Siamo stati creati (dalle divinità o dalle condizioni mutevoli dell'universo, a seconda dei propri orientamenti) per crescere, riprodursi ed inventare scuse. Nonostante l'esperienza, l'educazione, la cultura, l'ambiente ed altri fattori che mescolano continuamente le nostre ragioni d'essere, continuiamo a portare con noi la nostra Knowledge Base delle scuse alla quale attingere per rimandare il momento della verità, sia esso un allenamento, un esame, un momento di introspezione, una visita alla suocera, il colloquio con il capo, un incontro con un cliente, un incontro con un fornitore, un incontro fugace e dispendioso con il commercialista.
La vita ci mostra, tutti i giorni, che ci sono persone che lottano per avere quello che noi diamo per garantito. A volte non ci accorgiamo di queste persone, troppo occupati con la testa persa nei nostri pensieri piccoli. A volte la vita ci comunica direttamente quanto è dura la lotta per avere un giorno in più, un colloquio in più, una visita in più, un'occasione in più. Una lotta per un pezzettino di vita in più.
Pensando proprio a questo ed in particolare a queste persone, in mezzo a questa notte insonne, ecco le domande: perché non iniziare a costruire l'archivio delle scuse che, rilette il giorno dopo, ci fa sentire piccoli come i nostri pensieri? E quali sono le classiche scuse interiori per evitare (esempio a caso) un allenamento già programmato?
"No, perché oggi piove e non si trova parcheggio".
"No, perché non mi sento al 100% [un classico]".
"No, recupererò la prossima volta".
"No, con l'occasione mi compro delle nuove scarpe da training".
"No, è troppo freddo."
"No, è troppo caldo."
"No, oggi proprio non ce la faccio".
"No, mi fa male il/la [inserire parte del corpo]".
"No, se mi alleno oggi sento che mi farò male".
"No, tanto stasera mangerò poco".
"No, l'ho già fatto ieri".
"No, ci andrò domani".
"No, ho l'iPod scarico".
"No, ho l'iPod carico ma la musica non va bene".
"No, non ho l'iPod".
"No, non mi va".
"No, mi andrebbe ma non ho tempo":
"No, mi andrebbe ma sono stanco di testa [sic]".
"No, domani avrò una giornata faticosa".
"No, ho gli indumenti da training da lavare".
"No, ho gli indumenti da training da stirare".
"No, questa settimana mi sono già allenato n volte [n da 1 a 6]".
"No, e mica sono un professionista!".
"No, non ho rinnovato l'abbonamento e se mi beccano mi scotennano".
"No, ho sonno."
"No, ho troppa voglia di allenarmi e quindi meglio aspettare [!]".
...
Le combinazioni sono infinite, e tutte sbagliate. Propongo la compilazione di una EKB (Excuses Knowledge Base) liberamente consultabile ed aggiornabile via web. Ogni buona scusa sarà inserita nelle migliori dell'anno, che saranno rilegate in libro hard-cover (niente di erotico, per quello ci sono altre categorie di scuse) e distribuito da Fanfaroni Editore.
Meglio andare a dormire. Alle deità dei combattimenti e degli arti doloranti piacendo, domani ci si allena.
Sunday, February 14, 2010
Friday, February 12, 2010
Cose da ricordare
Francesco che non può allenarsi.
Francesco che viene lo stesso nel Dojo.
Francesco e il suo sguardo mentre gli altri si allenano.
Il Sensei che ti chiama sul ring.
Il Sensei che ti insegna qualcosa sul ring.
Il Sensei che ti lascia uscire dal ring con le tue gambe.
Gli agonisti che iniziano il loro allenamento.
Gli agonisti che finiscono il loro allenamento.
Gli agonisti che rimangono anche al nostro turno.
Mark, l'Inglese, che si allenava da noi.
Mark, l'Inglese, che secondo me capiva l'italiano.
Mark, l'Inglese, abbracciato dal gruppo quando è andato via.
Il Dojo, quando arrivi, che sembra come casa di amico.
Il Dojo, quando ti alleni, che sembra più piccolo.
Il Dojo, quando vai via, che sembra immobile.
Il giorno dopo, che le vecchie ferite ritornano.
Il giorno dopo, che è comunque un regalo.
Il giorno dopo, perchè domani sarai lì, di nuovo.
Francesco che viene lo stesso nel Dojo.
Francesco e il suo sguardo mentre gli altri si allenano.
Il Sensei che ti chiama sul ring.
Il Sensei che ti insegna qualcosa sul ring.
Il Sensei che ti lascia uscire dal ring con le tue gambe.
Gli agonisti che iniziano il loro allenamento.
Gli agonisti che finiscono il loro allenamento.
Gli agonisti che rimangono anche al nostro turno.
Mark, l'Inglese, che si allenava da noi.
Mark, l'Inglese, che secondo me capiva l'italiano.
Mark, l'Inglese, abbracciato dal gruppo quando è andato via.
Il Dojo, quando arrivi, che sembra come casa di amico.
Il Dojo, quando ti alleni, che sembra più piccolo.
Il Dojo, quando vai via, che sembra immobile.
Il giorno dopo, che le vecchie ferite ritornano.
Il giorno dopo, che è comunque un regalo.
Il giorno dopo, perchè domani sarai lì, di nuovo.
Sunday, February 7, 2010
Shinseikai IV - Un racconto breve.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
La voce della Sveglia è gentile e risoluta e antipatica, ed ha lo stesso timbro di una mia collega. Troppo tardi ricordo che sono stato io a programmarla così. Chissà a cosa pensavo, quando l'ho fatto. Sarà un tratto genetico masochista, e il dolore alla testa impedisce di chiedermi da chi ho ereditato questa caratteristica.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Provo a muovere le labbra per pronunciare le parole chiave ed interrompere questo stiletto nelle sinapsi che non vogliono saperne di affrontare un'altra mattina post-alcolica. Le labbra non si muovono, dalla gola escono due rantoli impastati che l'Orecchio della Sveglia non riconosce.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Credo sia Sabato, e quindi è il mio turno di uscita, mi è vietato rimanere in casa fino alla sera. Il pensiero di trascorrere la giornata in un Centro mi sposta lo stomaco. Il pensiero di una multa di 300 Quid lo sposta di nuovo in direzione opposta. Lo stomaco si ribella a quell'ultima provocazione, si sveglia prima di me e mi ricorda di una vecchia lesione dovuta a stress, sedentarietà, sentimenti sopiti e qualche altra esse. Buongiorno, vecchio mio.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Inizio pian piano a capire che sono nel mio letto, nella mia stanzappartamento, e che è quasi ora di iniziare a spendere la giornata come è prescritta. Pronuncio le parole chiave. Due volte, la prima non l'ho capita nemmeno io, figuriamoci quell'acida della Sveglia.
"Ho capito".
"Buongiorno, Gabba. Sono le ore 7 e 51 di Sabato, 10 Febbraio 2148.
E' prevista una interruzione della pioggia dalle 17 e 42 alle 20 e 51.
Ti ricordo che la tua uscita obbligatoria inizia alle ore 8 e 30 e si conclude alle ore 17 e 30".
Bene. Non riuscirò a vedere la pausa asciutta. Capita sempre così. Il pavimento mi avverte che inizierà a pulirsi tra sessanta secondi. Votato all'efficienza, il calpestato. Capita sempre così.
Lo schermo si accende e le notizie scorrono sopra, sotto, di lato. In mezzo ci sono due pupazzi che parlano. Stringo gli occhi, vedo che non sono due pupazzi, ma due presentatori TV. Ignoro la differenza. Mi avvicino alla finestra, che apre gli scuri e mostra il cielo cenere che si riflette sul bagnato. Ignoro la differenza.
La pioggia oggi è quasi orizzontale, anche se sembra non esserci vento. Strano. Mentre finisco il synthè in preda a questi inaspettati sofismi, il pavimento ha finito, e credo abbia finito anche il bagno. E' tempo di controllare la tuta.
Il controllo della tuta mi riporta, come sempre, alla filastrocca che mi insegnava la mia vecchia. "Controlla la tuta, controllala tutta, controlla sia asciutta". All'epoca non era vecchia, la mia vecchia, e aveva i capelli naturali. Aveva sempre da fare, correva sempre, e l'unico sguardo di affetto era per me e non per altri, o almeno così pareva.
Inizio la procedura per il controllo tuta. La plastica arancione è un po' lisa, ma sembra che il tutto sia regolare e che l'ambiente sia ermetico. E' tempo di indossarla e uscire.
***
L'accesso alla Subacquea oggi è leggermente meno denso di figure arancioni che caracollano in fila per aspettare un Comparto. Leggermente meno denso significa che riceverò comunque la mia dose di spinte e di gomitate, ma non copiosa come in altri giorni di punta. Gli sbuffi di vapore che escono dai caschi delle tute rimangono uno spettacolo buffo. Trenini arancioni a vapore, in fila per un passaggio nella Subacquea.
L'attesa per un Comparto continua, le vibrazioni dei Comparti che passano sono percepibili anche con la tuta attivata, ed è l'unico segno del tempo che passa quando vedi arancione davanti ed arancione dietro di te.
E' il mio turno. Nel comparto la disciplina delle tute si allenta, e tolgo il casco. L'odore di umanità della Subacquea è nauseante, e credo che per gli altri sia lo stesso, a giudicare dalle espressioni. Ma, almeno, riesco a vedere qualche volto non filtrato dal perspex. Le occhiaie che adornano i volti dei passeggeri sembrano tatuate, o esser lì da secoli. Non mi affretto a erogare valuazioni personali, penso a me stesso ed ai segni che il tempo e gli accadimenti mi hanno regalato e sorrido amaramente. Penso al Centro e mi viene da vomitare. Non ci voglio andare. Non farebbe che aggiungere tristezza ad un velo di tristezza. Le luci tutte uguali, le persone tutte uguali, io uguale alle altre persone. Decido di allentare un po' la morsa dell'apatomalinconia per rispetto al signor Stomaco e penso ad altro, ai racconti dei miei vecchi, a quando si poteva camminare sul suolo, quando le cose crescevano sulla terra e non dentro vasche idroponiche, a quando - dicevano i miei - c'era asciutto per giorni e giorni di seguito.
Non so se fossero idee bislacche o ricordi migliori della realtà, ma quelle descrizioni mi piacevano. Correre senza una tuta, senza l'ossessione del contatto con acqua contaminata, in un mondo dove l'asciutto era la normalità.
Evidentemente oggi è tempo di pensieri profondi. I racconti dei miei mi hanno fatto perdere l'uscita del mio Centro. Posso andare in altri Centri e nelle vie laterali tre volte ogni anno, e nessuno, me incluso, lo fa quasi mai. Decido di andare in una delle vie laterali, anche se non sarà un bello spettacolo.
Avevo ragione. Non ricordavo che le vie laterali fossero così trasandate. Forse non si puliscono neanche da sole, ed è per questo che gli interni sono pieni di rimasugli, di scorie. Decido di sprecare la mia uscita extra-Centro e ritornare alla solita monotonia quando il mio sguardo si posa su una luce intermittente di una insegna. La porta è chiusa. C'è un cartello, che riporta esattamente gli stessi caratteri, non usuali, che compongono l'insegna. Non ne riconosco provenienza e soprattutto il significato. La cosa mi intriga.
Annoto la scritta sulla console della mia tuta e mi avvio all'entrata della Subacquea, per andare al Centro. Chissà cosa volevano dire quei caratteri. Dovrò investigare. In effetti, non ho mai visto niente del genere prima d'ora. Sarà un vecchio laboratorio di riparazione, oppure qualcosa di illegale. Riguardo la scritta
KARATE SHINSEIKAI
e mi riprometto di ripassare. Non mi cambierà la vita, ma almeno mi tolgo la curiosità.
Thursday, February 4, 2010
Analogue
Non c'è nessun algoritmo
nessuna schedulazione
nessun meccanismo automatico
nessun elaboratore.
C'è solo un sorriso di bimbo
e voglia di continuare
fare quello che voglio fare
è solo questione di cuore.
nessuna schedulazione
nessun meccanismo automatico
nessun elaboratore.
C'è solo un sorriso di bimbo
e voglia di continuare
fare quello che voglio fare
è solo questione di cuore.
