, in effetti, sono inquieto.

L'allenamento, ed anche l'allineamento, vedi post precedente, consente di diminuire (e, con l'esercizio ed il talento, azzerare) il gap che naturalmente esiste tra stimolo e reazione.
Nel mio caso, ad oggi, il gap corrisponde all'attraversamento del Mar Rosso da parte del signor Mosè ed accoliti. Il cervello (un manager saputello e autoritario) impartisce i comandi al corpo (il sottoposto frustrato, tuttofare e consapevole della sua situazione): "Esegui tale movimento in fluidità".
Bang.
Il corpo non solo si rifiuta di eseguirli correttamente, ma irride le due manageriali grigiosità emisferiche spernacchiandole con movimenti in ritardo ed estensioni bradipiche che elargiscono (poco) e consumano (tanto), lasciando tutto il sistema in debito di ossigeno e quindi non in grado di eseguire i movimenti successivi come dovrebbero essere compiuti.
Un circolo vizioso, insomma.
Esegui - sbagli - esegui - sbagli - ansimi - sbagli - ansimi - ansimi - buio.
Mi sento come uno scolaretto alle elementari, quando il maestro disegna la lettera A alla lavagna, spiega la pronuncia e l'utilizzo, e vedo i miei compagni di classe che, chiamati a turno, recitano intere frasi (o addirittura discorsi) concedendosi il lusso di giochini semantici ispirati al "Trattato di Semiotica Generale" di Umberto Eco.
Ieri sera, durante il magmatico divertissement dello spogliatoio post-disintegrazione muscolare, il Sensei mi guarda e simpateticamente mi omaggia di un "Come va?". "Insomma", rispondo, "mi sento goffo". Lui mi guarda con un sorriso beffardo, che (io intendo) voleva dire: "Gli allenamenti, caro mio, servono proprio a questo".
La trasformazione da cognizione (io so) a convinzione (io ne sono convinto) è uno dei momenti più ambiti, e la strada, come oramai mi ripeto da giorni, è bella lunga.

Saturday, September 19, 2009

The sleeper must awaken.

E' stato uno dei miei libri preferiti, da ragazzo.
E' stato (ed è ancora) uno dei miei film preferiti di sempre, anche se la trasposizione cinematica ed il suo apparente stravolgimento dei contenuti del libro non deve trarre in inganno.
Ho scritto mille volte questa frase, prima sui diari, poi sulle lettere, poi su web, poi su blog, poi sui social networks, senza perdere un centimetro della profondità con cui mi stupì la prima volta.
Dune, di Frank Herbert.

Il mare mi mancherà... ma un uomo ha bisogno di nuove esperienze. Esperienze che gli restino dentro, arricchendolo. E gli consentano di crescere. Senza cambiamenti, qualcosa si addormenta dentro di noi, e raramente si sveglia. Il dormiente deve svegliarsi.


video

Friday, September 18, 2009

The Sixth Sense

Ogni allenamento nel Dojo è una ricchezza, è una enciclopedia che non riesco a leggere interamente, è un regalo che non vedo l'ora di scartare.
L'allenamento nella mia solita palestra, invece, non ha più lo stesso sapore di prima.

Se potessi utilizzare dei segnalibro, virtuali, sulla lezione di giovedì, li porrei sui seguenti capitoli:
  • Il ritorno in guardia. Colpire con tutto il corpo deve lasciar posto all'agilità del ritorno in guardia nel più breve tempo possibile, per far scattare la prossima sequenza. Allo stesso modo, la difesa da un colpo deve lasciar posto ad un possibile attacco. Tutte le tecniche che ho visto finora (poche) partono comunque da un'ottima posizione di guardia, che permette di difendere ed attaccare con eguale velocità. Guardia sciolta, non rigida!
  • Lo spirito del Dojo. La perdita di sapidità dei normali allenamenti (li chiamerei allineamenti anziché allenamenti) è scoprire che nel Dojo hai tante persone che ti aiutano, anche quando ti fanno male. Ti aiuta il Sensei (il Maestro). Ti aiutano i tuoi compagni di sudore quando ti incitano a fare meglio e dare tutto te stesso. E, grazie a tutti questi stimoli, ti aiuti anche un po' da solo.
Gli allenamenti in palestra, da solo, non saranno più gli stessi.

