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Saturday, November 13, 2010

Shinseikai Stars - Parte seconda: Un racconto.

E' un sabato mattina di metà novembre, alle volte fa freddo, alle volte fa caldo. Si chiama autunno, e le mezze stagioni ancora esistono, anche se per poco. Il Dojo è inagibile (lo stanno pulendo a fondo, succede ogni Anno Santo), ieri sera ci siamo allenati extra, e stasera ci si allenerà di nuovo. Quale migliore occasione per andare in gita, recuperare un po' di forze, scoprire luoghi caratteristici e ristorantini nascosti?
Decidiamo di partire alla ventura. Si va tra Lazio Toscana ed Umbria, non troppo lontano né troppo vicino. Il tempo è variabile, come se non si decidesse a piovere ma neanche a tirar fuori una soleggiata da squaglio e sudaccia improvvisa. Perfetto per il nostro scopo ed il nostro umore.
Ci contiamo: siamo io, Lorenzo, Massimiliano ed il Sensei. Luca è di turno in famiglia e declina l'invito. Faccio un rapido controllo delle risorse del giorno:
  • iPhone carico all'80%
  • Serbatoio pieno all'80%
  • Portafoglio con 80 Euro
  • Per la legge dell'80/20, 20% di voglia di guidare.
e quindi gli astri sono allineati, ricchezza sfrenata su quasi tutti i fronti.
Decidiamo con quale macchina andare. Quella del Sensei è troppo rossa, non va bene. Quella di Massimiliano è troppo piccola, non va bene. Quella di Lorenzo è troppo Mercedes, non va bene, e poi Lorenzo ha la cervicale ancora scossa dalle scosse del Sensei di ieri sera. Non rimane che la GabbaCar. 
Messo all'angolo, trasformo la difficoltà in un'opportunità e mi propongo come autista e chaperon, a patto di decidere per intero sulla colonna sonora del viaggio. Incautamente gli altri accettano la proposta, ma non sanno che li aspetta un'autostrada a base di Slayer, Metallica, Megadeth, Fear Factory, Motorhead, Fates Warning, Iron Maiden ed altri che farebbero impallidire il figlio cattivo del Predator di Schwarzenegger.

...

Si parte, e parte la musica.
Lorenzo inizia a raccontare aneddoti di vita dai più divertenti ai più toccanti, ed ogni volta, quando il suo accento vira verso il maremmano, si intuisce di arrivare allo Zenith del significato dell'universo. E poi quel significato viene tirato giù, sarcasticamente, come si tira giù un vestito dall'armadio, per dimostrarci che la vita va anche presa in giro.
Massimiliano parla del suo lavoro e della sua passione, di quello che sta combinando in questo periodo, della voglia di esplorare l'estero e di misurarsi con nuove esperienze, professionali ed umane.
Il Sensei parla del prossimo viaggio in Giappone, delle prove che dovrà sostenere, della preparazione psicofisica, di quello che vorrebbe vedere e di nuovo scoprire nel Sol Levante.
Io guido e ascolto. Mi piace ascoltare. Ogni tanto le conversazioni si incrociano, virano verso altro, ritornano lentamente a prima, si spostano, si scambiano, si intrecciano, si dividono e poi si ricongiungono. Si ride, si sorride, si parla. 
"Gabba, perché stai zitto?" - dice il Sensei.
"Ascolto."
Il Sensei prende l'iPhone dalla tasca, e scrive sulla sua lista nera: Gabba Ascolta.
Gli altri due ridono tra il toscano e il romano.

...

Verso le undici e mezza ci fermiamo in un autogrill per un ricambio idraulico. Si prende un caffè. Vado in cassa per pagare dopo breve e inutile colluttazione con il gruppo (perderei comunque), faccio lo scontrino, e cerco di avvicinarmi al bancone per un 3+1: tre normali e un decaffeinato. Il bancone in realtà è una fitta selva di primati già riprodotti (con prole) che sbranano brioches e svalangano cappuccini e caffè macchiati caldi su tazze fredde e viceversa. Non passerebbe neanche uno spillo. Inizio a muovere lo scontrino in aria con mosse di flamenco, cercando di attirare l'attenzione. Nulla di nulla. Si avvicina Lorenzo. 
"Beh... 'sti caffè?" - mi dice.
Io guardo la foresta di panze appoggiate al bancone e alzo le spalle.
E qui spunta il genio. Le definizioni di genio sono molteplici, e varie. La definizione che mi diverte di più è relativa al bipede che sa cogliere l'occasione e l'intuizione nello stesso istante. Lorenzo guarda prima il bancone, identifica la barista, e poi guarda Massimiliano che sta sfogliando una rivista.
"Massi, vieni un po qui, vieni."
Massimiliano si avvicina, Lorenzo bisbiglia qualcosa all'orecchio, Massimiliano si avvicina al bancone con un sorriso passepartout, dalla terza fila dice qualcosa alla barista che sorride a sua volta, annuisce, catapulta tre caffè più uno deca su un vassoio rococò con biscottini a lato, e lo porge al latore del sorriso. 17 secondi netti, contro il mio flamenco di 3 minuti e mezzo. Un caffè alla Pietro Mennea. Evito di guardarmi allo specchio quando usciamo dall'autogrill e torniamo alla macchina.

...