Monday, February 1, 2010
Tuesday's Punchcard
0000 START;
0010 DO WAKEUP; WAIT 25*60;
0020 MOVE GAB, WORK;
0030 WORK @UNIT #1;
0040 WORK @UNIT #2;
0050 WORK @UNIT #3;
0060 WORK @UNIT #4;
0070 DO PAUSE; WAIT 60*60;
0080 WORK @UNIT #5;
0090 WORK @UNIT #6;
0100 DO TEA; WAIT 15*60;
0110 WORK @UNIT #7;
0120 WORK @UNIT #8;
0130 MOVE GAB, DOJO;
0140 DO WARMUP;
0150 MOVE POETRY, MOVEMENT;
0160 MOVE EXPERIENCE, GAB;
0170 MOVE GAB, EXPERIENCE;
0180 DO THINK;
0190 MOVE GAB, HOME
0200 STOP;
0010 DO WAKEUP; WAIT 25*60;
0020 MOVE GAB, WORK;
0030 WORK @UNIT #1;
0040 WORK @UNIT #2;
0050 WORK @UNIT #3;
0060 WORK @UNIT #4;
0070 DO PAUSE; WAIT 60*60;
0080 WORK @UNIT #5;
0090 WORK @UNIT #6;
0100 DO TEA; WAIT 15*60;
0110 WORK @UNIT #7;
0120 WORK @UNIT #8;
0130 MOVE GAB, DOJO;
0140 DO WARMUP;
0150 MOVE POETRY, MOVEMENT;
0160 MOVE EXPERIENCE, GAB;
0170 MOVE GAB, EXPERIENCE;
0180 DO THINK;
0190 MOVE GAB, HOME
0200 STOP;
Sunday, January 31, 2010
Friday, January 22, 2010
Enter, Sandman
Il tragitto dall'area Lavoro all'area Shinseikai è corto e denso, immerso in pensieri in bilico tra decompressione e persistenza. In quei pochi minuti rivedo la lezione precedente come se fosse di anni fa, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido, e immagino di vedere la lezione come sarà, come vorrei che sia, come potrebbe essere tra qualche anno, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido.
Le luci altalenanti e insensate del parcheggio nascondono e poi mostrano la ressa di scatole metalliche su ruote che si sfidano per una singola posizione, una sfida alle leggi della balistica che è costantemente ed inesorabilmente rinnovata, senza che io possa far nulla.
La pazienza vince, qualcuno se va, qualcuno arriva, qualcuno continua ad aspettare. Trovo il mio posto.
Esito, prima di uscire ed avviarmi verso il luogo che ancora continua ad essere l'oggetto dei desideri inespressi. Ripenso alla giornata lavorativa trascorsa, e soprattutto rivedo i volti delle persone che amo, legate a suoni, impressioni, ricordi, rimpianti, speranze, dubbi, vita. Sono in anticipo. Continuo ad essere in anticipo. Non mi causa fastidio, spero non causi fastidio ad altri. La borsa mi accompagna dall'automobile all'entrata del Dojo, e nel cammino intravedo un tratto di palestra, già animata, come la copertina di un libro che non riesco a decifrare.
Entro.
L'odore è acre, di fatica, dedizione, movimento, sudore, ripetizione.
Le luci sono ferme. Fredde. Il neon veste di freddo qualsiasi colore, appiattisce la prospettiva, ti comunica che tra poco sarà il tuo turno, esalta la solidità del ring e di chi si avvicina all'anello di combattimento come gli uomini-scimmia di 2001, con paura, curiosità e nuove scoperte.
Entro nello spogliatoio, cerco il mio posto, non trovandolo, e ricordo che la pazienza vince sempre. Gli agonisti che saluto scivolano via veloci, pronti per iniziare, e l'anticipo già accumulato mi consente la vestizione al ritmo di pensieri più scanditi. Trovo il mio posto, prendo il karategi, guardo il simbolo Shinseikai e - come ogni volta - mi interrogo sulla possibilità di indossarlo con profitto e onore.
Mentre giro la mia obi l'unisono degli atleti che eseguono movimenti ed esercizi rende il Dojo sincrono, spingendo lontano il caos e l'inutile rumore della modernità che attanaglia le mura del Dojo.
I partecipanti al secondo turno iniziano ad arrivare, ed a rubare con gli occhi le movenze degli agonisti, le loro lotte, le loro passioni. La soglia dell'attenzione cresce, il tempo inizia a scorrere più veloce. Lo spazio antistante al luogo dell'allenamento si colora di lampi bianchi, una coreografia di gambe, braccia e movimenti. Il saluto al Sensei e ai colleghi marca la fine della sessione degli agonisti, e l'inizio della mia.
L'uomo della sabbia, il sandman dei racconti nordici, distribuisce la polvere magica che fa addormentare il bambino, e, nel mio caso, fa risvegliare l'uomo.
L'allenamento ha inizio. Enter, sandman.
Le luci altalenanti e insensate del parcheggio nascondono e poi mostrano la ressa di scatole metalliche su ruote che si sfidano per una singola posizione, una sfida alle leggi della balistica che è costantemente ed inesorabilmente rinnovata, senza che io possa far nulla.
La pazienza vince, qualcuno se va, qualcuno arriva, qualcuno continua ad aspettare. Trovo il mio posto.
Esito, prima di uscire ed avviarmi verso il luogo che ancora continua ad essere l'oggetto dei desideri inespressi. Ripenso alla giornata lavorativa trascorsa, e soprattutto rivedo i volti delle persone che amo, legate a suoni, impressioni, ricordi, rimpianti, speranze, dubbi, vita. Sono in anticipo. Continuo ad essere in anticipo. Non mi causa fastidio, spero non causi fastidio ad altri. La borsa mi accompagna dall'automobile all'entrata del Dojo, e nel cammino intravedo un tratto di palestra, già animata, come la copertina di un libro che non riesco a decifrare.
Entro.
L'odore è acre, di fatica, dedizione, movimento, sudore, ripetizione.
Le luci sono ferme. Fredde. Il neon veste di freddo qualsiasi colore, appiattisce la prospettiva, ti comunica che tra poco sarà il tuo turno, esalta la solidità del ring e di chi si avvicina all'anello di combattimento come gli uomini-scimmia di 2001, con paura, curiosità e nuove scoperte.
Entro nello spogliatoio, cerco il mio posto, non trovandolo, e ricordo che la pazienza vince sempre. Gli agonisti che saluto scivolano via veloci, pronti per iniziare, e l'anticipo già accumulato mi consente la vestizione al ritmo di pensieri più scanditi. Trovo il mio posto, prendo il karategi, guardo il simbolo Shinseikai e - come ogni volta - mi interrogo sulla possibilità di indossarlo con profitto e onore.
Mentre giro la mia obi l'unisono degli atleti che eseguono movimenti ed esercizi rende il Dojo sincrono, spingendo lontano il caos e l'inutile rumore della modernità che attanaglia le mura del Dojo.
I partecipanti al secondo turno iniziano ad arrivare, ed a rubare con gli occhi le movenze degli agonisti, le loro lotte, le loro passioni. La soglia dell'attenzione cresce, il tempo inizia a scorrere più veloce. Lo spazio antistante al luogo dell'allenamento si colora di lampi bianchi, una coreografia di gambe, braccia e movimenti. Il saluto al Sensei e ai colleghi marca la fine della sessione degli agonisti, e l'inizio della mia.
L'uomo della sabbia, il sandman dei racconti nordici, distribuisce la polvere magica che fa addormentare il bambino, e, nel mio caso, fa risvegliare l'uomo.
L'allenamento ha inizio. Enter, sandman.
Friday, January 15, 2010
Opportunità di crescita
Quando qualcuno ti provoca in molteplici, subdole, velate maniere.
Quando qualcuno ti provoca apertamente, davanti a tutti, alzando la voce.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e sai di non avere la ruota di scorta.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e avevi chiesto la ruota di scorta, ma mai ottenuta.
Quando scopri un parcheggio lontanissimo, ma non era un parcheggio, era una Smart.
Quando una Smart ti frega il parcheggio, che era giusto per la tua macchina.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai visibilmente sbagliato.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai sbagliato, e pensavi di averlo fatto di nascosto.
Quando hai già indossato il Karategi, e hai scordato fasce, conchiglia ed il cambio.
Quando hai già indossato il Karategi, ma era il Karategi di un altro.
Quando pensi di essere in forma, e finisci per terra.
Quando pensi di essere a terra, e finisci per rimanerci.
Quando ti fanno una domanda che non sai, e dici una corbelleria.
Quando ti fanno una domanda che sai, e dici una corbelleria.
Quando scrivi su Facebook qualcosa di sbagliato, che cancelli subito.
Quando ti accorgi che il mondo reale non è Facebook, e che gli errori non si cancellano.
Quando esegui correttamente un Kihon, dopo averne sbagliati dieci.
Quando sbagli un Kihon, dopo averne sbagliati nove.
Quando è venerdì sera, e sei stanco.
Quando è venerdì sera, ma sabato mattina ci si allena...
Ricorda: bisogna stare calmi.
Quando qualcuno ti provoca apertamente, davanti a tutti, alzando la voce.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e sai di non avere la ruota di scorta.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e avevi chiesto la ruota di scorta, ma mai ottenuta.
Quando scopri un parcheggio lontanissimo, ma non era un parcheggio, era una Smart.
Quando una Smart ti frega il parcheggio, che era giusto per la tua macchina.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai visibilmente sbagliato.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai sbagliato, e pensavi di averlo fatto di nascosto.
Quando hai già indossato il Karategi, e hai scordato fasce, conchiglia ed il cambio.
Quando hai già indossato il Karategi, ma era il Karategi di un altro.
Quando pensi di essere in forma, e finisci per terra.
Quando pensi di essere a terra, e finisci per rimanerci.
Quando ti fanno una domanda che non sai, e dici una corbelleria.
Quando ti fanno una domanda che sai, e dici una corbelleria.
Quando scrivi su Facebook qualcosa di sbagliato, che cancelli subito.
Quando ti accorgi che il mondo reale non è Facebook, e che gli errori non si cancellano.
Quando esegui correttamente un Kihon, dopo averne sbagliati dieci.
Quando sbagli un Kihon, dopo averne sbagliati nove.
Quando è venerdì sera, e sei stanco.
Quando è venerdì sera, ma sabato mattina ci si allena...
Ricorda: bisogna stare calmi.
Thursday, January 14, 2010
Shinseikai III
Ti muovi in avanti
verso il respiro
verso il tuo specchio
mentre dai tutto
ché il cuore martella
e la mente, pian piano
sopisce il tuo peso
riprende il controllo
di quello che è intorno
e di nuovo comincia
il cammino in salita
di sassi appuntiti
il corpo ti implora
che devi star saldo
e morbido, insieme
leggero e silente
...
E vedi più lontani
i lividi della vita
che fuori dal Dojo
hai appena lasciato.
Friday, January 8, 2010
I suoni del Dojo
Il Dojo non è solo il luogo dove si ricerca la via. E' un luogo dove occhi ed orecchie devono essere sempre aperti e la bocca quasi sempre chiusa, il che fa del Dojo un posto magico (trovatemi un posto dove si parla poco e si impara molto e io sarò lì, in fila all'entrata, aspettando l'apertura) e quasi fuori dal tempo.
Occhi per rubare il possibile (nei confini della legalità) attraverso gli sguardi, le impressioni, le valutazioni visive. Orecchie per ascoltare le indicazioni ed i comandi, e le spiegazioni a corredo delle tecniche da utilizzare.
Dopo qualche decina di lezioni, le orecchie dei bipedi che frequentano il corso Shinseikai vengono addestrate non solo alle funzioni canoniche riportate sopra, classificabili come funzioni ricettive (che agevolano la traduzione da stimolo a esecuzione), ma a caratteristiche più sofisticate e divertenti che vengono preparate spiando gli allenamenti degli agonisti: le cosiddette funzioni distintive.
Le funzioni ricettive servono per imparare ed evolvere, quelle distintive per imparare e sopravvivere. La caratteristica tipica della funzione distintiva è, appunto, distinguere un suono dall'altro.
