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Saturday, October 12, 2013

Soundtrack

La sessione all'Open Dojo inizia piano, come se il tempo instabile di questo Ottobre abbia trovato il modo di insinuarsi dentro l'ambiente dove il Sabato lo Shinseikai Karate pratica la disciplina nella sua forma più ardita, e forse più bella: capire dove migliorarsi, ed eseguire.

Arrivo in netto anticipo, e trovo comunque il Senpai e altri studenti già pronti per iniziare. E fa bene al cuore vedere che c'è qualcuno che ti ha preceduto. Vesto il Karategi nello spogliatoio vuoto, mi domando se fuori ha iniziato a piovere, mi domando da quanto tempo quel calzino si trova in quella posizione e se avrà la fortuna di vedere la prossima primavera in quella comoda postura.

Entro. Saluto il Dojo. OSU!
Inizio il riscaldamento, e sento subito qualcosa di strano e interessante. C'è una voce che mi da i comandi da eseguire.

Corsetta di scioglimento

50 Jumping Jacks
25 in diagonale
           Respira correttamente

Gamba opposta al braccio
50 Squat
Ogni 10 un Sumo Squat
           Respira correttamente

50 Addominali alti
Corsa a ginocchia alte
20 Burpees
           Respira correttamente

Stretching

La voce mi dice che sono caldo, e che posso passare allo studio del Mawashi Geri. La voce mi faceva sentire meno solo, come una specie di colonna sonora in esecuzione durante il risveglio muscolare e che mi porta nella fase di applicazione di tecniche e interazioni con altri studenti e amici.

Forse il senso dell'Open Dojo è proprio questo: portare con noi la propria colonna sonora, che non solo ci è di compagnia ma anche di critica, per migliorarci senza compiacimento.

Friday, February 1, 2013

Kihon, Renraku, Memoria e Magone


La memoria è un dispositivo prodigioso. 

Quando un ricordo ti abbisogna, vieppiù urgentemente, le query sul tuo database hanno bisogno del systems engineer di turno per risolvere i timeout di default  - che impietosamente sono già stati estesi grazie (!) all'età. 

Quando invece riesci a rilassarti per quei quattro o sette zeptosecondi, le query iniziano ad articolarsi con codice SQL, non conosciuto a priori, dove le select for update fluiscono come stormi di gabbiani che inseguono la Tippi Hedren nel famoso - e impossibilmente bello - film di Hitchcock. 

Per i non-informatici o gli odiatori dei nerds, il suddetto concetto può essere espresso come:
"la memoria funziona bene quando non ti serve".

E proprio in un momento di non urgenza il mio DB  - poco relazionale, sono un tizio riservato - ha tirato fuori un ricordo degli esercizi che si facevano a scuola, alle elementari. Rammentate? Si prendeva un quaderno con i margini e la virago maestra di turno ti imponeva di scrivere una ed una sola lettera. E si iniziava, con sbuffi e pazienza che si prendevano in giro l'un l'altra a scrivere

a a a a a a a a a a a

badando bene alla calligrafia, alla posizione della penna gialla uguale per tutti e soprattutto a non superare (MAI superare) il margine destro, altrimenti la matrona maestra toglieva un punto. I punti erano dieci, quando si beccava il sette erano lacrime amare. Anni dopo, per un sette avresti fatto cose da  chiamare Godzilla come avvocato penalista.

C'era il giorno delle a, poi quello delle b e così via.
Poi, quando una delle sinapsi (una delle ultime rimaste, sole survivor) ha funzionato come per un magico canto del cigno, ho capito il perchè di questi ricordi.

I Kihon.

Ogni a è un movimento ed una tecnica, ogni b è un altro, fino ad arrivare alla z. E poi le sillabe.

I Renraku.

Si scriveva ab ab ab ab ab ab senza MAI superare il margine destro. I Renraku come fondamentali combinazioni di fondamentali (consentitemi la ripetizione).