Sull'autostrada ci si rilassa guardando il paesaggio e le nuvole gonfie, massicce ma non minacciose, e si continua a parlare, a sognare il Giappone, a raccontar di campioni, di botte, di gaffe, di amori perduti e ritrovati, delle speculazioni internazionali di valuta (soprattutto Yen), ed il tempo - come raramente accade - ci è dietro e non davanti. Siamo quasi arrivati, mancano dieci minuti alla libagione, ed il sole decide di mostrarsi magnanimo, regalandoci anche i colori della campagna. 
Scendiamo dalla macchina, lentamente ci avviamo verso il posto prescelto al manducar di festa. Vediamo la serranda del ristorante chiusa, e sopra un cartello con scritto: "CHIUSO". Un vecchietto con la coppola, seduto su una sedia cambriana in legno massello guarda le nostre bocche spalancate e ci dice: "L'è chiuso".
Iniziamo a sospettare che non mangeremo nel posto prescelto.
Chiediamo al vecchietto il ristorante più vicino, e con un irresistibile accento ci ridireziona a dodici chilometri, cucina genuina senza alleggerimento portafoglio. Ci congeda (e congela) con una premonizione: "Badate, è sempre pieno di gente". Il sole, in quel momento, ci mostra la sua solidarietà e si nasconde dietro una nuvola grigia.
Ci rimettiamo in macchina, fiduciosi, trepidanti, un po' affamati.

...

Arriviamo al luogo indicatoci dall'avo. Un ingresso scarno al pianterreno, e sopra un'insegna: "Da Ornella". Proviamo ad entrare, il posto è pieno, sono le due passate e non di poco, e si rischia di non mangiare. Una signora corpulenta porta un tiramisù ad un tavolo, ci nota e sta per avvicinarsi. Un unico pensiero ci accomuna in telepatia: guardiamo tutti e tre Massimiliano, senza dire nulla. Lui ci guarda, e la sua faccia implora "Stavolta no...". Noi lo guardiamo, con l'espressione "Ti tocca". A mali estremi, estremi rimedi. Massimiliano, per spirito cameratesco, si adegua, e tira fuori un sorriso anabbagliante, seguito da un "C'è mica un tavolo per quattro, signora?". La signora guarda Massimiliano, sorride e risponde "Ve lo trovo io", e poi guarda noi, in sequenza. Il minuto successivo siamo al tavolo. Alle deità ed al Massimiliano volendo, si mangia. Dalla finestra il sole diventa di nuovo contento e si fa vedere.

...

Primo secondo contorno e caffè, e data la presenza del Sensei tralasciamo il dolce, stasera ci si allena. Passeggiamo per il borgo tra vicoli di sanpietrini umidi ed angoli dove il tempo non solo si è fermato, ma ha deciso di non aggredire il passato. 
Un'ora dopo, il sole s'è un po' stancato ed inizia ad allungarsi come uno sbadiglio. Bisogna tornare, le borse da Dojo sono in macchina e stasera ci si allena. Si va.
Il viaggio di ritorno è più silente, la concentrazione necessaria per l'allenamento inizia a salire pian piano e di solito il viaggio di ritorno sembra sempre più corto.
Vicino Orte una pattuglia dei Carabinieri ci ferma per un controllo. Nessuno di noi tre osa chiedere a Massimiliano un sorriso da forze dell'ordine, potrebbe uscire un risultato non atteso. 
Sbrigata la formalità del controllo documenti, si prosegue verso Roma, dove arriviamo ch'è buio e si va al baretto vicino al Dojo per un ulteriore caffè. Stavolta i caffè non sono 3+1, sono un quattro secco, la caffeina mi serve per tirare due lezioni, agonisti e post-agonisti. 
Si ripensa alla giornata passata insieme, e pian piano tutti i Senpai e gli studenti iniziano a rendere il Dojo vivo.

...

Alla fine dell'allenamento, vado da Lorenzo e Massimiliano con l'espressione "E anche questa è andata...". Loro sorridono. Si avvicina il Sensei, ci chiede perché ridiamo. Ripensavamo alla pattuglia dei Carabinieri e al sorriso mancato, rispondiamo. Sorride anche il Sensei. Dobbiamo immortalare il momento, penso. Chiamo Luca e Dario per farci fare una foto insieme, quattro mani sono meglio di due. E, uscendo dal Dojo, il nostro sorriso non si spegne, non è a comando, ma viene da dentro.

Nella foto, da sinistra a destra: Lorenzo, Massimiliano Varrese, il Sensei ed io. Un abbraccio a Lorenzo e Massimiliano per aver passato qualche ora insieme, anche se virtuale, e uno al Maestro per la sua pazienza nel leggere invenzioni semplici di uno studente complicato.




Saturday, October 23, 2010

Shinseikai Stars - Parte prima.

Un Dojo, in genere, riserva sorprese. Il Dojo dello Shinseikai Karate riserva sorprese più forti, emozioni che ti rimangono dentro e che ti aiutano, soprattutto dopo la mattinata del Sabato con gare viciniori, a superare fiero e contento quella leggera zoppia che scende verso le nostre leve dopo un sano, vitale, approfondito, variegato e ben distribuito allenamento a base di kumite (sparring).

Una delle emozioni forti è scoprire che il tuo vicino di botte è un attore che ha partecipato ad un bellissimo film - Lezioni di Volo - riconosciuto come d'interesse culturale nazionale. I pigri possono trovare una recensione qui.

Il vicino di botte si chiama Tom, ed oggi ho avuto il piacere di fare un po' di sparring (anche) con lui. A perenne memoria, una fotografia scattata da Fred con l'Arduino alle nostre spalle mentre effettua gli esercizi post-atomici alla sbarra (no, non sta levitando). Da sinistra verso destra, il Sensei, Tom Karumathy, io. E non finisce qui.