Alcune applicazioni delle funzioni distintive sono ludiche. Ad esempio, l'enumerazione in giapponese delle ripetizione degli esercizi fisici o delle tecniche, assegnate dal Sensei a suo piacimento, è il primo tipo di esercizio che un qualsiasi primate biancocinturato (io) inizia ad eseguire durante l'attesa del proprio turno. Con un minimo di tecnica e di attenzione, è possibile identificare l'assegnatario di ogni ciclo di ripetizioni, come segue:
- Mattia (pronuncia dei numeri lunga, frequenza media, intonazione della Capitale)
- Francesco (pronuncia dei numeri corta, frequenza medio-alta, intonazione sostenuta)
- Pierluigi (pronuncia dei numeri media, frequenza medio-alta, intonazione distinguibile)
- Tullio (pronuncia dei numeri corta, frequenza altissima, intonazione molto sostenuta)
- MIchael (pronuncia dei numeri regolare, frequenza medio-alta, intonazione di classe)
e così via. Tremo al pensiero che un giorno, alle deità piacendo, dovrò anch'io simultaneamente eseguire e pronunziare, con il rischio di emettere vocalizzi da tacchino svizzero raffreddato.
Altre applicazioni, invece, sono (come dicevamo) a carattere di sopravvivenza: riconoscere un suono di un Mawashi Geri Gedan tirato da (uno a caso) Pierluigi ad un sacco, mentre sei voltato, potrebbe significare - in un kumite - la differenza tra tornare a casa con le tue gambe o accompagnato da strani signori vestiti di bianco. Perché? Perché intuendo la distruttività associata al suono farai di tutto per pararlo o evitarlo.
Riconoscere, oltre alla tecnica, anche chi la sta eseguendo in quell'istante, costituisce la base delle tecniche di auto-conservazione che un giorno potrebbero essere utili.
Talvolta, in compagnia del buon Arduino, ci divertiamo a gareggiare indovinando tecniche e esecutori, non senza sorrisetti nervosi e pietà per i poveri sacchi, oggetto di tanta immane energia cinetica.
Esempio tipico di conversazione Gabba - Arduino, ore 20.10, Dojo.
SBAAAAAAAM - "Questo è Pierluigi, Mawashi Geri Gedan" (Nota del Redattore: ai fini del punteggio, Pierluigi non vale: lo riconoscono anche i condomini dei palazzi viciniori)
SBAM SBAAM SBAAM SBAAM - "Mawashi Geri Chudan, questo è Mattia che sta affinando la mira, inizia piano e poi aumenta"
SBAAAM - "Mawashi Geri Jodan, e questo è Tullio, ma non l'ha tirato totalmente"
SBAAAAAAM - "Mawashi Geri Jodan, sempre Tullio, ma adesso c'è andato giù pesante"
Deh, studente che frequenti regolarmente il Dojo. Apri le orecchie e ascolta. Oltre ad imparare potrai distinguere, e alle volte il distinguere non ci rende solo migliori, ma anche viventi.
Wednesday, January 6, 2010
Scoordinator Salvation
La prima lezione dell'anno, tenuta dal Senpai, ha mostrato in tutta la sua illuminante verità quanto io e i Kihon siamo ancora distanti. E siamo ancora distanti un bel po', diciamo che per raggiungerli mi devo far accompagnare da qualcuno, a piedi non se ne parla nemmeno.
La cronaca.
Nei sommessi rumori di corridoio iniziano a serpeggiare supposizioni e tremolanti possibilità riguardo la natura e la durata dell'allenamento non agonistico. L'assenza del Sensei alimenta paure e angosce del primo allenamento postbaccanali, e la vox populi inizia a considerare varie possibilità:
Dopo un riscaldamento veloce ed intenso, il Senpai annuncia pubblicamente il soggetto della lezione: i Kihon. La prova del panettone è solo rimandata, ma questo non mi tranquillizza. Continuo ad avere movenze da cotechino precottura sansilvestrina, e la pratica dei Kihon mi conferma lo stato di seminfermità corporale (la mentale è già conclamata, come sapete).
Ripasso mentalmente le tecniche contenute nella tabella del vecchio sito riguardale senza pause e soprattutto ricorda i movimenti e ricorda che parte della terminologia è contenuta all'interno del comando verbale fai attenzione alla posizione di partenza e pensa sempre di avere un'avversario della tua statura non perdere l'equilibrio gira il pugno in fase finale per colpire con il Seiken attento al movimento di anca e spalla deve essere compiuto correttamente colpisci con tutto il corpo l'avversario è un ostacolo da superare il colpo deve oltrepassarlo e respira respira respira il respiro è vita anca e spalla durante i tsuki ruota il piede anche esageratamente durante i mawashi geri e rimani concentrato concentrato guarda sempre avanti e soprattutto ascolta ascolta ascolta ...
Primo comando del Senpai: swooosh.
Liscio totalmente la posizione e la tecnica. Riesco a recuperare durante l'esecuzione dei Kihon, ma continuo a sbagliare la prima esecuzione di ogni comando. Gli indizi per eseguire i comandi li ho in testa, ma la mente e il corpo sono scoordinati.
In fase post-bellica, il Senpai mi rassicura dicendo che sono solo all'inizio e che avrò tempo di imparare. Il cammino è lungo, il tempo del cotechino è finito (epifania, tutte le feste porta via) e domani la prova panettone. Si ricomincia.
La cronaca.
Nei sommessi rumori di corridoio iniziano a serpeggiare supposizioni e tremolanti possibilità riguardo la natura e la durata dell'allenamento non agonistico. L'assenza del Sensei alimenta paure e angosce del primo allenamento postbaccanali, e la vox populi inizia a considerare varie possibilità:
- La temuta prova del panettone eseguita dal Senpai con il Sensei collegato in teleconferenza, dotato di telecomando e frusta virtuale. Chi fallisce la prova sarà punito con flessioni Seiken per l'eternità.
- Allenamento impostato esclusivamente su Jumping Squat, in decine di gruppi di 120 ripetizioni, fino a lavaggio e candeggio del pavimento del Dojo. Gli studenti poi vengono portati via dalla squadra di pulizie la mattina dopo.
- Inizio di allenamento regolare (essendo lezione Shinseikai, regolare ha un altro significato oltre a quello del Devoto-Oli) e dopo 27 minuti il Sensei si presenta a sorpresa selezionando pochi ed infausti studenti per qualche round di riscaldamento (per lui).
Dopo un riscaldamento veloce ed intenso, il Senpai annuncia pubblicamente il soggetto della lezione: i Kihon. La prova del panettone è solo rimandata, ma questo non mi tranquillizza. Continuo ad avere movenze da cotechino precottura sansilvestrina, e la pratica dei Kihon mi conferma lo stato di seminfermità corporale (la mentale è già conclamata, come sapete).
Ripasso mentalmente le tecniche contenute nella tabella del vecchio sito riguardale senza pause e soprattutto ricorda i movimenti e ricorda che parte della terminologia è contenuta all'interno del comando verbale fai attenzione alla posizione di partenza e pensa sempre di avere un'avversario della tua statura non perdere l'equilibrio gira il pugno in fase finale per colpire con il Seiken attento al movimento di anca e spalla deve essere compiuto correttamente colpisci con tutto il corpo l'avversario è un ostacolo da superare il colpo deve oltrepassarlo e respira respira respira il respiro è vita anca e spalla durante i tsuki ruota il piede anche esageratamente durante i mawashi geri e rimani concentrato concentrato guarda sempre avanti e soprattutto ascolta ascolta ascolta ...
Primo comando del Senpai: swooosh.
Liscio totalmente la posizione e la tecnica. Riesco a recuperare durante l'esecuzione dei Kihon, ma continuo a sbagliare la prima esecuzione di ogni comando. Gli indizi per eseguire i comandi li ho in testa, ma la mente e il corpo sono scoordinati.
In fase post-bellica, il Senpai mi rassicura dicendo che sono solo all'inizio e che avrò tempo di imparare. Il cammino è lungo, il tempo del cotechino è finito (epifania, tutte le feste porta via) e domani la prova panettone. Si ricomincia.
Thursday, December 31, 2009
Mosubi dachi!
Ad ogni lezione, agonistica, passionale, subìta o sperata, corrisponde un momento di verifica e di introspezione. Non mi riferisco solo alle lezioni Shinseikai a cui ho avuto l'onore di assistere negli ultimi quattro mesi di questo 2009, ma alle lezioni che quotidianamente la vita riesce a propinarci in maniera smaccatamente palese o subdolamente, camuffate da eventi che sembrano rientrare nella consuetudine e che invece contribuiscono al cambiamento.
Nella disciplina Shinseikai, l'obbligatorietà dell'introspezione è un insegnamento che guadagna significato al passo dell'esperienza maturata nel corso del tempo. Ricordo bene che durante le prime lezioni trovare delle aree di miglioramento era molto difficile.
La metafora più vicina è rappresentata dalla persona che accende una candela accorgendosi di essere stata al buio: alla richiesta di valutare la potenza della candela, in Lumen, passando dallo zero, corrisponde imbarazzo e curiosità.
Pian piano, con gli allenamenti, questa pratica acquista senso, e diventa parte integrante del proprio percorso formativo. Gli studenti si mettono in file distinte, esperti e meno, e si aspetta il comando del Sensei.
"Mosubi Dachi."
Non c'è respiro che possa intaccare l'inizio del silenzio e l'aumento della concentrazione che corrisponde alla posizione Mosubi Dachi. Talloni uniti, piedi aperti a 45°, mani in avanti, l'una sull'altra. I pochi secondi di attesa del comando successivo si dilatano e diventano eoni. La reale percezione della relatività del tempo.
"Mokuso!"
E' il momento di parlarti. Di raccontarti cosa hai provato, cosa hai capito, cosa hai fallito, cosa cambierai. E, il 31 dicembre, sembra proprio questo momento.
La disamina interiore appartiene a ciascuno di noi, ed è giusto rimanga confinata dentro i nostri pensieri. Il blog, credo, non è un giusto veicolo di trasporto del nostro esperire.
Un paio di insegnamenti che ho acquisito, invece sono compatibili con le portinaie elettroniche che abbiamo a disposizione per comunicare con il mondo, anche se il mondo sembra non ascoltarci, sempre troppo preso - guarda un po' - a comunicare.
Per alcuni saranno banalità. Per altri corrisponderanno a nulla. Per altri ancora, un motivo per non scrivere su un blog. E la maggior parte del mondo non li leggerà mai, e questo non diminuisce il valore che questi insegnamenti hanno per me.
Mai dire Mai.
Me lo ripeto da (più o meno) venticinque anni, ed ogni volta questa frase si colora di novità, rendendola sempre appetibile ed adeguata al momento corrente.
Ad Agosto 2009 un aspirante aspirante (la ripetizione è voluta) corrinuotatore che credeva di essere in forma.
A Dicembre 2009 l'ultimo degli studenti di un'arte marziale complessa, difficile, impegnativa, che sembra richiedere ben più di quello che io posso dare.
A Dicembre 2009, io, l'incomunicatore, scrivo su un blog (!) righe a metà tra l'ammirato e l'auto-beffardo raccontando quello che raccolgo dalle sessioni settimanali, e come cerco di raffigurarlo con occhi occidentali, cultura multinazionale e ironia all'amatriciana.
Mai dire Mai. Quel Mai potrebbe essere domani.
Dentro e fuori.
Il vero obiettivo, e forse quello più ambizioso ed arduo, è applicare quanto imparato nel Dojo al di fuori del Dojo. Imparare l'arte della concentrazione, guadagnare la calma, respirare correttamente, pensare alle cose importanti, amare la vita, uscir fuori dalle baruffe di tutti i giorni. Rispettare chi ne sa più di te, e rubare con gli occhi quello che può insegnarti. Aiutare i tuoi compagni, per essere aiutato. Memorizzare la pratica dei calci circolari è importante, portare i valori del Dojo nella vita quotidiana è fondamentale.
Se non riuscirò a portare il dentro in fuori, avrò fallito il mio obiettivo.
Il 2010 sarà un anno di studio, avrò molte cose da imparare.
Non è forse vero per tutti gli anni :-) ?
Auguri!
Nella disciplina Shinseikai, l'obbligatorietà dell'introspezione è un insegnamento che guadagna significato al passo dell'esperienza maturata nel corso del tempo. Ricordo bene che durante le prime lezioni trovare delle aree di miglioramento era molto difficile.
La metafora più vicina è rappresentata dalla persona che accende una candela accorgendosi di essere stata al buio: alla richiesta di valutare la potenza della candela, in Lumen, passando dallo zero, corrisponde imbarazzo e curiosità.
Pian piano, con gli allenamenti, questa pratica acquista senso, e diventa parte integrante del proprio percorso formativo. Gli studenti si mettono in file distinte, esperti e meno, e si aspetta il comando del Sensei.
"Mosubi Dachi."
