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Thursday, March 24, 2011

Honor Thy Father

Figli miei, lasciate che vi racconti di mio padre.
Mio padre era un uomo enorme.
Caracollavo con le mie scarpette da infante inizio anni sessanta, e camminando per la casa mi trovavo davanti un omone che aveva tutto in proporzione. Le mani erano due badili da cantiere, i piedi due portaerei, ed il cappello era grande come una cesta natalizia. Gigantesco, faceva talmente tanta ombra che d'estate non avevo bisogno dell'ombrellone e del cappellino.
Quando parlava era il tuono senza il lampo premonitore. Un suo avvertimento sonoro faceva tremare i pavimenti e spostare i mobili, dando dei continui grattacapi alla mamma che in pochi secondi rimetteva tutte le cose al loro posto. 
Crescevo, ma lui rimaneva un titano.
A scuola andavo mediamente bene, qualche problema con i numeri e qualche soddisfazione con le parole. L'unico tema delle elementari dove fui preso in giro riguardava proprio il mio papà: gli attribuivo un'altezza di sei metri, e quella frase fu vergata in rosso dalla maestra, con due punti interrogativi appaiati. Non riuscii mai a capire il perché di quella correzione: mio padre era alto sei metri.
Crescevo, e lui rimaneva alto come una montagna.
Lo vedevo che usciva prima di me, la mattina. Alle volte con gli occhiali da sole, alle volte con il cappello, con l'aria di chi va a sfidare il mondo. Una volta andai a trovarlo al lavoro: aveva una divisa, e credo - in quell'occasione - di aver visto l'uomo più bello del mondo. Non era solo alto, era anche elegante, ed indossava una specie di medaglia che sembrava d'oro massiccio. Per me era un ufficiale vestito in nero ed oro, e volevo essere lui.
Crescevo velocemente, e mi avvicinavo rimanendo comunque più basso.
L'adolescenza scacciò il bambino che era in me, e lo sostituì con un altro, meno simpatico.
Lui mi guardava, cercava di darmi consigli, suggerimenti e scorciatoie. Io non potevo ascoltare, ero troppo preso da pensieri che riguardavano solo me, e nessun altro.
La fase egotista durò per un po'. Lui era sempre lì.
Crescevo ancora. Divenni padre. Un certo numero di volte.
E, pian piano, capii il senso di molte frasi che ritornavano dal passato, come un riverbero di voce proveniente da qualche parte, che rimbalza nella tua testa e che stimola e fa scaturire altri ricordi, ed altre frasi.
Ora sono - tecnicamente - adulto. Verso i cinquanta. Ho la fortuna di avere voi, figli miei. Una bella famiglia. Ho la fortuna di praticare una disciplina dura. Ho la fortuna di praticare sport, di praticare la riproduzione musicale non meccanica, di avere alti e bassi e di essere nato e cresciuto in un luogo dove queste fortune sono possibili.
E, soprattutto, ho la fortuna di poterlo incontrare, e di potergli dire le uniche tre parole che - forse -  possono scalfire una montagna di granito come lui, ricordandogli che qualsiasi poesia, racconto, giocattolo, cadeau, non potranno mai descrivere quel che si prova per il proprio papà.


Wednesday, February 23, 2011

Vero o Falso?

Pensiamo sempre noi stessi come qualcosa di speciale, difficilmente raccontabile se non per mezzo di discorsi profondi o di metafore più o meno efficaci. E con noi, non sono di immediata comunicazione le nostre riflessioni. Alcune rimangono lì, in attesa di raffinamento. Altre salgono pian piano su e ci convincono di qualcosa. Altre ancora vanno velocemente verso l'alto e formano le nostre idee. Processi interni, che normalmente afferiscono all'area psicologica.
Poi, nel mezzo di una conversazione casuale, sono altre persone - esterne alle proprie sensazioni o ad un contesto particolare - che ci porgono - quasi violentemente - una illuminante verità su cui riflettiamo (magari) da mesi, a cui eravamo arrivati con fatica e convinzione.

Esempio.
Alla fine di una session, il grande musicista Marco Carpita mi chiede informazioni sulla disciplina Shinseikai, e da quanto tempo sono praticante.
Meno di due anni, rispondo.
Allora hai iniziato da poco. Non dovresti essere cintura gialla? - mi dice.
Gli dico che che il passaggio di cintura è soggetto ad un tosto ed attento esame Shinseikai, e che non c'è alcuna 'corsia preferenziale'.
Mi guarda. E mi dice, comprensivo: "Non ti regala niente proprio nessuno".
Vero.

Altro esempio.
Accompagnando Alex e Lara alla sessione di nuoto, si discute tra genitori la pratica del nuoto e dello sport in generale. Chi corre, chi calcia, chi nuota. Esprimo la mia ammirazione e passione per il nuoto, che non pratico più da qualche tempo. Una delle mamme mi chiede perchè. Racconto in maniera minimale la mia minima esperienza e i minimi risultati nel mondo del Karate.
Sgrana gli occhi, e mi dice: "Allora alleni anche la mente, oltre che il corpo."
Vero.

Mai sopravvalutarti, mai sottovalutare gli altri, nel Karate come nella vita. Nel Karate un colpo può mandarti al tappeto, nella vita una semplice verità detta da altri può farti sentire presuntuoso, e farti cadere ugualmente.

Tuesday, October 19, 2010

Giorni.

Ci sono alcuni giorni in cui non ti accorgi di essere fortunato.
Ce ne sono altri dove la tua fortuna ti viene sbattuta in faccia dalla miseria di altri.

Ci sono alcuni giorni in cui pensi di aver lavorato decentemente.
Ce ne sono altri dove sei l'ombra di quello che pensavi di essere.

Ci sono alcuni giorni in cui non riesci a vedere un sorriso sincero.
Ce ne sono altri dove l'unico sorriso sincero che hai visto è quello di un barbone.

Ci sono alcuni giorni in cui ti alleni, credi di crescere e di aver dato il meglio.
Ce ne sono altri dove ti rimetti in fila, per ultimo, perché sei tornato indietro.

Ci sono alcuni giorni in cui pensi di dover spiegare qualcosa ai tuoi figli.
Ce ne sono altri dove i tuoi figli potrebbero spiegarti qualcosa, ma non lo fanno.

Ci sono alcuni giorni in cui credi che l'amicizia non possa esistere.
Ce ne sono altri dove ti chiedi come sia possibile esserti amico.

Ci sono dei giorni dove scrivere è un fiume in piena.
Ce ne sono altri dove quello che hai scritto é terra arida, solcata dall'inadeguatezza.

Ci sono alcuni giorni in cui uno gyaku-tsuki fa male subito, ma non importa.
Ce ne sono altri dove senti il ricordo della tua guardia bassa, e troppo tardi.

...

Ci sono alcuni giorni in cui non ti va di fare qualcosa.
E proprio in quei giorni devi fare di più, e meglio, per chi ami.