Wednesday, September 16, 2009

Firth of Fifth

Grazie alla lezione di ieri ho ripreso (quasi tutta) la funzionalità delle braccia che era magicamente evaporata a 36 ore esatte dall'allenamento di sabato mattina.

Queste poche lezioni (sei, a partire dalla zero) mi hanno mostrato le aree di apprendimento da ricordare, in base alla struttura della lezione (riscaldamento, tecnica, esercizi fisici, stretching) ed in base ai miei limiti oggettivi.

  • Gestire meglio il riscaldamento dinamico ed utilizzarlo per sviluppare la coordinazione dei movimenti che sarà utile per la fase tecnica, e per ricordare meglio quello che viene spiegato dal Sensei.
  • Memorizzare i nomi (e, soprattutto, i movimenti) delle tecniche che di volta in volta vengono illustrate. La coppia nome-valore (denominazione e movimento) mi può aiutare nelle sequenze dove le tecniche sono multiple.
  • Gestire la terza fase. Non riesco ad eseguire l'allungamento gambe come voglio, e vorrei fare qualcosa in più. Inoltre devo eseguire addominali, addominali, addominali, addominali (si è capito?).

Monday, September 14, 2009

Go Fourth

Questo post sarà breve, non riesco a muovere bene le braccia... :-)...
E, comunque, ha vinto il sacco.

Friday, September 11, 2009

Third Eye

Il quarto allenamento [partendo dallo zero, il terzo :-)] mi ha fatto capire quanto sono lento e goffo grazie ad una telecamera posizionata in maniera inconsulta con l'approvazione del Sensei. Quello che per me sembra accadere a Velocità Smodata ("Ludicrous Speed", ricordate Balle Spaziali?) in realtà è un semplice slo-mo alquanto mortaccino (termine preziosamente estratto dal dizionario di Cambridge).
I movimenti di braccia e gambe che (io immagino) minacciosamente mulinano pronte per la battaglia sono in realtà movenze Chapliniane viste a 2 o 3 frames al secondo.
Sono costantemente affetto da rigor vitae (e quindi tendo a spezzarmi o a rimanere incastrato), non sono tonico e (soprattutto) sono leeeeeeeento.
Ogni mossa equivale a tre virgola cinque mosse dell'avversario.
Il percorso davanti a me è molto lungo. Never Surrender, mai arrendersi.
In uno dei prossimi post copierò i le tecniche di base ed i nomi associati, per averle sempre sott'occhio. Il lessico è importante, almeno conosco il nome della tecnica di base che sbaglio :-).

Wednesday, September 9, 2009

Second's Out

Ieri sera la terza lezione. La prima dove ho potuto apprezzare la componente tecnica (leggi: la prima dove sono riuscito a finire la fase di riscaldamento con ossigeno bastante per continuare) e dove il Maestro ha approfondito i "calci circolari". L'esecuzione del movimento deve essere effettuata in maniera fluida, ruotando il piede di appoggio ed estendendo la gamba in modo da colpire la gamba dell'avversario con un punto ben preciso al di sotto del ginocchio, che è considerato il punto più forte del corpo in quella posizione.
La guardia deve essere sempre attiva, e sciolta.
Da tenere a mente il suggerimento del Sensei: una guardia rigida, come tutte le cose rigide, tenderà a spezzarsi.

Friday, September 4, 2009

Force One.

Ieri sera il secondo allenamento, desiderato e temuto. Desiderato per cercare di sciogliere le gambe oramai ridotte a quelle del Pinocchio di Collodi, temuto per la paura di continuare a camminare al rallentatore.

Ho compreso qualcosa di più riguardo i miei limiti. Il riscaldamento dinamico è molto impegnativo, e mi lascia poca lucidità mentale per affrontare la parte tecnica e gli esercizi finali.
Devo abituarmi ad una partenza più sciolta e calibrare le forze per arrivare, lucido, fino alla fine.