Non c'è respiro che possa intaccare l'inizio del silenzio e l'aumento della concentrazione che corrisponde alla posizione Mosubi Dachi. Talloni uniti, piedi aperti a 45°, mani in avanti, l'una sull'altra. I pochi secondi di attesa del comando successivo si dilatano e diventano eoni. La reale percezione della relatività del tempo.
"Mokuso!"
E' il momento di parlarti. Di raccontarti cosa hai provato, cosa hai capito, cosa hai fallito, cosa cambierai. E, il 31 dicembre, sembra proprio questo momento.
La disamina interiore appartiene a ciascuno di noi, ed è giusto rimanga confinata dentro i nostri pensieri. Il blog, credo, non è un giusto veicolo di trasporto del nostro esperire.
Un paio di insegnamenti che ho acquisito, invece sono compatibili con le portinaie elettroniche che abbiamo a disposizione per comunicare con il mondo, anche se il mondo sembra non ascoltarci, sempre troppo preso - guarda un po' - a comunicare.
Per alcuni saranno banalità. Per altri corrisponderanno a nulla. Per altri ancora, un motivo per non scrivere su un blog. E la maggior parte del mondo non li leggerà mai, e questo non diminuisce il valore che questi insegnamenti hanno per me.
Mai dire Mai.
Me lo ripeto da (più o meno) venticinque anni, ed ogni volta questa frase si colora di novità, rendendola sempre appetibile ed adeguata al momento corrente.
Ad Agosto 2009 un aspirante aspirante (la ripetizione è voluta) corrinuotatore che credeva di essere in forma.
A Dicembre 2009 l'ultimo degli studenti di un'arte marziale complessa, difficile, impegnativa, che sembra richiedere ben più di quello che io posso dare.
A Dicembre 2009, io, l'incomunicatore, scrivo su un blog (!) righe a metà tra l'ammirato e l'auto-beffardo raccontando quello che raccolgo dalle sessioni settimanali, e come cerco di raffigurarlo con occhi occidentali, cultura multinazionale e ironia all'amatriciana.
Mai dire Mai. Quel Mai potrebbe essere domani.
Dentro e fuori.
Il vero obiettivo, e forse quello più ambizioso ed arduo, è applicare quanto imparato nel Dojo al di fuori del Dojo. Imparare l'arte della concentrazione, guadagnare la calma, respirare correttamente, pensare alle cose importanti, amare la vita, uscir fuori dalle baruffe di tutti i giorni. Rispettare chi ne sa più di te, e rubare con gli occhi quello che può insegnarti. Aiutare i tuoi compagni, per essere aiutato. Memorizzare la pratica dei calci circolari è importante, portare i valori del Dojo nella vita quotidiana è fondamentale.
Se non riuscirò a portare il dentro in fuori, avrò fallito il mio obiettivo.
Il 2010 sarà un anno di studio, avrò molte cose da imparare.
Non è forse vero per tutti gli anni :-) ?
Auguri!
Wednesday, December 23, 2009
Xmas
Un Oi Tsuki al mare delle avversità.
Un Hiza Geri agli ostacoli che non finiscono mai.
Uno Shita Tsuki a chi non fa del bene.
Un Mawashi Geri Jodan alla cattiva sorte e a chi vuol far male alla speranza.
Ma, soprattutto, un abbraccio a tutti Voi, uno dei gruppi più belli del mondo, che ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo.
Gabba
Un Hiza Geri agli ostacoli che non finiscono mai.
Uno Shita Tsuki a chi non fa del bene.
Un Mawashi Geri Jodan alla cattiva sorte e a chi vuol far male alla speranza.
Ma, soprattutto, un abbraccio a tutti Voi, uno dei gruppi più belli del mondo, che ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo.
Gabba
Tuesday, December 22, 2009
Il curioso caso di Benjamin Button.
Le analogie e le metafore rendono la vita, se non più vera, più colorata.
Si discuteva con il Sensei, nei pochi istanti di pausa, degli allenamenti e della disciplina Shinseikai, e di come le tre ore settimanali, vista la natura della disciplina stessa, fossero insufficienti.
Il dialogo:
Gabba: "Shinseikai è una disciplina che richiede ben più di tre ore a settimana."
Sensei: "Vero."
Gabba: "Ne sono convinto."
Sensei: "Vi vieto, forse, di allenarvi conto vostro? Io facevo così: quando non mi allenavo nel mio Dojo, mi allenavo per conto mio."
Gabba: "Non è la stessa cosa."
Sensei: "E qui sbagli. Ma lo capirai... Non devi avere fretta."
Gabba: "Credo di capire. Non è la stessa cosa, ma è quello che va fatto. Bisogna crescere, prima o poi."
La crescita è inevitabile. C'è un paradosso, però, nel crescere da adulti, ed è la sensazione di essere ancora un infante incastrato in un corpo che invece vira verso la vetustà. Come Benjamin Button. L'esperienza da neofita ha bisogno del maestro, il corpo da adulto ha bisogno di proseguire da solo. E bisogna seguire tutte e due le strade.
"Niente paura", mi dico, "non sono due strade, non è un bivio. La strada è la stessa, quello che cambia è che, alle volte, il maestro non c'è. E, allora, devi far da solo."
E stasera ci si allena. Con il Sensei.
Si discuteva con il Sensei, nei pochi istanti di pausa, degli allenamenti e della disciplina Shinseikai, e di come le tre ore settimanali, vista la natura della disciplina stessa, fossero insufficienti.
Il dialogo:
Gabba: "Shinseikai è una disciplina che richiede ben più di tre ore a settimana."
Sensei: "Vero."
Gabba: "Ne sono convinto."
Sensei: "Vi vieto, forse, di allenarvi conto vostro? Io facevo così: quando non mi allenavo nel mio Dojo, mi allenavo per conto mio."
Gabba: "Non è la stessa cosa."
Sensei: "E qui sbagli. Ma lo capirai... Non devi avere fretta."
Gabba: "Credo di capire. Non è la stessa cosa, ma è quello che va fatto. Bisogna crescere, prima o poi."
La crescita è inevitabile. C'è un paradosso, però, nel crescere da adulti, ed è la sensazione di essere ancora un infante incastrato in un corpo che invece vira verso la vetustà. Come Benjamin Button. L'esperienza da neofita ha bisogno del maestro, il corpo da adulto ha bisogno di proseguire da solo. E bisogna seguire tutte e due le strade.
"Niente paura", mi dico, "non sono due strade, non è un bivio. La strada è la stessa, quello che cambia è che, alle volte, il maestro non c'è. E, allora, devi far da solo."
E stasera ci si allena. Con il Sensei.
Friday, December 18, 2009
Moving Target
La Senpai-Lezione di ieri mi ha fatto riflettere sul concetto di bersaglio in movimento. Colpire qualsiasi cosa (e nel nostro caso, centrare l'obiettivo) è più difficile quando il bersaglio è semovente. Il mio compagno di botte (Arduino il Bianco), alla fine di una lezione centrata sulle basi, sulle combinazioni, sui kihon, e sulla ripetizione di figure che devono necessariamente diventare parte del nostro DNA, mi ha detto una frase che è rimbalzata più volte nelle mie (molte) cavità cerebrali acquisendo, ad ogni rimbalzo, nuovo significato.
La frase riguardava l'esecuzione delle tecniche, specialmente quelle in combinazione, che dovevano essere eseguite con calma e precisione.
"Dovremmo eseguirle al rallentatore".
In quel momento ho realizzato, proprio alla fine della lezione, che il mio approccio era stato esattamente l'inverso. Ed ho pensato, come spesso mi succede nel Dojo, ad una metafora adatta ad essere scritta e raccontata su web.
Il bersaglio in movimento.
Il bersaglio è la tecnica da eseguire correttamente, in maniera pulita. Il movimento è causato da più ragioni: dalla (mia) incapacità di sfruttare la finestra temporale costituita dallo studio delle tecniche (dai 20 ai 30 minuti), dall'errata percezione che questa finestra temporale è inadeguata per ripetere i movimenti e le tecniche in maniera coerente alla loro memorizzazione, dall'ansia da prestazione, da una postura rigida. E chissà quali altre.
In particolare, sento di avere poco tempo, e ciò si tramuta in una sensazione di fretta. Esegui in fretta, così sei in grado di ripetere di più a parità di tempo.
Sbagliato.
Ripetere aiuta - i latini avevano ragione. Ripetere in fretta, però, anche con un numero maggiore di tecniche nella stessa unità di tempo, non ha aggiunto alcun valore all'immagine nella mente che dobbiamo creare per ogni movimento.
Può sembrare banale, ma non lo è, considerando che ad ogni inizio di lezione mi ripeto costantemente questi concetti, scandendoli precisamente, con la suprema intenzione di applicarli correttamente. Ripasso mentalmente, mi convinco, mi preparo, agisco.
Paff.
Non funziona. I movimenti si accavallano, diventano più confusi, si avvicina il Senpai, o l'allievo anziano, e mi illustra la mia rigidità o l'errore dovuto alla non pienezza della tecnica.
Il bersaglio in movimento. Me ne ricorderò. Ricorderò anche che lungo il corso dell'apprendimento di questa disciplina, credo, il bersaglio sarà sempre in movimento.
Più pratico lo Shinseikai e più lo Shinseikai assomiglia molto alla vita.
La frase riguardava l'esecuzione delle tecniche, specialmente quelle in combinazione, che dovevano essere eseguite con calma e precisione.
"Dovremmo eseguirle al rallentatore".
In quel momento ho realizzato, proprio alla fine della lezione, che il mio approccio era stato esattamente l'inverso. Ed ho pensato, come spesso mi succede nel Dojo, ad una metafora adatta ad essere scritta e raccontata su web.
Il bersaglio in movimento.
Il bersaglio è la tecnica da eseguire correttamente, in maniera pulita. Il movimento è causato da più ragioni: dalla (mia) incapacità di sfruttare la finestra temporale costituita dallo studio delle tecniche (dai 20 ai 30 minuti), dall'errata percezione che questa finestra temporale è inadeguata per ripetere i movimenti e le tecniche in maniera coerente alla loro memorizzazione, dall'ansia da prestazione, da una postura rigida. E chissà quali altre.
In particolare, sento di avere poco tempo, e ciò si tramuta in una sensazione di fretta. Esegui in fretta, così sei in grado di ripetere di più a parità di tempo.
Sbagliato.
Ripetere aiuta - i latini avevano ragione. Ripetere in fretta, però, anche con un numero maggiore di tecniche nella stessa unità di tempo, non ha aggiunto alcun valore all'immagine nella mente che dobbiamo creare per ogni movimento.
Può sembrare banale, ma non lo è, considerando che ad ogni inizio di lezione mi ripeto costantemente questi concetti, scandendoli precisamente, con la suprema intenzione di applicarli correttamente. Ripasso mentalmente, mi convinco, mi preparo, agisco.
Paff.
Non funziona. I movimenti si accavallano, diventano più confusi, si avvicina il Senpai, o l'allievo anziano, e mi illustra la mia rigidità o l'errore dovuto alla non pienezza della tecnica.
Il bersaglio in movimento. Me ne ricorderò. Ricorderò anche che lungo il corso dell'apprendimento di questa disciplina, credo, il bersaglio sarà sempre in movimento.
Più pratico lo Shinseikai e più lo Shinseikai assomiglia molto alla vita.
Wednesday, December 16, 2009
Incredibile ma vero.
- Il blog è un animale sincrono, che scatta al ritmo degli allenamenti e della disciplina Shinseikai. Interrotto lo studio Shinseikai, interrotto il blog. La catena degli eventi, quindi, è: influenza, no Shinseikai, no blog, no party.
- La disciplina Shinseikai cura l'influenza ed i malesseri stagionali. Ieri sono entrato come un vecchio bacucco, e sono uscito come un giovane bastonato. Bastonato, ma giovane.
- Le aspettative di un allenamento sono inversamente proporzionali alla riuscita dell'allenamento stesso. La modalità "Stasera Spacco Tutto" quasi sempre si trasforma nell'umore "Peggio Di Così Non Poteva Andare". La modalità "Speriamo Vada Bene" quasi sempre si trasforma nell'umore "E Anche Stasera L'Ho Sfangata". La differenza tra i due quasi sono i cazzotti del Sensei.
- Lo studente Shinseikai, oltre a distribuire salacche terrificanti, svolge attività di ricreazione psicofisica. Abbiamo diversi musicisti rock nel gruppo, potrebbe essere possibile suonare in una Jam Session. Anzichè iniziare con "One, Two, Three, Four", scandiremo tutti gli inizi dei brani con "Ichi, Ni, San, Shi".