Wednesday, October 13, 2010

Folklore V

« È impossibile ottenere il moto perpetuo per via meccanica, termica, chimica, o qualsiasi altro metodo, ossia è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica »
(Max Planck, Trattato sulla termodinamica, Dover (NY), 1945)

Max Planck aveva torto marcio. La macchina del moto perpetuo non solo esiste, ma si trova a Roma in un capannone sito in via Pico della Mirandola. Quindici.
E' Ottobre, ed il Dojo è pienamente funzionante anche quando non frequentato. Se non vai al Dojo, il Dojo viene a casa tua e finisce anche per rimanerci ospite mesi e mesi.

La smemorina retroattiva.

La smemorina (che, ricordiamo, è sostanza semitossica  prodotta in situ dopo anni di allenamenti inter-stile, di cui si può trovare ampia documentazione su questo blog) ha recentemente mutato parte delle sue caratteristiche adattandole ad una migliore interazione con l'ospite umano: è diventata retroattiva, e quindi colpisce prima di recarsi al Dojo e, in particolare, durante la fase di costruzione della borsa per il Karate (utilizziamo volentieri il termine 'costruzione' in quanto l'approntamento della borsa è un processo situato tra l'impressionismo di Van Gogh ed il design futurista di Le Corbusier). 
Non di rado, durante il magma accalcato e accaldato di fine lezione con doccia incorporata, è possibile sentire gli effetti della smemorina retroattiva che generalmente si concretizzano con un "Noooo. Le mutande...". Al malcapitato, che si guarda intorno trattenendosi dal chiedere se sussistono le condizioni per una mutanda di scorta, non resta che la vestizione del jeans a pelle, tra una silente e cameratesca ilarità degli studenti Shinseikai. E' possibile identificare il bipede smutandato all'uscita dello spogliatoio per le evidenti movenze da Elvis Prestley miste ad una inaspettata celerità nel ritorno a casa. 

I lucchetti di Hello-Kitty.

Gli armadietti a salto quantico sono stati aggiornati con un upgrade ortogonale: la prima fila orizzontale e l'ultima fila verticale hanno degli occhielli in bismuto (numero atomico: 83) adatti ad ospitare lucchetti di sezione e grandezza variabile. I lucchetti forniti dall'amministrazione della palestra hanno chiavi 'anime'  lillipuziane con uno spettro ampio, da "Il mio primo diario segreto", passando per "Memole dolce Memole", fino ad arrivare alla chiave "Hello Kitty". Alla fine dell'ultima lezione ho estratto il mio portafoglio dall'armadietto, aspettando un salto quantico temporale che non si è verificato. Controllando meglio, ho ritrovato nello scomparto dei documenti di identità il passaporto di Akira Takasaki, il mitico chitarrista dei Loudness.

Il maledetto esercizio di Senpai Tullio.

Il Senpai Tullio, che viene sistematicamente selezionato dal Sensei alla fine delle ripetizioni (ad esempio, addominali) per la sua capacità di pronunciare i numeri giapponesi da uno a dieci in due secondi netti (eseguendo l'esercizio in maniera corretta, ovviamente), durante la fase di riscaldamento attiva non cessa mai di scaldare anche i nostri cuori. 
Un esercizio in particolare allieta primati di età e sesso variabile, che arriva puntualmente in piena fase di obnubilamento da mancanza di ossigeno, con la sequenza riportata di seguito:
  1. Gli sguardi degli studenti si incrociano dubbiosi.
  2. La tensione sale alle stelle, l'esercizio potrebbe essere invocato.
  3. Si pensa (di nascosto) "ecco, adesso lo chiama".
  4. Senpai Tullio aspetta - ad arte - qualche secondo per creare false aspettative.
  5. Si pensa (di nascosto) "forse l'abbiamo sfangata".
  6. Senpai Tullio mostra la posizione iniziale, che presuppone inequivocabilmente l'esercizio ammazzafiato senza esplicitarne l'interezza.
  7. Si pensa (di nascosto) "...azz".
  8. Senpai Tullio mostra l'esercizio.
  9. Non si pensa neanche di nascosto, si risparmiano le energie.
  10. Senpai Tullio urla l'Hajime.
Shinseikai è anche eseguire il maledetto esercizio di Senpai Tullio con il sorriso. E sicuramente il sorriso, alla fine dell'esercizio, c'è.
  1. Si pensa (di nascosto) "lo avevo detto che lo chiamava".
Bello il Mercoledì. Un giorno Shinseikai tra due giorni Shinseikai.
A domani.

Tuesday, September 14, 2010

Chiedimi la parola.

Chiedimi pure un testo che dipinga a tutto tondo
quello che sembro, quando vesto il bianco
che nasconda e tiri all'ombra quando stanco
e quando il Dojo rappresenta il mondo.


Ah, studente ch'entra baldo nel tuo Dojo
ambendo al loco della vuota mano,
e sembra pronto ad affrontar l'arcano
ma n'esce tristo, abbacchiato e mogio.


Chiedimi pure le basi che ho imparato
e combinazioni che continuerò a sbagliare
Chiedimi forza, per continuare
e per correggere quello che ho sbagliato.