Ieri sera ho anche capito l'utilità del bendaggio sulle mani :-) ... mai iniziare senza. Il sacco fa male, dopo i primi colpi salta anche del prezioso tessuto epiteliale.

Thursday, September 3, 2009

Day Zero (+2)

Inizio questo blog con due giorni di ritardo, anche dovuti alla valutazione dell'opportunità di trasferire le prime impressioni, le sensazioni ed i pensieri su carta (o equivalente fotonico) relativi all'UPA (Ultima Pazza Avventura). Parte di me nutre ancora qualche sano dubbio sulla riuscita di questa iniziativa, mentre l'altra parte sfrigola, sogghigna, sbuffa e saltella in attesa dell'allenamento di stasera.

[Stacco - Flashback Martedì 1° Settembre, 2009]
(Ben) consigliato dal Sensei (il maestro, un collega di cui ho stima) e da un recente discepolo (altro collega, eguale stima) mi presento, inerme-implume-imbelle, all'inizio dell'anno accademico 2009-2010 Shinseikai Karate (Full Contact) per la prima lezione.
Non so nulla di questa disciplina, ho solo le sincere e passionali informazioni del discepolo e qualche indizio che il Sensei mi regala lasciando a me la decisione di provare ed eventualmente di partecipare al corso aperto a tutti.

Arrivo quando gli agonisti svolgono l'allenamento, e faccio di tutto per non farmi vedere, riuscendoci benissimo (la sopravvivenza è l'istinto chiave nei bipedi basati su carbonio). I minuti passano veloci, mi vesto (non sono richieste le protezioni, almeno per le prime volte) ed in breve arriva il momento cruciale (speravo che l'attesa durasse un po' di più).

Non ricordo di aver avuto una esperienza simile in vita mia. La prima parte, mi viene spiegato, è riscaldamento dinamico, che equivale, per se, ad un abbondante allenamento a base di movimenti, flessioni, estensioni di membra, muscoli, legamenti e parti del corpo che - lo confesso - non ho mai utilizzato.

La seconda parte è dedicata alla tecnica, di cui non conosco i rudimenti (non ho mai combattuto nè praticato arti marziali) e che mi vedono goffo, lento e fuori tempo.

Verso la fine perdo lucidità, qualcuno (credo il Sensei) chiama la fine della lezione e riesco, dopo il saluto al maestro, a strisciare fino agli spogliatoi della palestra. Grazie a Santa Pupa, protettrice dei bambini, degli inetti e dei Noobs riesco a comandare nel giusto ordine le leve dell'autovettura, fermarmi al sushi-bar viciniore e mangiare tekka maki e sashimi, reso radioattivo da quantità di wasabi bastanti per l'intero Decumano Est.

Camminando piano piano, con piedi sottoposti a fucilazione preventiva da vesciche opportunamente formatesi durante il training, riesco anche a comprare la Connettivina e bende in una farmacia notturna vicino casa.

E' ora di dormire.

[Stacco - Flashforward Mercoledì 3 Settembre, 2009]
Dopo 36 ore dal primo allenamento, devo ridefinire il concetto di essere in forma. Non riesco ad alzarmi dal letto, il mio camminare, intervallato da lamenti molto poco Yoga, è il giusto mezzo tra Robocop e uno strafatto alcolico. Dove i tendini non causano dolore, ci pensano le vesciche. Ancora devo iniziare il mio percorso, ma la 'presentazione' di quello che mi aspetta non sembra affatto male :-). Voglio continuare, se il corpo me lo permette.

Mentre mi vesto a velocità bradipo, mi salta in mente di registrare queste sensazioni su di un blog. Non per altri, ma per me. Non voglio scordarle.
E mi ripeto: spero di poter imparare molto. Sugli altri, su di me, su quanto sia necessario ed inevitabile continuare ad apprendere, in qualsiasi punto della propria vita. Imparare e ridefinire la pazienza, la perseveranza, la voglia di superare se stessi.
E stasera si continua: 押忍 !!

Grazie, Sensei, e grazie a Dario.