- Lo studente Shinseikai, oltre a smistare manate tecnicamente impostate, svolge attività informatiche e di Social Networking. Una regola è certa: tra di noi non si fanno i poke di Facebook. Abbiamo un'etica, e i nostri poke fanno male, anche nel cyberspazio.
- La porta dello spogliatoio maschile è composta di antimateria. Si dematerializza da sola, soprattutto quando si gira nudi in cerca di un fugace ma necessario ingresso nelle cabine della sorpresa (per i nuovi del blog, vedi il post Folklore).
- Tra i propositi per il nuovo anno (i miei) si distingue il desiderio di riuscire a completare un riscaldamento Shinseikai senza fermarmi, senza visioni di Santi vestiti di Karategi e con abbastanza forze per rispondere adeguatamente durante lo studio delle tecniche. Spero ardentemente che questo nuovo anno sia il 2010.
E, nel frattempo, OSU!
Saturday, December 5, 2009
Folklore II
Mentre il 2009, oramai ridotto ad un arzillo vecchietto, sta correndo verso il traguardo SanSilvestrino per "portar lo testimonio" al 2010 (chiedo scusa, Dante dà dipendenza), siamo già circondati da pubblicità che ti ricordano del Natale di regalare di non preoccuparti di anestetizzarti di rimandare i problemi al prossimo anno di dormire di iniettarti dosi sempre più massicce di TV a pagamento per sollazzare la tua voglia di divano lasciandoti, certamente, più povero di prima. In tutti i sensi.
Invischiati tra questo pattume multimediale, che non risparmia (ahinoi) anche la Rete e canali di comunicazione meno mesmerizzanti della TV, ci accorgiamo che il Dojo è un santuario, un rifugio che permette di prendere le distanze da spazio e tempo (rispettivamente, Roma - Italia e Dicembre 2009) e di rivolgere la nostra completa attenzione su cosa dobbiamo migliorare, anzichè cosa dobbiamo comprare. Le mie parole, povere e inadeguatamente vergate su di un blog nero e anonimo (e quindi molto allineato al suo padrone), non riescono a spiegare bene cosa si prova in quei secondi post-lezione dove siamo invitati a pensare alle aree di miglioramento e di crescita interiore, oltre che sportiva. Quello che so, però, è che non mi è mai capitato di lasciare quei secondi vuoti, come credo non sia mai capitato a nessuno.
Oltre al Dojo, però, ci sono altri valori che non cambiano. Che restano lì, immobili, immutati, invecchiati come un buon vino d'annata, come un brano di musica classica che con gli anni aumenta la sorpresa di chi ascolta. Come, ad esempio, lo Spogliatoio.
Lo Spogliatoio e la Smemorina.
Un argomento già affrontato in uno dei post precedenti, concernente lo Spogliatoio, è la presenza inquietante di artefatti semiorganici che farebbero felici interi reparti della Polizia Scientifica: scarpe, magliette, felpe, fasce, calzini e indumenti sportivi non identificabili neanche con accurate analisi al Carbonio-14.
La presenza è inquietante per l'assenza dei proprietari.
Ho elaborato una teoria, autoctona, ma supportata da studi internazionali e finanziata dal Gas Technology Institute (http://www.gastechnology.org/) che riguarda l'argomento.
Gli innumerevoli allenamenti Shinseikai, uniti a quelli di altre discipline (Boxe), hanno prodotto - nel tempo - vapori letali nell'area corrispondente allo spogliatoio maschile che rimangono residenti ed attaccano direttamente i centri della memoria. Tali vapori hanno l'infausto effetto di lasciare i malcapitati avventori incapaci di intendere e volere e, soprattutto, di ricordare il prelievo di indumenti sudati ed accessori (sudati anch'essi). L'enzima contenuto in questi vapori è stato battezzato Smemorina, ed è particolarmente aggressivo: basta un allenamento, e oplà, la Smemorina esegue il suo diabolico compito, facendo scordare di tutto, di più.
A giorni dovrebbe arrivare il referto del GTI (vedi sopra) in grado di dare indicazioni precise sulla produzione di un antidoto.
Armadietti e Salto Quantico.
Lo studente Shinseikai dotato di portafoglio, chiavi e cellulare al seguito può sperimentare l'essenza del Salto Quantico cercando di porre i propri effetti personali nei microarmadietti posti fuori lo spogliatoio. Ho utilizzato il termine cercare in quanto i vapori letali descritti nel punto precedente hanno cambiato il funzionamento degli armadietti rendendolo non euclideo e indipendente dalle quattro dimensioni conosciute.
L'apertura dei locker non è omogenea: scegliendo sempre lo stesso armadietto (ad esempio, il 18), si aprirà correttamente solo di giovedì, con tempo sereno e prima del solstizio di inverno. Qualsiasi variazione di questa combinazione causa la chiusura ermetica o il funzionamento non corretto dell'armadietto, rendendolo inservibile.
A volte, gli armadietti scambiano proditoriamente i loro contenuti lasciando interdetti i proprietari degli oggetti ivi contenuti: il contenuto del 16 va nel 21 e quello del 21 va nel 4 che è chiuso da sei anni.
Ricordo bene che una volta Ivano il Giallo mi chiese di condividere uno degli armadietti, apparentemente innocuo, unendo i nostri averi. Aprendolo alla fine della lezione, trovammo una tessera della P2, un barattolo di marmellata scaduta e una figurina di Facchetti.
La Via Crucis.
Prima dello Spogliatoio spraybiotico e degli armadietti sudoku, il Dojo si contraddistingue per il grande spazio, il ring, la zona sacchi e soprattutto per le pareti costellati di immagini di combattenti, pugili, campioni e bipedi dotati di coraggio, quasi sempre con guantoni e l'aria di chi ne date (e prese) proprio tante: è la Via Crucis. Da Mohammad Ali fino ai campioni locali, ci sono tutti. Alle volte ho come l'impressione che si divertano a guardarci. Chissà cosa si dicono quando la palestra è vuota.
Martedì prossimo non c'è lezione.
Che tristezza.
Wednesday, December 2, 2009
La macula cieca.
La schiena non fa male, inizio a riprendere il ritmo durante le mie sessioni di nuoto, i tempi ritornano verso la normalità. Mi sento in forma.
Arrivo addirittura prima, per rubare immagini in movimento durante la sessione degli agonisti.
Mi chiedo cosa imparerò oggi. Tecniche? Combinazioni? Suggerimenti da parte degli allievi anziani? Colpi, e come assorbirli?
Passano i minuti. Il Dojo si anima.
E' sempre piacevole incontrare gli studenti nei pochi minuti di pausa tra gli allenamenti. Poche parole, in genere a bassa voce, e qualche sorriso che non fa mai male.
La quiete prima della tempesta.
"Yame."
Il Sensei chiama, ci si mette in posizione immobile. Fudo dachi.
Un cenno del capo dal Sensei al Senpai è come un'invisibile - ma percepibile - onda elettromagnetica, che tra poco ci ritornerà moltiplicata in potenza.
Inizia il riscaldamento, un treno che lascia la stazione ed inizia il suo viaggio, aumentando progressivamente la velocità. Una sorpresa per i miei tegumenti, come sempre.
Il cuore inizia a battere più forte, mentre il corpo inizia a ribellarsi per poi adeguarsi ai movimenti che iniziano regolari-scanditi e finiscono rapidi-insopportabili.
Il sudore mi gocciola sul naso, batte sul pavimento del Dojo. Mi stupisco di come sia lenta la traiettoria di una gocciolina dal mio corpo all'ostacolo rappresentato dalla superficie. Ma è solo un'impressione. Evidentemente i miei sensi sono alterati.
Il riscaldamento sembra finire, ma continua. Il limite è sempre un po' distante da come te lo aspetti. E continua. Oramai le goccioline in terra sono molte, e quando ho deciso di contarle il Maestro chiama la fine del riscaldamento.
"Yame!"
E' il momento delle tecniche. Sono in uno degli angoli del Dojo, vicino ad un sacco.
I comandi impartiti dal Sensei sono chiari. Dobbiamo utilizzare tecniche in combinazione, con difficoltà crescente, per capire, sfruttare ed eseguire i movimenti attraverso le catene cinetiche.
Le istruzioni vengono poi visualmente dipinte dal Sensei attraverso l'azione, più e più volte, anche per mezzo del loro opposto: devo eseguire ABC in sequenza stretta, che non è corrispondente ad A, B, C oppure AB, C oppure altro.
Le tecniche vengono poi contestualizzate, e quindi, oltre al come, è spiegato il perchè.
Credo di aver capito, l'immagine nella mente è buona, e cerco di tatuare sul nervo ottico i movimenti, le combinazioni ed il contesto che è stato appena illustrato.
ABC.
Ricordo bene gli errori delle lezioni precedenti, e quindi non cerco di imprimere potenza alle tecniche, dedicandomi solo alla correttezza del colpo.
ABC. Lo posso fare.
Eseguo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
(Rifletto. I movimenti del Sensei, nella mia mente, sono più appannati.) Riprovo.Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
(Succede quello che non dovrebbe: inizio ad irritarmi.) Riprovo.Il corpo non esegue correttamente.
Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
(Rifletto. Non sono più sicuro che i movimenti che ho registrato siano corretti.) Riprovo.
Il corpo non esegue correttamente.
"Yame!"
Il Sensei chiama lo stop.
Mentre l'ingiustificata ed inutile irritazione continua a solleticare il mio archipallium, penso alla macula cieca. Cerco di avvicinarmi all'obiettivo, e l'obiettivo sparisce. Mi allontano, e magicamente riappare. Mi avvicino nuovamente, e l'obiettivo non è dove dovrebbe essere.
La macula cieca. Una buona metafora. L'obiettivo è sempre lì, ma cambia la nostra percezione su di esso. Conoscere la nostra macula cieca è uno dei passi necessari per raggiungere il nostro obiettivo, anche se, temporaneamente, lo sposta verso l'infinito, rendendolo irraggiungibile.
Me ne ricorderò Giovedì :-).
P.S. Una buona rappresentazione della macula cieca e come sperimentarla praticamente è in questo sito.
Thursday, November 26, 2009
Shinseikai in Quinto Canto.
Ed al maestro mi rivolsi e parla' io,
e cominciai: "Sensei, li miei tormenti
e le flessioni mi fanno tristo e pio
Ma dimmi: al tempo dell'inizio
a che e come concedesti coorte
che conosceste lo dubbioso prezio?"
E quello a me: "Nessuna buona sorte
cambia lo destino o 'l tuo volere
ne la miseria: e ciò ti farà forte
Ma s'a conoscer 'l primo sapere
della mia arte che imparo e insegno
dirò come colui che fa accadere.
Combatter fu per me lo sacro impegno
del guerriero che in sogno il trofeo strinse
solo ero e cercai d'esser sì degno.
Per più fiate li occhi mi sospinse
quel sogno, e scolorommi il viso
ma solo un punto fu quel che poi vinse."
Mentre che 'l maestro questo disse
rimasi fermo; si che del mio orgoglio
io venni al Dojo, così com'io vivesse.
Ed imparar a cader è quel che voglio.
Tuesday, November 24, 2009
Sunday, November 22, 2009
Tre Riflessioni.
L'ultima toccatina del Maestro al muscolo vasto laterale Destro (...lo giuro, oggi le rime sono inconsapevoli: cercherò di disattivarle ascoltando più volte le interviste di Aldo Biscardi) in risposta ad una mia fallacia posturale mi ha fatto pensare agli errori più comuni che continuo a propinare al sacco o al compagno di botte. Riesco ancora a camminare, e quindi la toccatina era solo un segnalibro temporaneo, come un foglietto bianco da portare a casa e rileggere con calma. Rabbrividisco al pensiero di ricevere un foglietto giallo. E spero di non prendere mai quello rosso, debbo lavorare ancora qualche decennio - per me e la Provinciali.com - quasi sempre fuori casa, con deambulazione come requisito funzionale obbligatorio.
Continuo ad andare fuori tema, sindrome del Dottor Divago.
Dicevamo, gli errori più comuni mi portano a qualche riflessione.
L'immagine nella mente.