Friday, September 10, 2010

Shinseikai e certezze

Studiare una disciplina dura come un'arte marziale, complessa come una partita di scacchi, intrigante come un film inedito di Hitchcock, pesante come una carbonara preparata in una certa osteria che conosco - oltre al sacrificio ed alla continuità - induce anche certezze.
Ne elencherò solo qualcuna, per amor di brevità: la lista potrebbe essere lunga quanto l'elenco degli evasori fiscali residenti e strombazzanti in Tristalia.


La scrittura del Post.
Scrivere un Post sul blog Shinseikai comporta l'attraversamento (in maniera scientificamente ripetibile) delle fasi seguenti:
  • Illuminazione su idea riguardante struttura, forma e contenuti
  • Panico di fronte alla pagina di testo vuota
  • Scrittura dei primi due paragrafi
  • Cancellazione intera del temporaneo elaborato
  • Cambio repentino idea
  • Scrittura titolo (tanto lo cambio)
  • Trance agonistica e scrittura dei contenuti
  • Rilettura del testo e trasformazione dell'espressione facciale in "inadeguatezza"
  • Cambio titolo (hai visto, l'ho cambiato)
  • Invio post al pubblico ludibrio
Una volta pubblicato, il post non viene riletto, ma rimbalza nella testa dell'ideatore fino a spegnere la propria energia cinetica nel debito d'ossigeno del prossimo allenamento. Dopodiché, pronti a ricominciare l'ardir perenne della singolar tenzone tra il confezionatore di parole ed il fotonico foglio bianco.

Il pugno di Irene.
Certezza recente, sviluppata nella calura estiva, ma ha già sapore di ricorrenza. Due amici che si incontrano hanno infinite opzioni: l'abbraccio, il bacio casto, il cenno di intesa, la pacca sulla spalla o su altri apparati più o meno intimi, l'occhietto, il battimano, l'OSU!, il paso-doble e potrei continuare per un po'. Io  e Irene ci meniamo con combinazioni di Oi-Tsuki e/o Yaku-Tsuki. Penso che continuerà per un po', o almeno fino a che uno dei due dichiara un armistizio.

Ad Arduino, l'inchino.
Attesa in un angolo del Dojo mentre gli agonisti tirano fuori corpo, anima, pezzi di polmone e prossemiche manate. Rumore nel corridoio, monete infilate nella macchinetta sganciabibite: dico tra me e me, questo è Arduino. 
Mi giro. 
E' lui. Accenna ad un sorriso lato destro, ci salutiamo alla giapponese (con l'inchino, appunto), ed appoggia su un lato del ring la sua mistura cangiante di acqua, sali minerali, e sostanze comprate dal dispensatore di vitamine liquide. Visto che Messer Arduino è al terzo anno di Dojo - e frequentato con successo - la prossima volta gli chiederò di condividere la sua pozione magica, o almeno di darmene una scodella come Asterix.

Filippo e il Sensei.
Sono la stessa persona, ma due persone diverse. Alle volte li incontro tutti e due al lavoro, ma preferisco tenerli separati. Mi è anche capitato di incontrare Filippo, nel Dojo, soprattutto prima delle 19.30, in orario estivo. Un'apparizione breve, un battito di ciglia, e poi ho guardato bene: era il Sensei. Filippo mi parla, il Sensei invece appunta quello che dico, quello che faccio e i conseguenti errori su una lista gelosamente conservata a futura memoria di mazzate centralizzate e distribuite da erogare con modalità note solo a lui. 
Un giorno di questo prendo questa lista e la faccio vedere a Filippo, sono curioso di sapere cosa ne pensa.

Ivano e il clima post-bellico.
Ogni concentrazione di uomini dislocati in uno spogliatoio, al termine di qualsivoglia attività fisica, provoca la produzione e la condivisione delle note "corbellerie da spogliatoio", oramai divenute figure giuridiche civili e penali. Nell'ambiente Shinseikai, la diffusione è rigidamente controllata e gestita dal gruppo di studenti. Un ruolo particolare  è coperto da Ivano, che crea, alimenta, fantasizza e smista storie Shinseikai universalmente riconosciute come uniche. Le sentenze di Ivano sono soggette a copyright internazionale sui diritti di autore, ed allo status "Indicazione Geografica Tipica". La sua frase "Ecco, io la penso così, poi..." è stata personalmente valutata per l'inserimento nella Library of Congress statunitense.

Dario e la conta contatti.
Una volta finito l'allenamento si va a casa. Ci si spoglia. Si cerca di mangiar qualcosa prima di crollare sul ronfatoio. E poco prima di chiudere gli occhi per il meritato riposo, lo sguardo si posa su tre o quattro lividi da contatto, e si pensa "Questi lividi... mmmh... questo è colpa di quello @#@¥~* di Dario", che è stato tuo partner nell'esecuzione delle tecniche apprese durante la lezione. La condizione è assolutamente speculare per Dario, che conta i suoi. La conta segreta non viene mai comunicata, e non si hanno notizie certe su chi sia in vantaggio.

La lista potrebbe continuare all'infinito. E forse lo farà.

Saturday, May 8, 2010

Changed vs. Unchanged

Riapro la porta del blog dopo una - voluta - lunga pausa.
Il blog era lì, il Dojo era là, ed ora li mettiamo di nuovo in comunicazione. Il blog, però, ha bisogno di essere aggiornato.

(Pensieri).

Se dovessi sovrapporre una diapositiva del Dojo dall'ultimo post con quella dell'ultimo allenamento mi accorgerei, in effetti, che alcune cose sono completamente cambiate, ed altre - ringraziando le deità dell'Acido Lattico e dei Dolori del Giorno Dopo - sono rimaste eterne, immutabili e garanzia del continuum spazio-temporale.
Perchè non stilare una lista dei cambiamenti e confrontarli con le costanti gravitroniche del Dojo?
Presto fatto.