Kihon, Renraku. Le basi della scrittura del Karate. Quello che serve per andare avanti, studiare posizioni, tecnica, strategia, respiro, resistenza, e soprattutto spirito. Scriviamo lettere e combinazioni di lettere per anni, poiché solo dopo anni, e tanti, si può iniziare il vero studio del Karate.

Ho chiesto in giro. Sembra che i bambini di oggi (almeno, non tutti) non riempiano le pagine di letterine. Forse i più fortunati le digitano sul loro iPad.
Ho il magone. Non è la stessa cosa.

Tuesday, October 9, 2012

Bonus Malus

Ispirato direttamente da un piccolo segmento in un libro di Stefano Benni (non vi dirò quale, gli aficionados lo riconosceranno subito e gli altri useranno Google), il Karate - in questo caso, lo Shinseikai Karate - è una metafora della vita, con i suoi Bonus e i suoi Malus, e noi (poveri primati)  abbiamo a disposizione un certo numero di entrambi.  Le assicurazioni per autoveicoli non fanno parte di questa metafora, o forse si, ma non importa.

Bonus
  • Un Kumite dove hai espresso tutto te stesso. Non importa sei hai vinto, importa se hai combattuto superando i tuoi limiti.
  • Un periodo critico della tua vita (o della vita altrui) che, durante il tempo passato nel Dojo, scompare per riapparire diverso, più obiettivo.
  • La consapevolezza che il proprio miglioramento proviene dalla voglia di praticare, e non da formule magiche.
  • La riduzione del proprio Ego, a favore della propria capacità di crescita.
  • Aiutare un proprio collega/compagno di studi Shinseikai in evidente difficoltà. 
Malus
  • Farsi beccare con le mani sui fianchi, o in altra postura di evidente debolezza.
  • Non accorgersi dell'errore che si sta commettendo, ovvero ripetere in maniera continuativa un comando sbagliato a testa spenta.
  • Sdraiarsi sui tappetini prima dell'enunciazione degli esercizi ad essi associati.
  • Ignorare il termine 'sciolto'. Significa, nell'accezione Shinseikai, leggero, fluido, corretto, adeguato. Se il Kumite deve essere sciolto e invece ci si mena come locomotive inizio secolo, ciò  viene considerato un punto Malus.

Quanti punti Bonus / Malus abbiamo? Difficile da dire. Sono solo quelli elencati? Certo che no. Ogni giorno è un regalo, ed ogni regalo porta con sé qualche punto buono e qualche punto meno buono di quel che pensavamo. Possiamo solo sperare di prendere e dare quei punti in grado di renderci più ricchi e consapevoli della nostra fortuna. Almeno fino al prossimo dormiveglia, poi il computo viene azzerato, e si ricomincia daccapo.


Wednesday, March 14, 2012

M.I. II

(Musica - Mission Impossible II dei Limp Bizkit)

La voce della segreteria automatica è suadente e ferma allo stesso tempo. Non lascia spazio a compromessi né a fantasie post-notturne. Una voce che non ha nulla di sintetico e molto di teatrale. Una voce adatta alla rappresentazione colta e postmoderna di uno spettacolo d'avanguardia.
Il messaggio è mirato, e quindi anche la voce dell'ambasciatrice risulta essere volutamente emotiva.
Quasi empatica.

Questo messaggio si autodistruggerà in 30 secondi.

Le istruzioni sono chiare, e per fortuna brevi. Mi dovrò presentare in un luogo dove sarò esaminato accuratamente. La commissione d'esame avrà il volto scoperto e mi guarderà negli occhi cercando ogni segno di possibile cedimento durante il lasso di tempo della prova.

La sessione d'esame sarà innaturalmente lunga. Le istruzioni della Voce non lasciano adito a dubbi o incertezze. Lunga nel tempo e strutturata in fasi, dove ogni pausa non è momento di recupero ma un attacco sistematico alla tua concentrazione, un trucco per distrarti, un gioco di fumo e luci e specchi per indurti all'errore.