Chiamata anche stereotipo (e utilizzata quasi sempre in connotazione negativa), serve a richiamare la tecnica da utilizzare in maniera pulita, precisa, corretta. La tecnica deve essere già precisa nella mente. Pensarla bene non equivale (almeno per me) ad eseguirla bene, ma è un buon inizio. Pensarla male o non pensarla affatto equivale (non solo per me) ad eseguirla male. Una buona immagine che corrisponde ad una buona tecnica richiederà le tre T: Tempo, Tenacia, Tirocinio.
Fretta nell'esecuzione.
Un errore che continuo a commettere e che evidentemente devo curare di più. Un'esecuzione non curata e non derivata dall'immagine nella mente (vedi sopra) tende ad essere frettolosa. E la fretta, nel mondo, non corrisponde alla velocità. La velocità è altra cosa.
Sconfiggere la fretta significa impiegare le tre C: Concentrazione, Costanza, Controllo.
Le fondamenta.
E' difficile accumulare esperienza, movimenti, memoria neuromuscolare se non si curano le basi. Come spesso (sempre) ripete il Sensei, le basi sono le fondamenta su cui costruiamo figure, tecniche e strategie complesse. In questo momento sono uno studente che sta imparando costrutti molto semplici (fase di lallazione), vedo alcuni degli allievi che già parlottano ed altri che si permettono discorsi lunghi ed articolati. Vedendo gli altri posso imparare di più, ma non più velocemente: debbo completare le vocali. Avere buone fondamenta significa aver capito altre tre lettere, che lascerò decidere a Te, caro lettore.
Io debbo ancora scoprire le mie. :-)
Continuo ad andare fuori tema, sindrome del Dottor Divago.
Dicevamo, gli errori più comuni mi portano a qualche riflessione.
L'immagine nella mente.
Chiamata anche stereotipo (e utilizzata quasi sempre in connotazione negativa), serve a richiamare la tecnica da utilizzare in maniera pulita, precisa, corretta. La tecnica deve essere già precisa nella mente. Pensarla bene non equivale (almeno per me) ad eseguirla bene, ma è un buon inizio. Pensarla male o non pensarla affatto equivale (non solo per me) ad eseguirla male. Una buona immagine che corrisponde ad una buona tecnica richiederà le tre T: Tempo, Tenacia, Tirocinio.
Fretta nell'esecuzione.
Un errore che continuo a commettere e che evidentemente devo curare di più. Un'esecuzione non curata e non derivata dall'immagine nella mente (vedi sopra) tende ad essere frettolosa. E la fretta, nel mondo, non corrisponde alla velocità. La velocità è altra cosa.
Sconfiggere la fretta significa impiegare le tre C: Concentrazione, Costanza, Controllo.
Le fondamenta.
E' difficile accumulare esperienza, movimenti, memoria neuromuscolare se non si curano le basi. Come spesso (sempre) ripete il Sensei, le basi sono le fondamenta su cui costruiamo figure, tecniche e strategie complesse. In questo momento sono uno studente che sta imparando costrutti molto semplici (fase di lallazione), vedo alcuni degli allievi che già parlottano ed altri che si permettono discorsi lunghi ed articolati. Vedendo gli altri posso imparare di più, ma non più velocemente: debbo completare le vocali. Avere buone fondamenta significa aver capito altre tre lettere, che lascerò decidere a Te, caro lettore.
Io debbo ancora scoprire le mie. :-)
Tuesday, November 17, 2009
To Do List
Lista delle cose da portare per stasera:
- Karategi, pulito e stirato (credits to my wife) e cintura rigorosamente bianca
- Indumenti intimi
- Sospensorio e conchiglia rinforzata a lega titanio-berillio (non si sa mai)
- Scarpette da arti marziali
- Accappatoio e materiale per doccia resistenti ad attacco nucleare
- Ciabatte antigravità per spogliatoio maschile
- Sterilizzatore portatile modello "Fahrenheit 451"
- 7 paia di asciugamani (uno per ogni 10 minuti di attività + uno di scorta)
- Protezioni
- Paratibie
- Guantoni
- Doppie fasce
- Paradenti
- Protezioni spirituali
- Santino di Cassius Clay
- Poster 3x1.5 m di Roberto Cammarelle in scala 1:2
- Lettera della mamma con supplica di stare attento e di asciugarsi bene quando si esce (!)
- Luce portatile per contrastare improvvisi e dirompenti black-out in spogliatoio
- Biglietto precompilato con proprio indirizzo e telefono da consegnare al tassista in caso di breve ma intenso incontro sul ring con Sensei, Senpai, allievi anziani, cinture colorate, cinture bianche, inservienti palestra, etc.
- Connettivina, pomata a base d'arnica, Lasonil, Serenase
- Timer per countdown della prossima lezione (giovedì)
...Ho scordato qualcosa?
Friday, November 13, 2009
Shinseikai II
Shinseikai è la poesia dell'unità
cantata dal corpo
espressa in una forma
e movimento, bello e mortale
Rivedi la forma nella mente
e la fai vivere con il movimento
lo scopo e l'energia
che ripeti, fino all'arrivo
la tua partenza di domani.
cantata dal corpo
espressa in una forma
e movimento, bello e mortale
Rivedi la forma nella mente
e la fai vivere con il movimento
lo scopo e l'energia
che ripeti, fino all'arrivo
la tua partenza di domani.
Saturday, November 7, 2009
Effetto Demo
Sua Infernità la Signora Sciatica, anche se non richiesta, ha bussato alla mia porta lo scorso giovedì iniettandomi in diffusa zona coccigea (per i romani: sopra le chiappe) un rinomato cocktail internazionale recensito dalle più autorevoli riviste del settore, tra cui Il Gambero Rosso, Lo Sgommarello di Platino e Guida agli Zozzoni d'Europa, composto come segue:
20 cl di Aculei di Stegosauro
20 cl di Estrusione C5-C6
20 cl di Diclofenac alla Voltaren
20 cl di Rondelle, Chiodi e Bucagomme.
Aggiungere ghiaccio secco
Mescolare in un bicchiere da artificiere
Guarnire con polvere pirica
e lasciandomi senza particolari velleità artistiche da apporre a questo pseudodiario del "Gabba - il bianco che più bianco non si può" (i più piccini tra voi non ricorderanno questa pubblicità lisergica, i più anziani ricorderanno l'ora del Carosello come la zona oscura tra la fine dei compiti - o della partitella di pallone, per i marioli - e le braccia di Morfeo).
Sono andato fuori tema.
Su un blog è consentito, a scuola ti insufficientano e poi a casa ti mattarellano.
Dicevamo.
Navigo oramai i perigliosi, rutilanti e tuttavia sconosciuti oceani dell'Information Technology (questa me la segno) da 25 anni (l'età perfetta per un combattente Shinseikai di buona fattura) e, nel corso del mio errare, ho preparato, somministrato e ricevuto Demo (dimostrazioni) di qualsiasi genere e natura, da software inesistente a architetture arcimbolde, da lettura monocorde di slides senza fantasia a presentazioni dove Benigni sembra un timido dilettante, da dimostrazioni fiume di 31 ore consecutive con annichilamento dell'audience a quarkizzazioni miniaturizzate con esaustione dell'argomento in 49 secondi netti.
Insomma, ne ho vista qualcuna.
Nello Shinseikai c'è qualcosa di diverso.
In genere, il maestro mostra, e lo studente studia. E, se lo studente studiante non capisce, il maestro ripete fino ad assorbimento, da parte del discepolo, del concetto esposto.
Ed ivi trovasi la differenza.
Lo studente chiede, il maestro eroga, ma lo studente è in grado di reggere una sola Demo, ed il Sensei - saggiamente - provvede ad un'unica somministrazione.
Oh, aspirante studente, fai molta attenzione. Di Gyaku Tsuki, del maestro, ne basta uno solo.
A martedì, e a chi chiede una Demo di troppo gli auguro infinita permanenza nelle cabine della sorpresa (vedi post precedenti) con lo stegosauro incazzato per gli aculei persi all'inizio di questo post.
OSU!
20 cl di Aculei di Stegosauro
20 cl di Estrusione C5-C6
20 cl di Diclofenac alla Voltaren
20 cl di Rondelle, Chiodi e Bucagomme.
Aggiungere ghiaccio secco
Mescolare in un bicchiere da artificiere
Guarnire con polvere pirica
e lasciandomi senza particolari velleità artistiche da apporre a questo pseudodiario del "Gabba - il bianco che più bianco non si può" (i più piccini tra voi non ricorderanno questa pubblicità lisergica, i più anziani ricorderanno l'ora del Carosello come la zona oscura tra la fine dei compiti - o della partitella di pallone, per i marioli - e le braccia di Morfeo).
Sono andato fuori tema.
Su un blog è consentito, a scuola ti insufficientano e poi a casa ti mattarellano.
Dicevamo.
Navigo oramai i perigliosi, rutilanti e tuttavia sconosciuti oceani dell'Information Technology (questa me la segno) da 25 anni (l'età perfetta per un combattente Shinseikai di buona fattura) e, nel corso del mio errare, ho preparato, somministrato e ricevuto Demo (dimostrazioni) di qualsiasi genere e natura, da software inesistente a architetture arcimbolde, da lettura monocorde di slides senza fantasia a presentazioni dove Benigni sembra un timido dilettante, da dimostrazioni fiume di 31 ore consecutive con annichilamento dell'audience a quarkizzazioni miniaturizzate con esaustione dell'argomento in 49 secondi netti.
Insomma, ne ho vista qualcuna.
Nello Shinseikai c'è qualcosa di diverso.
In genere, il maestro mostra, e lo studente studia. E, se lo studente studiante non capisce, il maestro ripete fino ad assorbimento, da parte del discepolo, del concetto esposto.
Ed ivi trovasi la differenza.
Lo studente chiede, il maestro eroga, ma lo studente è in grado di reggere una sola Demo, ed il Sensei - saggiamente - provvede ad un'unica somministrazione.
Oh, aspirante studente, fai molta attenzione. Di Gyaku Tsuki, del maestro, ne basta uno solo.
A martedì, e a chi chiede una Demo di troppo gli auguro infinita permanenza nelle cabine della sorpresa (vedi post precedenti) con lo stegosauro incazzato per gli aculei persi all'inizio di questo post.
OSU!
Saturday, October 31, 2009
Perché continui a correre?
Perché credo sia giusto.
Perché nella mia vita non ho mai corso abbastanza.
Perché se corro non rischio di addormentare la mia coscienza.
Perché vorrei correre meglio.
Perché se non corro io lo farà qualcun altro.
Perché qualcun altro non potrà mai farlo.
Perché mi è stato dato un esempio, e lo vorrei dare ai miei figli.
Perché quando corri non parli, corri e basta.
Perché quando corri, devi pensare, e tenere la mente lucida.
Perché, se non corri, qualcuno può incazzarsi.
Perché, se non corri, ti puoi incazzare tu.
Perché correndo non sfidi solo qualcun altro, sfidi anche te stesso.
Perché le promesse vanno mantenute, e correre è una promessa.
Perché correndo si impara.
Perché quando un amico, mentre corri, ti da una pacca sulla spalla, corri di più.
Perché quando un nemico, mentre corri, ti fa inciampare, corri di più.
Perché quando si corre siamo un po' tutti nella stessa barca.
Perché quando si corre si dicono meno corbellerie.
Perché se tutti corressero - forse - ci sarebbero meno problemi.
Perché dopo un po' la fatica inizia a farsi sentire.
Perché quella fatica è il tuo prossimo ostacolo da superare.
Perché mi piacerebbe correre da solo, dove non c'è anima viva.
Perché mi piacerebbe correre tutti insieme, e sentire anche la fatica degli altri.
Perché finita una corsa, ce n'è subito un'altra.
Perché dopo che ho corso, i post sul mio blog sono accessori non originali.
Perché, quando corri, tutto il resto è lontano.
Perché, quando corri, tutto il resto non è lontano abbastanza.
Perché per correre non devi essere un genio, devi correre e basta.
Perché gli amici corrono, i nemici corrono, e gli altri non stanno a guardare.
Perché correndo c'è un singolo, memorabile attimo in cui sconfiggi la gravità.
Perché correndo - alle volte - ci si commuove.
Perché correndo - alle volte - ti senti veramente di dover iniziare daccapo.
Perché correre ti fa scappare più in fretta in caso di pericolo.
Perché correre è un altro giorno, e un altro giorno è sempre un miracolo.
Perché la corsa serve anche a sgonfiare i palloni gonfiati.
...
...
...
Perché correre è la metafora perfetta.