Cose che sono cambiate.

  • La fila delle cinture colorate, durante la concentrazione, è lunghissima!
  • La fila delle cinture bianche, durante la concentrazione, soffre di nanismo.
  • Ivano il Giallo è diventato Ivano il Blu.
  • Arduino il Bianco è diventato Arduino il Giallo.
  • Gli armadietti a salto quantico (vedi post precedenti) iniziano a perdere le proprietà magiche: a volte ritrovi esattamente quello che hai messo.
  • Le giornate si sono allungate, ed i sensori dell'illuminazione esterna sponsorizzati da Google Algorithms sono definitivamente sublimati.
  • Francesco si è infortunato, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
  • Mattia sta recuperando, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
Cose che non sono cambiate.
  • Lo spogliatoio del Dojo ed i suoi terreni di coltura rimangono invariati.
  • Le cabine della sorpresa (le docce) continuano a congelare/ustionare gli studenti.
  • I ganci bastardi sono ancora bastardi.
  • Il cesto degli orrori è sempre al suo posto, e continua a guardarti beffardo.
  • Gabba il bianco è ancora Gabba il bianco.
  • Il livello di Smemorina (vedi post precedenti) è ancora su valori Europei. 

A breve, la lista delle cose che cambieranno. Perchè cambieranno, ne sono sicuro.

Wednesday, March 3, 2010

Folklore III


E' Marzo, che a Roma corrisponde ad una ipotetica stagione di mezzo. 
Il Marzo pazzerello delle poesie di terza elementare, ahimè, non esiste più. Oggi esiste il Marzo in SUV che va contromano con il dito medio alzato e la certezza di farla franca dichiarando 12.000 Euro lordi annui, continuando ad andare in vacanza a Santo Domingo (non si mai, potrebbe rimanerci se la magistratura utilizzasse l'effetto speciale inventato nei laboratori di Stan Winston, il fumus persecutionis). 

Chi normalmente frequenta il Dojo, normalmente tra le 19.30 e le 21.30 dei giorni normalmente pari, è invece convinto che alcuni valori rimangono immobili ed immancabilmente immarcescibili. Il Dojo è una certezza, un assioma, un organismo che continua a pulsare anche se il suo creatore ed ispiratore viene spedito in terra umidamente albionica. 
Il Dojo è un essere fatto di artigli, denti e angoli vivi che ospiti e che inizia a farti male quando sei lontano, e quando cerca ti riportarti vicino.
Il Dojo è lì, e non ammette deroghe. Il Dojo continua anche (e soprattutto) quando non ci sei, e quando ritorni lo trovi 35 metri più avanti, perché nel frattempo lui ha proseguito, tu no. 

Dopo aver esplorato gli armadietti, il cesto degli orrori, le cabine della sorpresa e gli spogliatoi, la nostra attenzione viene catalizzata da due elementi riconducibili al tempo: il maledetto timer e le fasi dell'allenamento.

Il maledetto timer

Il timer del Dojo è un monolito di massa e peso infiniti candidamente appoggiato su un armadio punico ad uso di ripostiglio. Il timer è parente stretto degli armadietti a salto quantico (vedi uno dei post precedenti, oppure cerca armadietti a salto quantico su Google), e come tale ha un atteggiamento non riconducibile alla riproducibilità scientifica. 

Il fetentone, infatti, dilata i tempi di kumite (in maniera esponenziale se prevede la partecipazione attiva del Sensei) e riduce i tempi di recupero a pochi, miserabili, insufficienti  istanti che fuggono come l'umana giovinezza per lasciar posto ad altra sana e perspirante attività fisica. 

Tradotto in Casalottese, le botte durano tanto e il riposo dura poco. Non si hanno prove certe di un dolo, ma tutti sono sicuri che il timer se la rida ed acceleri (o rallenti) l'unica lancetta disponibile a suo esclusivo godimento. 

Le fasi dell'allenamento

Quando il tempo degli esami si avvicina, le fasi dell'allenamento assumono lo spessore e l'intensità delle liriche di Ungaretti. E dell'autore ecco alcuni brani di poesie associate a momenti da ricordare:

Arrivo al Dojo
Mi illumino d'immenso

Preparazione e vestizione
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli

Riscaldamento dinamico
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Kihon
E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura.  

Kumite con il Sensei
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

L'essere artigli denti ed angoli vivi mi ricorda che oggi è comunque un giorno Shinseikai, ma domani ci si allena - forse un giorno Shinseikai++ -  ed io non sono mai stato tanto attaccato alla vita :-).

OSU!








Friday, February 12, 2010

Cose da ricordare

Francesco che non può allenarsi.
Francesco che viene lo stesso nel Dojo.
Francesco e il suo sguardo mentre gli altri si allenano.

Il Sensei che ti chiama sul ring.
Il Sensei che ti insegna qualcosa sul ring.
Il Sensei che ti lascia uscire dal ring con le tue gambe.

Gli agonisti che iniziano il loro allenamento.
Gli agonisti che finiscono il loro allenamento.
Gli agonisti che rimangono anche al nostro turno.

Mark, l'Inglese, che si allenava da noi.
Mark, l'Inglese, che secondo me capiva l'italiano.
Mark, l'Inglese, abbracciato dal gruppo quando è andato via.

