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Friday, April 15, 2011

Sequenza numero sei.

Accetta gli errori.

Non solo i tuoi, ma anche quelli degli altri. Possono essere un momento di crescita.

Monday, April 11, 2011

Sequenza numero cinque.

Lui.

E' imprevedibile, Lui
Lo nomino al maschile, non sono sicuro del suo sesso, non credo ne abbia uno. E non credo abbia importanza. Facile dire che non ricordo esattamente quando mi sono accorto, per la prima volta, di Lui.
Credo sia stato durante i primi anni di scuola, le mie elementari in bianco-e-nero. 
Papone con la cravatta e una camicia grande quando un lenzuolo King Size, mamma con i denti in fuori, sorella-bambola a fianco, assoluta mancanza di aggeggi elettronici in casa, a parte una televisione ritardata (partiva prima il sonoro e poi - dopo minuti - le immagini) e un giradischi con chassis in legno, marca GRUNDIG, con il selettore in bachelite per i dischi da 33 - 45 - 78 giri. Quel giradischi mi ha accompagnato dai quarantaquattro gatti a Emerson, Lake & Palmer. Niente male.
Insomma, anni sessanta, verso la fine. 
Eravamo a scuola. Dovevo recitare una poesia. Scelsi il Carducci. Mi piaceva, Giosuè: "Il divino del pian silenzio verde". Sentivo - durante la lettura -  che mi si gonfiavano gli occhi come due spugne intrise nel lavello, e che rigorosamente nascondevo in clandestinità perché - cazzarola - l'uomo vero non piange (o almeno, i miei compagnucci delle elementari così dicevano, e io ci credevo).

Gabriele, vieni alla cattedra.

Ecco, toccava a me. La fila dei banchi sembrava non avesse mai fine, un regolare mosaico rigatosbiaditosempreuguale, da cui sentivo il bisbigliare dei primi chiacchericci maliziosi - l'ha chiamato - tocca a Gabriele - va alla lavagna.  
Mi girai verso la classe, e Lui si manifestò. Forse non per la prima volta, ma per la prima volta ne sentii la presenza certa. Gli occhi dei compagni di classe sembravano divertirlo ed incitarlo a far di meglio. Cosa che fece. Il mio viso diventò una variante interessante del rosso Sangria. 
Lui fece del suo meglio per farmi balbettare e rendere la mia voce insipida, incolore e monotona, ma non mi sconfisse. Andai avanti, e completai il bucolico poema con appena un po' di fiatone, ma (importante) senza la voce rotta.
Quell'evento mi segnò. Almeno un pochino. Capii molte cose, tra cui:
  • Dovevo assolutamente proseguire con la lettura di poesie. La voce non era un gran che, ma sentivo che la poetica mi stimolava a prendere i sette chili di Zingarelli, scorrere le parole che non conoscevo e giocare a becca la parola più buffa.
  • Diventavo rosso. Un effetto collaterale che lui rilasciava a comando, nelle situazioni in cui tale tinteggiatura era più indesiderata. Avrei (più tardi) scelto l'hobby del cantante rock proprio per esorcizzare questo virage, ricreando in ogni concerto la situazione della mia classe delle elementari per sconfiggere Lui e i suoi dannati trucchetti.
  • La cosa più importante: Lui esisteva, e ne avevo avuto la prova. Forse non l'avevo veramente sconfitto, ma il riconoscere la Sua esistenza era il primo passo per evitare le Sue trappole (parafrasando Frank Herbert).
Da quel giorno imparai - ogni volta - a combatterlo, controllarlo, addomesticarlo, a ridurre la sua influenza: ecco perché - nonostante io sia introverso e fondamentalmente riservato - non mi tiro indietro nel parlare in pubblico, nel condurre seminari e presentazioni, nel suonare musica ad alto voltaggio davanti a centinaia di persone. Significa affrontarLo al meglio per poterLo sconfiggere. E quasi sempre ci riesco.

Era qualche tempo che non mi faceva visita. Non mi ero scordato di Lui, ma forse avevo sottovalutato la Sua resilienza. 
E, durante una lezione di Karate Shinseikai, è ritornato.
Credevi fossi scomparso? Ride.
Subito dopo il comando Yoi, nella posizione di pronto per eseguire una tecnica, ho sentito la Sua presenza, e l'ho riconosciuto. E' sempre Lui.

Chi è Lui?
Una specie di morsa al cuore che rende il respiro più sottile, ed i pensieri sfocati. 
Il vapore che si deposita sul vetro della finestra, e rende il paesaggio non distinguibile proprio quando ti viene chiesto di descrivere i dettagli di quello che hai davanti. 
La smemorina del Dojo quando hai bisogno di tutti i tuoi ricordi.
Il sussulto di un errore che rende l'errore ancor più palese.