Grazie a chi ci insegna - ogni volta - a correre un po' di più, e meglio.
Perché nella mia vita non ho mai corso abbastanza.
Perché se corro non rischio di addormentare la mia coscienza.
Perché vorrei correre meglio.
Perché se non corro io lo farà qualcun altro.
Perché qualcun altro non potrà mai farlo.
Perché mi è stato dato un esempio, e lo vorrei dare ai miei figli.
Perché quando corri non parli, corri e basta.
Perché quando corri, devi pensare, e tenere la mente lucida.
Perché, se non corri, qualcuno può incazzarsi.
Perché, se non corri, ti puoi incazzare tu.
Perché correndo non sfidi solo qualcun altro, sfidi anche te stesso.
Perché le promesse vanno mantenute, e correre è una promessa.
Perché correndo si impara.
Perché quando un amico, mentre corri, ti da una pacca sulla spalla, corri di più.
Perché quando un nemico, mentre corri, ti fa inciampare, corri di più.
Perché quando si corre siamo un po' tutti nella stessa barca.
Perché quando si corre si dicono meno corbellerie.
Perché se tutti corressero - forse - ci sarebbero meno problemi.
Perché dopo un po' la fatica inizia a farsi sentire.
Perché quella fatica è il tuo prossimo ostacolo da superare.
Perché mi piacerebbe correre da solo, dove non c'è anima viva.
Perché mi piacerebbe correre tutti insieme, e sentire anche la fatica degli altri.
Perché finita una corsa, ce n'è subito un'altra.
Perché dopo che ho corso, i post sul mio blog sono accessori non originali.
Perché, quando corri, tutto il resto è lontano.
Perché, quando corri, tutto il resto non è lontano abbastanza.
Perché per correre non devi essere un genio, devi correre e basta.
Perché gli amici corrono, i nemici corrono, e gli altri non stanno a guardare.
Perché correndo c'è un singolo, memorabile attimo in cui sconfiggi la gravità.
Perché correndo - alle volte - ci si commuove.
Perché correndo - alle volte - ti senti veramente di dover iniziare daccapo.
Perché correre ti fa scappare più in fretta in caso di pericolo.
Perché correre è un altro giorno, e un altro giorno è sempre un miracolo.
Perché la corsa serve anche a sgonfiare i palloni gonfiati.
...
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Perché correre è la metafora perfetta.
Grazie a chi ci insegna - ogni volta - a correre un po' di più, e meglio.
Saturday, October 24, 2009
Folklore
Nulla mi fa sogghignare di più di alcune caratteristiche che, ogni martedì-giovedì-avoltesabato, ritrovo con con simpatia e con rinnovato rispetto nelle stanze del luogo-dove-si-segue-la-via.
Lo spogliatoio.
Immaginate uno spazio vitale di 25 m² (o meno) occupato da 40 persone che hanno con sé borse la cui capienza è misurabile in ettolitri contenenti karategi cinta guantoni paratibie paradenti scarpette fasce cavigliere, materiale da doccia (vedi sotto) e da asciugo post bellico. Il risultato è il tipico effetto farfalla (teoria del caos): un battito di ciglia di Mattia giù in fondo provoca una leva con proiezione a me - povero bianco inesperto - che sono dall'altra parte. Molto di questo materiale da combattimento viene poi perso o abbandonato da crudeli padroni, e non di rado è possibile vedere qualche fascia Leone del 1976 scappare via veloce per evitare la tortura del cesto degli orrori (vedi sotto).
Le docce.
Chiamarle docce è - secondo me - improprio. Trattasi di dispositivi di erogazione casuale di acqua, pensati, disegnati, installati e resi operativi attraverso una rigida logica booleana. La doccia eroga, o non eroga. Eroga acqua in ebollizione, o acqua proveniente da Capo Nord, e spesso combinazioni veloci tra le due. Ho visto più di una volta persone Shinseikai, e quindi abituate a superare costantemente i propri limiti fisici e mentali, avvicinarsi timorose e riverenti prima di entrare nelle cabine della sorpresa (definizione più appropriata, non sai mai cosa può capitarti).
Il pavimento dello spogliatoio.
Visto il comportamento delle cabine della sorpresa, provate ad immaginare le condizioni del pavimento dello spogliatoio. Sono presenti, in pratica, tutte le sedimentazioni e tipologie di terreno esistenti al mondo, dal desertico al limaccioso, dal pluviale al montano.
Abbiamo ricevuto diverse richieste da parte di geologi per conto di università prestigiose (Oxford, Frascati) al fine di analizzare e studiare i vari compound nel corso del tempo, ma per il bene del Dojo e dell'attività Shinseikai sono passate tutte in second'ordine.
Ogni oggetto che cade in preda al rigore gravitazionale trasforma la faccia del proprietario dall'inaspettato all'orrorifico, il tutto in un istante. Una volta toccato il pavimento, non c'è molta scelta: disinfezione nucleare o cesto degli orrori.
Il cesto degli orrori.
E' lì. Sempre presente. Sempre pieno. Ti guarda dal basso verso l'alto con aria di sfida e di (vera e propria) intoccabilità. Qualcuno mi ha sussurrato, prima dell'inizio delle lezioni, che tra i vari strati di reperti pare ci siano magliette ancora sudate di George Foreman, le fasce di Primo Carnera (due lenzuoli, in pratica) e un sospensorio mummificato di Achille, l'eroe dell'antichità omerica. Un compagno di botte mi ha anche giurato di vederlo muoversi, a tempo, mentre il Sensei scandisce gli ordini e li enumera con ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!
La luce del parcheggio.
Se esiste un algoritmo che ne regola l'accensione e lo spegnimento, vi prego di farmelo sapere, lo potremmo vendere a Google e con gli interessi comprare delle torce autoalimentate.
...
...
...
Martedì, il Dojo, mi mancherà.
Lo spogliatoio.
Immaginate uno spazio vitale di 25 m² (o meno) occupato da 40 persone che hanno con sé borse la cui capienza è misurabile in ettolitri contenenti karategi cinta guantoni paratibie paradenti scarpette fasce cavigliere, materiale da doccia (vedi sotto) e da asciugo post bellico. Il risultato è il tipico effetto farfalla (teoria del caos): un battito di ciglia di Mattia giù in fondo provoca una leva con proiezione a me - povero bianco inesperto - che sono dall'altra parte. Molto di questo materiale da combattimento viene poi perso o abbandonato da crudeli padroni, e non di rado è possibile vedere qualche fascia Leone del 1976 scappare via veloce per evitare la tortura del cesto degli orrori (vedi sotto).
Le docce.
Chiamarle docce è - secondo me - improprio. Trattasi di dispositivi di erogazione casuale di acqua, pensati, disegnati, installati e resi operativi attraverso una rigida logica booleana. La doccia eroga, o non eroga. Eroga acqua in ebollizione, o acqua proveniente da Capo Nord, e spesso combinazioni veloci tra le due. Ho visto più di una volta persone Shinseikai, e quindi abituate a superare costantemente i propri limiti fisici e mentali, avvicinarsi timorose e riverenti prima di entrare nelle cabine della sorpresa (definizione più appropriata, non sai mai cosa può capitarti).
Il pavimento dello spogliatoio.
Visto il comportamento delle cabine della sorpresa, provate ad immaginare le condizioni del pavimento dello spogliatoio. Sono presenti, in pratica, tutte le sedimentazioni e tipologie di terreno esistenti al mondo, dal desertico al limaccioso, dal pluviale al montano.
Abbiamo ricevuto diverse richieste da parte di geologi per conto di università prestigiose (Oxford, Frascati) al fine di analizzare e studiare i vari compound nel corso del tempo, ma per il bene del Dojo e dell'attività Shinseikai sono passate tutte in second'ordine.
Ogni oggetto che cade in preda al rigore gravitazionale trasforma la faccia del proprietario dall'inaspettato all'orrorifico, il tutto in un istante. Una volta toccato il pavimento, non c'è molta scelta: disinfezione nucleare o cesto degli orrori.
Il cesto degli orrori.
E' lì. Sempre presente. Sempre pieno. Ti guarda dal basso verso l'alto con aria di sfida e di (vera e propria) intoccabilità. Qualcuno mi ha sussurrato, prima dell'inizio delle lezioni, che tra i vari strati di reperti pare ci siano magliette ancora sudate di George Foreman, le fasce di Primo Carnera (due lenzuoli, in pratica) e un sospensorio mummificato di Achille, l'eroe dell'antichità omerica. Un compagno di botte mi ha anche giurato di vederlo muoversi, a tempo, mentre il Sensei scandisce gli ordini e li enumera con ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!
La luce del parcheggio.
Se esiste un algoritmo che ne regola l'accensione e lo spegnimento, vi prego di farmelo sapere, lo potremmo vendere a Google e con gli interessi comprare delle torce autoalimentate.
...
...
...
Martedì, il Dojo, mi mancherà.
Wednesday, October 21, 2009
Leggere attentamente le istruzioni prima dell'uso...
La lezione di ieri - la diciottesima - mi ha fatto capire diverse cose importanti. O forse, le ha fatte levitare dallo strato di cognizione allo strato di convinzione. O forse, ne ero già convinto, ma vederle - e soprattutto sentirle fisicamente - ne ha amplificato la verità.
Le tecniche di difesa personale che il Sensei ci ha mostrato possono essere - letteralmente - armi micidiali.
Leve, proiezioni, ostruzioni delle vie respiratorie tramite compressione del collo, e le loro eventuali combinazioni, debbono essere evitate a tutti i costi. La disciplina, in tal senso, ci obbliga - fortunatamente - alla comprensione dell'etica che è applicata alla conoscenza ed alla pratica di queste tecniche. Credo anche che il discorso possa essere esteso all'intera arte del combattimento, e non solo alla difesa personale. L'utilizzo può essere solamente applicato in casi di eccezionale gravità. In effetti, rabbrividisco al solo pensiero che tali armi possano cadere nelle mani sbagliate (o, in questo caso, nella testa sbagliata) - ma, di fatto, nulla può impedirlo.
Quello che possiamo fare è ascoltare il consiglio del Sensei, molto semplice e diretto: la disciplina è tutto, ed è quello che ci distingue dagli altri. Con la disciplina, la costanza, la pratica (ed il sudore associato, in ettolitri) è inevitabile acquisire l'etica necessaria a renderci più forti non usando quel che porta distruzione.
Le tecniche di difesa personale che il Sensei ci ha mostrato possono essere - letteralmente - armi micidiali.
Leve, proiezioni, ostruzioni delle vie respiratorie tramite compressione del collo, e le loro eventuali combinazioni, debbono essere evitate a tutti i costi. La disciplina, in tal senso, ci obbliga - fortunatamente - alla comprensione dell'etica che è applicata alla conoscenza ed alla pratica di queste tecniche. Credo anche che il discorso possa essere esteso all'intera arte del combattimento, e non solo alla difesa personale. L'utilizzo può essere solamente applicato in casi di eccezionale gravità. In effetti, rabbrividisco al solo pensiero che tali armi possano cadere nelle mani sbagliate (o, in questo caso, nella testa sbagliata) - ma, di fatto, nulla può impedirlo.
Quello che possiamo fare è ascoltare il consiglio del Sensei, molto semplice e diretto: la disciplina è tutto, ed è quello che ci distingue dagli altri. Con la disciplina, la costanza, la pratica (ed il sudore associato, in ettolitri) è inevitabile acquisire l'etica necessaria a renderci più forti non usando quel che porta distruzione.
Saturday, October 17, 2009
Pubblico Ludibrio.
Ho perso la scommessa fatta con me stesso, e dopo inevitabile conciliabolo interiore sono costretto a riferire pubblicamente le mie mancanze dello scorso allenamento di giovedì come farebbe uno scolaretto delle elementari (o Bart Simpson) con il cappello da asino e dietro la lavagna (e, soprattutto, senza usare il copia-e-incolla):
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Non sono riuscito a finire il riscaldamento.
Perdere una scommessa contro se stessi fa più male che contro qualcun altro.
Immagine presa da Air Force One su Flickr.
Wednesday, October 14, 2009
Il Signore dell'Anello
Ehilà, mondo. Ottima lezione, ieri sera.
Inizio a non preoccuparmi più del numero della lezione, ma di cosa riuscirò a portare a casa (corpo incluso).