Il Dojo, quando arrivi, che sembra come casa di amico.
Il Dojo, quando ti alleni, che sembra più piccolo.
Il Dojo, quando vai via, che sembra immobile.

Il giorno dopo, che le vecchie ferite ritornano.
Il giorno dopo, che è comunque un regalo.
Il giorno dopo,  perchè domani sarai lì, di nuovo.

Friday, January 8, 2010

I suoni del Dojo




Il Dojo non è solo il luogo dove si ricerca la via. E' un luogo dove occhi ed orecchie devono essere sempre aperti e la bocca quasi sempre chiusa, il che fa del Dojo un posto magico (trovatemi un posto dove si parla poco e si impara molto e io sarò lì, in fila all'entrata, aspettando l'apertura) e quasi fuori dal tempo.
Occhi per rubare il possibile (nei confini della legalità) attraverso gli sguardi, le impressioni, le valutazioni visive. Orecchie per ascoltare le indicazioni ed i comandi, e le spiegazioni a corredo delle tecniche da utilizzare.
Dopo qualche decina di lezioni, le orecchie dei bipedi che frequentano il corso Shinseikai vengono addestrate non solo alle funzioni canoniche riportate sopra, classificabili come funzioni ricettive (che agevolano la traduzione da stimolo a esecuzione), ma a caratteristiche più sofisticate e divertenti che vengono preparate spiando gli allenamenti degli agonisti: le cosiddette funzioni distintive.

Le funzioni ricettive servono per imparare ed evolvere, quelle distintive per imparare e sopravvivere. La caratteristica tipica della funzione distintiva è, appunto, distinguere un suono dall'altro.

Alcune applicazioni delle funzioni distintive sono ludiche. Ad esempio, l'enumerazione in giapponese delle ripetizione degli esercizi fisici o delle tecniche, assegnate dal Sensei a suo piacimento, è il primo tipo di esercizio che un qualsiasi primate biancocinturato (io) inizia ad eseguire durante l'attesa del proprio turno. Con un minimo di tecnica e di attenzione, è possibile identificare l'assegnatario di ogni ciclo di ripetizioni, come segue:

- Mattia (pronuncia dei numeri lunga, frequenza media, intonazione della Capitale)
- Francesco (pronuncia dei numeri corta, frequenza medio-alta, intonazione sostenuta)
- Pierluigi (pronuncia dei numeri media, frequenza medio-alta, intonazione distinguibile)
- Tullio (pronuncia dei numeri corta, frequenza altissima, intonazione molto sostenuta)
- MIchael (pronuncia dei numeri regolare, frequenza medio-alta, intonazione di classe)

e così via. Tremo al pensiero che un giorno, alle deità piacendo, dovrò anch'io simultaneamente eseguire e pronunziare, con il rischio di emettere vocalizzi da tacchino svizzero raffreddato.

Altre applicazioni, invece, sono (come dicevamo) a carattere di sopravvivenza: riconoscere un suono di un Mawashi Geri Gedan tirato da (uno a caso) Pierluigi ad un sacco, mentre sei voltato, potrebbe significare - in un kumite - la differenza tra tornare a casa con le tue gambe o accompagnato da strani signori vestiti di bianco. Perché? Perché intuendo la distruttività associata al suono farai di tutto per pararlo o evitarlo.
Riconoscere, oltre alla tecnica, anche chi la sta eseguendo in quell'istante, costituisce la base delle tecniche di auto-conservazione che un giorno potrebbero essere utili.

Talvolta, in compagnia del buon Arduino, ci divertiamo a gareggiare indovinando tecniche e esecutori, non senza sorrisetti nervosi e pietà per i poveri sacchi, oggetto di tanta immane energia cinetica.

Esempio tipico di conversazione Gabba - Arduino, ore 20.10, Dojo.

SBAAAAAAAM - "Questo è Pierluigi, Mawashi Geri Gedan" (Nota del Redattore: ai fini del punteggio, Pierluigi non vale: lo riconoscono anche i condomini dei palazzi viciniori)
SBAM SBAAM SBAAM SBAAM - "Mawashi Geri Chudan, questo è Mattia che sta affinando la mira, inizia piano e poi aumenta"
SBAAAM - "Mawashi Geri Jodan, e questo è Tullio, ma non l'ha tirato totalmente"
SBAAAAAAM - "Mawashi Geri Jodan, sempre Tullio, ma adesso c'è andato giù pesante"

Deh, studente che frequenti regolarmente il Dojo. Apri le orecchie e ascolta. Oltre ad imparare  potrai distinguere, e alle volte il distinguere non ci rende solo migliori, ma anche viventi.

Saturday, December 5, 2009

Folklore II




Mentre il 2009, oramai ridotto ad un arzillo vecchietto, sta correndo verso il traguardo SanSilvestrino per "portar lo testimonio" al 2010 (chiedo scusa, Dante dà dipendenza), siamo già circondati da pubblicità che ti ricordano del Natale di regalare di non preoccuparti di anestetizzarti di rimandare i problemi al prossimo anno di dormire di iniettarti dosi sempre più massicce di TV a pagamento per sollazzare la tua voglia di divano lasciandoti, certamente, più povero di prima. In tutti i sensi. 