Sono alla sequenza numero cinque. La sequenza numero sette (il mio primo esame Shinseikai) è vicina, molto vicina, e Lui - forse - potrebbe pregiudicarne l'esito. Ci ho pensato su, e stavolta non cercherò di combatterlo. So che Lui sarà con me per sempre, anche durante l'esame. Tanto vale accoglierLo e proporre una pacifica convivenza. Chissà, magari mi darà una mano. Gli aprirò la porta (ciao, fratello!), gli darò un sincero abbraccio, un sorriso sornione e lo convincerò a mettersi di lato, non davanti.

Wednesday, March 30, 2011

Sequenza numero quattro.

"Unisci i puntini"

Non ricordo se già l'ho scritto, o se è solo un falso ricordo, ma farò finta che sia un argomento nuovo.
Dai, alzi la mano chi non ha mai impugnato, almeno una volta, la "Settimana Enigmistica". L'apoteosi della reazione. Il trionfo del classico. La letteratura colta del - per fortuna brevissimo - fancazzismo estivo.
Lo comprava la mamma, da lei ho imparato il Cruciverba Sillabico, le pagine per Solutori Abili, il rispetto per il Bartezzaghi e suoi congiunti, i Rebus, le Sciarade, le vignette del Tenero Giacomo e la contemplazione della fotografia in bianco e nero - in prima di copertina - di primati famosi più o meno moderni fotografati con un dagherrotipo. 
Imparavo guardando (lei che scriveva), ascoltando (lei che arrivava alla soluzione parlando da sola) e leggendo (le soluzioni già scritte). Simultaneamente, mio padre scrutava con nonchalance e  sguardo da Polifemo un quotidiano evitando di commentare le notizie.
Cosa mi rimaneva da fare, visto che la rivista ludico-estiva era - quasi - tutta risolta?
Le alternative (poche) andavano dal "Che cosa apparirà?" al "Unisci i puntini". Ed è proprio questa la metafora che ho utilizzato con Luca qualche giorno fa.
Si parlava di Karate. Shinseikai.
Esprimevo la mia perplessa frustrazione - dovuta al noviziato - nel trasferire quanto appreso dalla pratica dei Kihon (le basi: tecniche di pugno, di parata, di calcio, di movimento, di respirazione) correttamente nella pratica del Kumite (l'arte del combattimento). Proprio qualche lezione prima mi era sembrato di vedere un collegamento tra le due attività, durante un Kumite. Quello che ho imparato nelle basi è venuto (un poco più del solito) naturalmente durante lo sparring.
Qualcuno aveva acceso una candela in una stanza enorme e buia. 
Questa illuminazione è durata abbastanza da farmi capire che il collegamento esiste, e si chiama allenamento. La candela, poi, si è spenta, qualcuno ci ha soffiato sopra ed è ritornato il buio del principiante. 
La metafora utilizzata con Luca era proprio quella dell'unire i puntini
Quelle che sembrano tecniche singole (il disegno di un puntino su un foglio) appaiono meno significative se considerate disgiunte rispetto alle altre (gli altri puntini).
I maestri vedono i puntini già uniti, e quindi il disegno risultante. Gli agonisti sono capaci di unire i puntini dal numero 1 al numero 60 in pochi secondi. 
E io?
Passo il mio tempo al Dojo disegnando puntini. Alle volte traccio qualche linea. Quella volta avevo quasi visto una figura, derivata dai puntini che avevo disegnato. Non è durato molto, ma lo ricordo bene. Poi ho guardato una seconda volta, e ho visto solo i puntini. La figura era scomparsa, volata via nell'aere come un papillon de printemps.
Dannazione. Domani porterò i fiammiferi, se la candela si spegnerà farò in modo di riaccenderla.

(riguardo il disegno, il Sensei capirà)





Tuesday, March 8, 2011

Sequenza numero tre.

Primo: non prenderle.