Penso alla natura stessa dell'esame. Più grande e largo di te, ed ingegnerizzato per colpire duro dove sei più debole, quando i tuoi occhi si abbassano, quando la tua testa dondola, e quando il rumore del tuo respiro affannoso è il prezioso indicatore che il tuo avversario sfrutta senza riserve per colpire ancora ed ancora ed ancora.

Sarai tra altre persone come te, eppure da solo. E da solo dovrai uscirne. Impossibile affrontare la prova (le prove) solo con la preparazione. Impossibile affrontare la prova (le prove) solo con la fantasia e l'improvvisazione. Impossibile affrontare il tutto con una singola parte di te. Perderesti al primo imprevisto o alla prima ripetizione, e sarai messo alla prova anche su quello.

Porterò la mia cintura bianca nella borsa, come sempre. Mi ricorda chi sono. Da dove arrivo. Dove sto andando. Il colore della cintura non ti alza di un centimetro. Farò bene a ricordarmene ogni volta che apro la borsa per indossare il Karategi.

Porterò con me qualche bel ricordo. Nei momenti di difficoltà potrà essere d'aiuto.

Porterò dentro di me qualche volto. Il volto di chi mi ha voluto bene in passato. Il volto dei miei figli. Il volto di chi riesce ad accettarmi per quel che sono.

L'esame non è una equazione. Il coraggio che devi portare con te, nelle formule matematiche, è una variabile non prevedibile. E una cintura blu, ora, sembra distante proprio come questo viaggio in aereo, che mi porta da qualche parte che stanotte scorderò.

- Posted using my iSomething.

Friday, December 23, 2011

Regression Testing

Si avvicina la fine dell'anno, e il genere umano ha deciso, nel corso dei secoli, che questo debba necessariamente significare qualcosa di speciale. La vita sembra continuare.

Lo spread si alza e si abbassa con tendenza verso la crescita, gli italiani continuano a lamentarsi più o meno di qualsiasi cosa, i gestori dei negozi continuano a non emettere scontrini, i guidatori di macchine mortali continuano a non rispettare etica e segnaletica stradale, i mangiatori continuano a parlare di cibo e cucina con la bocca piena, e gran parte della popolazione di questo paese che non riesco più a descrivere sembra non risvegliarsi da un torpore mentale, fisico e metafisico inoculato anni addietro da menti lungimiranti su un substrato culturale già pronto per l'anestesia.

Eppure, nello sfacelo dell'educazione civica e nei dimenticati corridoi dell'altrui rispetto mi piace scoprire - raramente, eppur succede - alcune gemme che mi fanno sperare in una minoranza attiva ancora viva e vegeta.

  • Un signore che ringrazia e sorride al mio goffo e tempestivo tentativo di forzare le porte dell'ascensore per permettergli di entrare.
  • Uno sguardo empatico da parte di un impiegato del supermercato subito dopo che una famiglia di primati mi ha letteralmente rullocompresso (e credo di essere pienamente visibile) con il carrello della spesa.
  • Il sorriso di un lavavetri che guarda il bipede torvo e annichilito rinchiuso nella sua quattroruote portaregali.
E poi, i miei affetti, le cose per cui vale la pena vivere. Lo sguardo dei miei figli piccoli (si fa per dire) dopo giorni di assenza. I loro occhi quando danzano al ritmo dei Nirvana orchestrati con violini parsimoniosi.

I miei amici, pochi ma buoni, poche parole e molte emozioni. Non c'è bisogno di descriverli. Anzi, si. Meravigliosi.