Invischiati tra questo pattume multimediale, che non risparmia (ahinoi) anche la Rete e canali di comunicazione meno mesmerizzanti della TV, ci accorgiamo che il Dojo è un santuario, un rifugio che permette di prendere le distanze da spazio e tempo (rispettivamente, Roma - Italia e Dicembre 2009) e di rivolgere la nostra completa attenzione su cosa dobbiamo migliorare, anzichè cosa dobbiamo comprare. Le mie parole, povere e inadeguatamente vergate su di un blog nero e anonimo (e quindi molto allineato al suo padrone), non riescono a spiegare bene cosa si prova in quei secondi post-lezione dove siamo invitati a pensare alle aree di miglioramento e di crescita interiore, oltre che sportiva. Quello che so, però, è che non mi è mai capitato di lasciare quei secondi vuoti, come credo non sia mai capitato a nessuno. 

Oltre al Dojo, però, ci sono altri valori che non cambiano. Che restano lì, immobili, immutati, invecchiati come un buon vino d'annata, come un brano di musica classica che con gli anni aumenta la sorpresa di chi ascolta. Come, ad esempio, lo Spogliatoio.

Lo Spogliatoio e la Smemorina.

Un argomento già affrontato in uno dei post precedenti, concernente lo Spogliatoio, è la presenza inquietante di artefatti semiorganici che farebbero felici interi reparti della Polizia Scientifica: scarpe, magliette, felpe, fasce, calzini e indumenti sportivi non identificabili neanche con accurate analisi al Carbonio-14. 
La presenza è inquietante per l'assenza dei proprietari.
Ho elaborato una teoria, autoctona, ma supportata da studi internazionali e finanziata dal Gas Technology Institute (http://www.gastechnology.org/) che riguarda l'argomento.
Gli innumerevoli allenamenti Shinseikai, uniti a quelli di altre discipline (Boxe), hanno prodotto - nel tempo - vapori letali nell'area corrispondente allo spogliatoio maschile che rimangono residenti ed attaccano direttamente i centri della memoria. Tali vapori hanno l'infausto effetto di lasciare i malcapitati avventori incapaci di intendere e volere e, soprattutto, di ricordare il prelievo di indumenti sudati ed accessori (sudati anch'essi). L'enzima contenuto in questi vapori è stato battezzato Smemorina, ed è particolarmente aggressivo: basta un allenamento, e oplà, la Smemorina esegue il suo diabolico compito, facendo scordare di tutto, di più.
A giorni dovrebbe arrivare il referto del GTI (vedi sopra) in grado di dare indicazioni precise sulla produzione di un antidoto.

Armadietti e Salto Quantico.

Lo studente Shinseikai dotato di portafoglio, chiavi e cellulare al seguito può sperimentare l'essenza del Salto Quantico cercando di porre i propri effetti personali nei microarmadietti posti fuori lo spogliatoio. Ho utilizzato il termine cercare in quanto i vapori letali descritti nel punto precedente hanno cambiato il funzionamento degli armadietti rendendolo non euclideo e indipendente dalle quattro dimensioni conosciute.
L'apertura dei locker non è omogenea: scegliendo sempre lo stesso armadietto (ad esempio, il 18), si aprirà correttamente solo di giovedì, con tempo sereno e prima del solstizio di inverno. Qualsiasi variazione di questa combinazione causa la chiusura ermetica o il funzionamento non corretto dell'armadietto, rendendolo inservibile.
A volte, gli armadietti scambiano proditoriamente i loro contenuti lasciando interdetti i proprietari degli oggetti ivi contenuti: il contenuto del 16 va nel 21 e quello del 21 va nel 4 che è chiuso da sei anni.
Ricordo bene che una volta Ivano il Giallo mi chiese di condividere uno degli armadietti, apparentemente innocuo, unendo i nostri averi. Aprendolo alla fine della lezione, trovammo una tessera della P2, un barattolo di marmellata scaduta e una figurina di Facchetti.

La Via Crucis.

Prima dello Spogliatoio spraybiotico e degli armadietti sudoku, il Dojo si contraddistingue per il grande spazio, il ring, la zona sacchi e soprattutto per le pareti costellati di immagini di combattenti, pugili, campioni e bipedi dotati di coraggio, quasi sempre con guantoni e l'aria di chi ne date (e prese) proprio tante: è la Via Crucis. Da Mohammad Ali fino ai campioni locali, ci sono tutti. Alle volte ho come l'impressione che si divertano a guardarci. Chissà cosa si dicono quando la palestra è vuota.

Martedì prossimo non c'è lezione.
Che tristezza.

Saturday, October 24, 2009

Folklore

Nulla mi fa sogghignare di più di alcune caratteristiche che, ogni martedì-giovedì-avoltesabato, ritrovo con con simpatia e con rinnovato rispetto nelle stanze del luogo-dove-si-segue-la-via.

Lo spogliatoio.
Immaginate uno spazio vitale di 25 m² (o meno) occupato da 40 persone che hanno con sé borse la cui capienza è misurabile in ettolitri contenenti karategi cinta guantoni paratibie paradenti scarpette fasce cavigliere, materiale da doccia (vedi sotto) e da asciugo post bellico. Il risultato è il tipico effetto farfalla (teoria del caos): un battito di ciglia di Mattia giù in fondo provoca una leva con proiezione a me - povero bianco inesperto - che sono dall'altra parte. Molto di questo materiale da combattimento viene poi perso o abbandonato da crudeli padroni, e non di rado è possibile vedere qualche fascia Leone del 1976 scappare via veloce per evitare la tortura del cesto degli orrori (vedi sotto).