Quando studi la disciplina Shinseikai ti accorgi di molte cose che, normalmente, tendono ad essere date per scontate, e quindi sottovalutate: una buona (ottima) guardia può aumentare le tue possibilità di rimanere in piedi, la capacità di nascondere le tue difficoltà (un respiro rumoroso indica stanchezza tanto quanto le vituperate mani sui fianchi), affrontare il tuo avversario (o il tuo sparring partner) con strategia e tattica giusta, e molto altro ancora.
L'aver osservato un frammento di lezione privata, erogata dal Sensei, mi ha dato la possibilità di rubare con gli occhi alcune tecniche di difesa efficaci ed il loro posizionamento in priorità. Uno sport a contatto pieno prevede, appunto, il contatto, ed è (credo) inevitabile ricevere tecniche che l'avversario è ben felice di propinare tanto quanto te.
L'esempio che si è impresso nella mia mente riguardava la difesa da una delle tecniche base, un  mawashi geri gedan (calcio circolare basso). Mi permetto di riportare le priorità (in ordine inverso, dalla più bassa alla più alta) elencate dal Sensei:

Priorità Due: effettuare uno squat (piegamento verso il basso) della gamba in difesa per ammortizzare e diminuire - se possibile - l'impatto proveniente dal sune (tibia, verso il ginocchio) sull'area interessata. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Uno: effettuare un sune uke, richiamando appropriatamente la gamba in difesa al corpo con una direzione di 45° rispetto alla tecnica di attacco, che allo stesso tempo ammortizza e devia il colpo rendendolo inefficace. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Zero: effettuare un sabaki, scattando all'indietro con una spinta proveniente dalla gamba avanzata (mae), mandando a vuoto l'avversario e lasciandoci pronti per una possibile e rapida tecnica di attacco.

E' bello scoprire - ogni volta - che lo studio di un'arte marziale basata sulla disciplina del corpo e della mente, basata sulla formazione di un gruppo coeso e pronto ad aiutare i membri che ne hanno bisogno e soprattutto basata sullo spirito giusto cerca di evitare - sempre - il contatto inutile. Forse è proprio vero. Il sabaki è movimento, controllo, e preparazione della prossima mossa, qualcosa che può esserci utile nella vita di tutti i giorni.

Friday, March 4, 2011

Sequenza numero due.

Superato un ostacolo, ce n'è subito un altro.
Quando pensi di essere entrato in sintonia con l'ambiente in cui ti viene richiesto di essere parte attiva - da protagonista, da gregario o da semplice spettatore -  succede sempre qualcosa che ti riporta ad una condizione non ideale. Qualche esempio:

Devi cantare con il tuo gruppo, fino alla sera prima eri in forma e ora scopri di avere il mal di gola.
Devi sostenere un allenamento importante,  e ti svegli la mattina con la schiena bloccata o non propriamente funzionante.
Devi parlare ad un audience di un tema specifico, preparato da giorni, e l'argomento è cambiato e più ostico.

L'uomo fortunato, quindi, non è solo chi riesce a ricordare i propri sogni, ma chi riesce - tra le altre cose - a gestire il cambiamento. Per dirla con qualcuno: constant change is here to stay. Un appunto per me: non perdere tempo a lamentarti. Se vuoi davvero cambiare le cose, devi essere il primo ad accettare i cambiamenti.
Il cambiamento è vita.

Wednesday, March 2, 2011

Sequenza numero uno.

Fortunato l'uomo che riesce sempre a ricordare i propri sogni.
Da grande diventerà scrittore, poeta, verseggiatore incauto, stornellista o sceneggiatore dei dialoghi del Grande Fratello n. 109, sottopagato e - ovviamente - in nero.
Per tutti gli altri comuni mortali, ricordare un sogno è un avvenimento che condiziona il risveglio e la mattina, e che sbiadisce poi durante il corso del giorno.
Ancora ricordo il sogno di stanotte.

Siamo nel Dojo.
Fine allenamento.
Circoletto del gruppo dei Megatteri (persone di una certa stazza/altezza/peso/età, composto da me, Ivano, Dario, Luca, Lorenzo) intorno al Sensei. Si discute di Karate (ma guarda un po'), dell'imminente Kyu, degli acciacchi, degli agonisti, e di altre cose.
"Quando si terrà l'esame?" chiede qualcuno, credo Dario.
"Aprile, e forse anche dopo." risponde il Sensei.
"E il programma?" chiedo io.
"Dovresti già averlo." mi assicura il terzo Dan.
Silenzio.
Nessuno osa fare la domanda successiva.
Il Sensei nasconde un sorrisetto.
Luca prende coraggio. "E quando saremo pronti?"
Il Sensei esegue una micropausa ad arte, e ribatte: "Questo siete voi a saperlo".
Poi fa una pausa un po' più lunga, un sabaki con gli occhi, mi guarda, e dice: "Tu, sei pronto?"
...

E il sogno mi va a finire proprio sul più bello.
Ho provato a chiudere gli occhi di nuovo, ma il corpo mi ricorda che non sono dentro Inception e che il sogno è volato via.
Strano. Cerchiamo di delegare ai sogni quello che dovremmo già sapere nel diurno.
Sei pronto? Sei innamorato? Hai coraggio?
Solo tu puoi saperlo.