E, soprattutto, il mio santuario. Il mio rifugio. Il luogo dove scordo quello che ho appreso per ricordare quello che ho dimenticato. Il luogo dove la disciplina e la legge sono veramente uguali per tutti. Dove chi arriva in ritardo fa flessioni. E se il Maestro arriva in ritardo, fa flessioni doppie. Il luogo dove si entra tesi e si esce più pieni, più vivi, e forse migliori. Il luogo dove si studia difesa personale e anche difesa mentale personale.
Il Dojo.

Thursday, September 8, 2011

Impara a nascondere.

Puoi incontrarlo, magari tutti i giorni, durante il regolare svolgimento della tua attività, ma anche nei momenti di ferie o fancazzismo non pianificato. Al lavoro (Zeus, quanti se ne incontrano!). Nel fortunato tempo del tuo hobby preferito (forse ancor di più...). Quando te lo aspetti e - ovviamente - quando meno te lo aspetti (non c'è speranza, sai che potresti incontrarlo).

Ti trovi lì - esattamente dove sei, pacioso, camminando insieme al tuo bene - oppure da solo, quando devi e puoi riflettere su quello che accade. Oppure ti trovi là, quando hai appena sfiorato il triangolino del tuo lettore mp3 preferito per concederti una sana schitarrata urticante a volumi vietati dalla convenzione di Ginevra. O proprio laggiù, dove credevi di averla fatta franca.

Ti viene incontro baldanzoso, come il lupo di Leonida pregusta la preda, affilando i canini con la lingua in attesa che la caccia sia compiuta. I tuoi occhi vanno prima a sinistra, e poi velocemente a destra, non rilevando nascondiglio alcuno, né tattico anfratto, o neanche un dispositivo di occultamento scordato da un Predator durante l'ultima scampagnata estiva. Non puoi evitarlo, e cerchi una posizione laterale di uscita, anche se l'eucariota ha intuito il tuo movimento e squilla a 117 logaritmici decibel il suo saluto, di fronte al quale non hai possibilità di uscita.

E' proprio lui: il Fanfarone Importunus.
Classe: Mammalia
Ordine: Primates
Genere: Homo (ahinoi!).

Non fai in tempo ad ultimare la conviviale frase di saluto che il bipede attacca il gruppo elettrogeno collegato alla strumentazione vocale per inondarti di informazioni, infiorettate, sulla sua vita, sui suoi successi ed achievements-awards-trophies nazionali ed internazionali, con una rapida carrellata sulle raggiunte e consolidate meraviglie professionali (8 minuti e mezzo, con dettagli artistici sul percorso formativo e carriera), una dissolvenza incrociata sui successi musicali (circa 4 minuti, cinque dischi che variano dalla Sinfonica al Post-Punk-Crossover-Hardcore in compagnia di personaggi statuari che vanno da Von Karajan - da lui chiamato confidenzialmente Herbie - fino al figlio sconosciuto di Iggy  Pop), un'inquadratura con un dolly su considerazioni filosofiche proprie di una mente superiore amplificata dal prisma della grandezza sul rapporto tra successo e (suo) desiderio giovanile (interminabile, 13 minuti filati), e una botta di steadycam su attività collaterali come presenze a mostre e convegni sulla migrazione del Dodo, prefazione di 9 libri di case editrici mainstream ed indipendenti e  coda sui successi fuori dallo Stivale (non meno di 15 minuti percepiti).

Qualsiasi cosa tu abbia mai fatto nella tua misera, sporca, inutile vita, l'Importunus ha avuto la capacità di farla:
a) prima
b) meglio
c) documentandola appropriatamente con velleità artistiche a te sconosciute.

Dopo questa sbrodolata, durata più di 40 minuti (al ritmo di una imprecazione al minuto, mi sono guadagnato il posto da anima prava VIP sulla barchetta di Caronte), l'Importunus si ferma. Incredibile. Mi fissa con acquosi occhi appena tinti di fatica (il fanfaronismo stanca) e mi chiede:

"E tu? Fai l'informatico, no?".
Pausa.
"Si."