Le docce.
Chiamarle docce è - secondo me - improprio. Trattasi di dispositivi di erogazione casuale di acqua, pensati, disegnati, installati e resi operativi attraverso una rigida logica booleana. La doccia eroga, o non eroga. Eroga acqua in ebollizione, o acqua proveniente da Capo Nord, e spesso combinazioni veloci tra le due. Ho visto più di una volta persone Shinseikai, e quindi abituate a superare costantemente i propri limiti fisici e mentali, avvicinarsi timorose e riverenti prima di entrare nelle cabine della sorpresa (definizione più appropriata, non sai mai cosa può capitarti).

Il pavimento dello spogliatoio.
Visto il comportamento delle cabine della sorpresa, provate ad immaginare le condizioni del pavimento dello spogliatoio. Sono presenti, in pratica, tutte le sedimentazioni e tipologie di terreno esistenti al mondo, dal desertico al limaccioso, dal pluviale al montano.
Abbiamo ricevuto diverse richieste da parte di geologi per conto di università prestigiose (Oxford, Frascati) al fine di analizzare e studiare i vari compound nel corso del tempo, ma per il bene del Dojo e dell'attività Shinseikai sono passate tutte in second'ordine.
Ogni oggetto che cade in preda al rigore gravitazionale trasforma la faccia del proprietario dall'inaspettato all'orrorifico, il tutto in un istante. Una volta toccato il pavimento, non c'è molta scelta: disinfezione nucleare o cesto degli orrori.

Il cesto degli orrori.
E' lì. Sempre presente. Sempre pieno. Ti guarda dal basso verso l'alto con aria di sfida e di (vera e propria) intoccabilità. Qualcuno mi ha sussurrato, prima dell'inizio delle lezioni, che tra i vari strati di reperti pare ci siano magliette ancora sudate di George Foreman, le fasce di Primo Carnera (due lenzuoli, in pratica) e un sospensorio mummificato di Achille, l'eroe dell'antichità omerica. Un compagno di botte mi ha anche giurato di vederlo muoversi, a tempo, mentre il Sensei scandisce gli ordini e li enumera con ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!

La luce del parcheggio.
Se esiste un algoritmo che ne regola l'accensione e lo spegnimento, vi prego di farmelo sapere, lo potremmo vendere a Google e con gli interessi comprare delle torce autoalimentate.

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Martedì, il Dojo, mi mancherà.

Saturday, October 3, 2009

Shinseikai















Cime di nuvole e ricordi
rimpianti di anni scappati
e l'improvvisa fatica sudore sollievo
mantice in anima mai sopita

Come se l'incontro che arriverà potesse
sbiadire cancellare colpir duro
calmare guarire e dar conforto
all'inquietudine, che rimane dentro

Che lascia quest'uomo più vecchio
forse più ricco
e null'altro aspetta che un altro incontro.

Gabriele Provinciali, Sabato 3 Ottobre 2009

Friday, October 2, 2009

Power of ten

Lectio undecima, partendo da zero, e quindi capitolo dieci.
Grande lezione, ieri, che mi ha colpito per la capacità ed abilità del Senpai di percepire le esigenze degli studenti sottodotati (ai quali mi pregio di appartenere) e di adattare le spiegazioni di tecniche, movimenti e dettagli al ritmo del nostro apprendimento.
In più, gli allievi anziani ci hanno seguito con pazienza e precisione, evidenziando non solo gli errori ma anche le modalità per risolverli.

Il Dojo. Credo sia proprio questo.

Sono arrivato claudicante e con una ɐʇɹoʇs ɐʇɐızıuı ɐʇɐuɹoıƃ, la sezione destra del corpo balbettante e, soprattutto, un umore tendente al nero - perfettamente in linea con il colore che preferisco indossare al di fuori del luogo dove si segue la via.
La lezione di ieri ha cambiato tutto, e il cambiamento è vita.

Come annotavo sulla SocioRetePortinaia, oggi è venerdì (sorriso), e domani ci allena (altro sorriso). Quando sarò in grado di flettere flessuosamente le mie flaccidità senza flebile flemma e flogosi ma con fluttuante fluidità, ne farò uno, interiore, che terrò solo per me. 
:-)

Friday, September 18, 2009

The Sixth Sense

Ogni allenamento nel Dojo è una ricchezza, è una enciclopedia che non riesco a leggere interamente, è un regalo che non vedo l'ora di scartare.
L'allenamento nella mia solita palestra, invece, non ha più lo stesso sapore di prima.

Se potessi utilizzare dei segnalibro, virtuali, sulla lezione di giovedì, li porrei sui seguenti capitoli:
  • Il ritorno in guardia. Colpire con tutto il corpo deve lasciar posto all'agilità del ritorno in guardia nel più breve tempo possibile, per far scattare la prossima sequenza. Allo stesso modo, la difesa da un colpo deve lasciar posto ad un possibile attacco. Tutte le tecniche che ho visto finora (poche) partono comunque da un'ottima posizione di guardia, che permette di difendere ed attaccare con eguale velocità. Guardia sciolta, non rigida!
  • Lo spirito del Dojo. La perdita di sapidità dei normali allenamenti (li chiamerei allineamenti anziché allenamenti) è scoprire che nel Dojo hai tante persone che ti aiutano, anche quando ti fanno male. Ti aiuta il Sensei (il Maestro). Ti aiutano i tuoi compagni di sudore quando ti incitano a fare meglio e dare tutto te stesso. E, grazie a tutti questi stimoli, ti aiuti anche un po' da solo.
Gli allenamenti in palestra, da solo, non saranno più gli stessi.