La pausa tra domanda e risposta mi lascia una sola parola in testa: il Karate. La disciplina. Imparare a nascondere la fatica. Imparare a nascondere il dolore, se possibile. Imparare a nascondere il proprio respiro: un respiro affannoso è chiaro indice di stanchezza, e quindi un'arma in più in mano all'avversario. Imparare a nascondere una postura non corretta (mani sui fianchi, testa che ondeggia verso il basso). Imparare a nascondere le parole che descrivono la propria esperienza per metterle in pratica durante un momento critico. Imparare a nascondere il proprio Ego. Carattere ed Ego sono due entità - talvolta - opposte.

L'Importunus si accinge al commiato (in effetti avrà molto da fare) e durante le fasi finali della sua autoreferenzialità mi consiglia di leggere il suo Blog.
Sogghigno di nascosto. Mi ha dato un buon suggerimento: non andrò a leggere il suo Blog ma scriverò un post sul mio mediocre taccuino digitale. Non sarà un gran che, ma sarà di aiuto per nascondermi fino alla lezione di stasera.






Thursday, September 1, 2011

Riflessi.

Inizia un nuovo Anno Accademico. Shinseikai. Che non è proprio come frequentare l'università per conseguire un titolo di studio. Probabilmente è proprio il contrario, frequentiamo il Dojo per conseguire uno studio del titolo, "Shinseikai" - una disciplina interiore ed un'arte marziale.

Sono passati due anni da quando credevo di non arrivare alla fine della prima lezione, e la sensazione non è cambiata granchè. Permane un giusto retrogusto reverenziale nei confronti della materia oggetto di studio, un rispetto senza pari dei tuoi compagni di avventure, di scoperte e di botte, la trasformazione fluida di Filippo da collega ad amico a Sensei, l'odore di fatica del Dojo, le zanzare-Kamikaze importate direttamente da Kyoto,  il bisbiglio pre-allenamento, l'uscita dal Dojo con le proprie gambe (è sempre una sorpresa), e mille particolari ancora da descrivere.

C'è qualcosa di diverso, però. Come una specie di riflesso, non sai da dove arriva ma lo vedi.
Ho speso innumerevoli cicli macchina nel pensare cosa potesse essere.

Forse l'ambiente, il gruppo, il maestro, il tipo di disciplina studiata, l'approccio metodologico, l'inaccessibilità di alcune tecniche, l'obiettivo che si sposta costantemente ed inesorabilmente avanti?
Probabilmente si. Tutte queste cose cooperano (e alle volte concorrono) a quel riflesso di cambiamento che rende questo studio sempre differente. Ma non corrisponde precisamente alla sensazione che cerco di delineare. Manca ancora qualcosa.

Forse è una diversa percezione di te stesso rispetto allo studio?
Ci siamo quasi. Lo studio Shinseikai non include sconti per nessuno. Duro per tutti, ognuno di noi è certamente in grado di valutare variazioni anche minime della nostra percezione, traendone vantaggio.

Forse sei cambiato tu?
Ci siamo. Non è detto che ciò sia avvenuto per il meglio, ma certamente un cambiamento forte c'è stato da dentro. Ripensando ai preliminari della prima giornata Shinseikai - ventiquattro mesi fa -  e avendo a disposizione una macchina dello psicotempo, in grado di dare un'occhiata fugace al riflesso di me stesso, vedrei:

- Un tizio che si crede mediamente in forma.
- Un tizio che si crede mediamente un 'subject matter expert', un esperto su materie specifiche.
- Un tizio che si crede mediamente un comunicatore.

Spengo l'immaginaria e magica macchina, e svanisce il riflesso. Guardo quel che ne rimane, con le considerazioni sul cambiamento ed i suoi effetti, e penso a quanto sono fuori forma, al fatto che non basta una vita per apprendere, e che in realtà non comunico più come una volta. Sorrido. Sono un uomo fortunato, quello che per molti è tornare indietro per me è continuare ad andare avanti.