L'ambiente del luogo-dove-si-insegna-la-via incoraggia l'apprendimento esponenziale, e la lezione di ieri sera ne è stato un esempio calzante. Ogni studio di tecniche effettuato con gli allievi più anziani (i "colorati") ti insegna differenti movimenti e differenti modi di pensare, che riutilizzerai subito dopo.
Ed ora le (auto) critiche.
(voce del Sensei: Dai Dai Dai Dai Dai! Non cedere!)
Non riesco ancora ad eseguire gli esercizi di riscaldamento in maniera piena e completa, e questo mi frustra un po'... Credo che il connubio tra corpo e mente sia una relazione difficile e piena di litigi. Deve, comunque, essere funzionante e ben oliata in uno sport come questo, dove la catena pensiero-azione-pensiero-pensiero è importante (credo) tanto quanto la catena cinetica.
(voce del Sensei: Sciolto!)
Sono ancora rigido. Il ripasso delle tecniche con i colorati serve per impostare la precisione dei movimenti e - fortunatamente - per evidenziare gli errori. La mia non-scioltezza è evidente, e mi è stata fatta notare in tutte le occasioni. Ci devo lavorare sopra.
Ieri sera ho anche avuto l'onore di vedere il Sensei in azione, sul ring. Il Signore dell'Anello. Il Sensei cambia forma e sguardo, quando è sul palco del combattimento. Il malcapitato avversario può accorgersi che i suoi occhi diventano neri, anche senza cambiare colore, mentre porta i colpi - completamente attutiti, in versione Demo - che arrivano senza l'attrito dell'inesperienza.
Ieri sera, quel malcapitato ero io, e ... spero succeda spesso. :-)
Dai Dai Dai Dai Dai, manca un solo giorno a giovedì.
Inizio a non preoccuparmi più del numero della lezione, ma di cosa riuscirò a portare a casa (corpo incluso).
L'ambiente del luogo-dove-si-insegna-la-via incoraggia l'apprendimento esponenziale, e la lezione di ieri sera ne è stato un esempio calzante. Ogni studio di tecniche effettuato con gli allievi più anziani (i "colorati") ti insegna differenti movimenti e differenti modi di pensare, che riutilizzerai subito dopo.
Ed ora le (auto) critiche.
(voce del Sensei: Dai Dai Dai Dai Dai! Non cedere!)
Non riesco ancora ad eseguire gli esercizi di riscaldamento in maniera piena e completa, e questo mi frustra un po'... Credo che il connubio tra corpo e mente sia una relazione difficile e piena di litigi. Deve, comunque, essere funzionante e ben oliata in uno sport come questo, dove la catena pensiero-azione-pensiero-pensiero è importante (credo) tanto quanto la catena cinetica.
(voce del Sensei: Sciolto!)
Sono ancora rigido. Il ripasso delle tecniche con i colorati serve per impostare la precisione dei movimenti e - fortunatamente - per evidenziare gli errori. La mia non-scioltezza è evidente, e mi è stata fatta notare in tutte le occasioni. Ci devo lavorare sopra.
Ieri sera ho anche avuto l'onore di vedere il Sensei in azione, sul ring. Il Signore dell'Anello. Il Sensei cambia forma e sguardo, quando è sul palco del combattimento. Il malcapitato avversario può accorgersi che i suoi occhi diventano neri, anche senza cambiare colore, mentre porta i colpi - completamente attutiti, in versione Demo - che arrivano senza l'attrito dell'inesperienza.
Ieri sera, quel malcapitato ero io, e ... spero succeda spesso. :-)
Dai Dai Dai Dai Dai, manca un solo giorno a giovedì.
Saturday, October 10, 2009
InnerVision
[Ambiente: Casa. Poco illuminato.]
Mattina presto. Piove. La pioggia attutisce i rumori molesti delle scimmie urlatrici di quartiere, li devia, li copre, li schiaccia verso gli inferi lasciando illusione di normalità.
Apro gli occhi.
E' Sabato. Un sabato mattina di disciplina, ma diversa dalle mattine di sport a cui ero abituato.
Mi preparo. Ascolto musica, le parole e le note dei Porcupine Tree sono malinconiche ma ferme e profonde. E perfette per una mattinata di pioggia.
I movimenti sono rilassati. E' sabato. Ma sono più veloci. C'è attesa. Fermento interiore.
I numeri da uno a dieci, usati nelle ripetizioni dell'allenamento nel Dojo, continuano la loro risonanza ed io li seguo, anche se so che durante la lezione la mia mente soggiacerà alle esigenze del corpo e non riuscirò a pronunciarli. Molte proposizioni pensate lungamente prima di entrare nel Dojo, poi, evaporano, o semplicemente non riescono a manifestarsi correttamente. Erano lì, ma sono rimaste lì. Un'altra delle cose che dovrei segnare nel mio taccuino dei miglioramenti.
La tazza del mio tè preferito è ancora bollente, e guardo le evoluzioni del vapore. Una situazione vissuta tante volte - fortunatamente - ma che stamane sembra essere speciale.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
[Ambiente: Dojo. Mattinata di sole dopo la pioggia.]
Alcune circostanze non mi permettono di essere esplicito come vorrei, ma l'allenamento di stamattina mi ha colpito più di altri. E, sull'intero turbine tempesta tornado tuono di emozioni che possono affiorare guardando il sincronismo di giacche bianche che sfidano ogni istante la dannazione della gravità, vorrei ricordarmene due.
Il rispetto. La dignità con cui si onora il talento e la passione. Purtroppo, l'unica insegnante valida per una materia non accademica è la vita stessa, e le sue figlie: esperienza, disciplina, costanza.
Lo sguardo. Lo sguardo della persona che insegnando trasmette ricchezza interiore è uno sguardo profondo, umile ed allo stesso tempo forte. Uno sguardo che irradia rispetto per gli altri, per se stesso, per la disciplina che ama insegnare.
Sapevo queste cose, ma ora ne sono convinto.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
[Ambiente: Casa. Pensieri Post-Training.]
Continuo a scrivere post su questo blog ignorando l'inversa polarità penna/pugno.
La penna, seppur digitale, mi è familiare. E' una zona di conforto. Sono costretto a scrivere e parlare in modi diversi per motivi professionali, anche se la miglior poesia, alle volte, è il solo silenzio. Il pugno, invece, mi è sconosciuto. Dopo un mese, so a malapena che esiste. E' un black hole, denso, con velocità di fuga talmente elevata da attrarre sensazioni (e cose) non prevedibili a priori.
Rispetto, Umiltà, Dialettica penna/pugno. La lista presente nel taccuino dei miglioramenti è sempre, rigorosamente, più lunga delle attestazioni di autostima che riesco a formulare, e la dialettica penna/pugno aggiunge un'altra riga che un giorno, magari lontano, sarà barrata per far posto ad altro.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
Mattina presto. Piove. La pioggia attutisce i rumori molesti delle scimmie urlatrici di quartiere, li devia, li copre, li schiaccia verso gli inferi lasciando illusione di normalità.
Apro gli occhi.
E' Sabato. Un sabato mattina di disciplina, ma diversa dalle mattine di sport a cui ero abituato.
Mi preparo. Ascolto musica, le parole e le note dei Porcupine Tree sono malinconiche ma ferme e profonde. E perfette per una mattinata di pioggia.
I movimenti sono rilassati. E' sabato. Ma sono più veloci. C'è attesa. Fermento interiore.
I numeri da uno a dieci, usati nelle ripetizioni dell'allenamento nel Dojo, continuano la loro risonanza ed io li seguo, anche se so che durante la lezione la mia mente soggiacerà alle esigenze del corpo e non riuscirò a pronunciarli. Molte proposizioni pensate lungamente prima di entrare nel Dojo, poi, evaporano, o semplicemente non riescono a manifestarsi correttamente. Erano lì, ma sono rimaste lì. Un'altra delle cose che dovrei segnare nel mio taccuino dei miglioramenti.
La tazza del mio tè preferito è ancora bollente, e guardo le evoluzioni del vapore. Una situazione vissuta tante volte - fortunatamente - ma che stamane sembra essere speciale.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
[Ambiente: Dojo. Mattinata di sole dopo la pioggia.]
Alcune circostanze non mi permettono di essere esplicito come vorrei, ma l'allenamento di stamattina mi ha colpito più di altri. E, sull'intero turbine tempesta tornado tuono di emozioni che possono affiorare guardando il sincronismo di giacche bianche che sfidano ogni istante la dannazione della gravità, vorrei ricordarmene due.
Il rispetto. La dignità con cui si onora il talento e la passione. Purtroppo, l'unica insegnante valida per una materia non accademica è la vita stessa, e le sue figlie: esperienza, disciplina, costanza.
Lo sguardo. Lo sguardo della persona che insegnando trasmette ricchezza interiore è uno sguardo profondo, umile ed allo stesso tempo forte. Uno sguardo che irradia rispetto per gli altri, per se stesso, per la disciplina che ama insegnare.
Sapevo queste cose, ma ora ne sono convinto.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
[Ambiente: Casa. Pensieri Post-Training.]
Continuo a scrivere post su questo blog ignorando l'inversa polarità penna/pugno.
La penna, seppur digitale, mi è familiare. E' una zona di conforto. Sono costretto a scrivere e parlare in modi diversi per motivi professionali, anche se la miglior poesia, alle volte, è il solo silenzio. Il pugno, invece, mi è sconosciuto. Dopo un mese, so a malapena che esiste. E' un black hole, denso, con velocità di fuga talmente elevata da attrarre sensazioni (e cose) non prevedibili a priori.
Rispetto, Umiltà, Dialettica penna/pugno. La lista presente nel taccuino dei miglioramenti è sempre, rigorosamente, più lunga delle attestazioni di autostima che riesco a formulare, e la dialettica penna/pugno aggiunge un'altra riga che un giorno, magari lontano, sarà barrata per far posto ad altro.
"Non pensare di esserlo. Convinciti di esserlo."
Friday, October 9, 2009
Emozioni non lineari.
[Fast Forward: Venerdì, mezzogiorno]
Sembra passata una vita dall'inizio, ma è nulla. Un solo attimo. Tredici flessioni. Tredici squat. Tredici salti. Tredici sguardi in Tredici secondi. Tredici chiacchere nello spogliatoio.
Meridiano zero, il tempo passato dalla prima lezione è infinitamente piccolo rispetto all'obiettivo che ancora debbo tracciare, e sufficientemente grande per comprendere la solitudine di chi accende una candela a buio pesto e si accorge di non vedere nulla.
Caro lettore, non ti crucciare
non intendo esser amaro
quel che scrivo forse è chiaro
per capire dove andare.
Concentrazione. Studiare imparare capire ripetere ripetere ripetere ripetere e non cedere.
Meraviglioso :-). Inizio a reagire al training del giorno precedente. Non ho bollettini di guerra che mi provengono dal corpo, oggi. E' Venerdì, e domani ci si allena.
Sono un tipo fortunato!
;-)
[Rewind: Giovedì, ventuno e trenta]
Bella lezione, la quattordici (tredici, partendo da me, lo zero).
Nelle (poche) chiacchere pre-inizio Ivano il giallo si sorprende di vedermi asciutto.
Durerà poco, gli dico.
Il riscaldamento orchestrato da Tullio inizia velocemente, con passo sostenuto. Ogni esercizio inizia in pianura, che dopo pochi secondi diventa una salita, cambia in una salita ripida, e si trasforma rapidamente in una scalata sulla facciata nord dell'Eiger. Solo con te stesso, senza ganci ne strumenti di supporto.
Il tuo peggior avversario, te stesso. Voglio sconfiggerlo, superarlo. Se hai voglia di superare te stesso avrai anche voglia di superare gli altri, un giorno - dico tra me e me.
Pochi secondi, ed è tempo della tecnica, in coppia. Difendersi per poi attaccare. Schivare, assorbire, portare l'attacco sfruttando la forza dell'altro. Il Sensei corregge con occhio critico (e benevolo), e mostra gli esempi corretti. Io rubo con gli occhi, e metto da parte.
[Fast Forward: Venerdì, sei e quarantacinque]
La sveglia urla, ma il sonno è talmente profondo che non riesce a rompere la scorza del bozzolo che la notte mi ha costruito intorno. Sento solo uno scandire ritmico che mi accompagna alla mia tazza di tè, alla doccia ed alla scatola su ruote che mi porta in ufficio. Questi suoni continuano e mi provocano un semisorriso, incomprensibile agli altri, ma perfettamente sincrono con il mio umore (stranamente) leggero di questa mattina di OttobreGiugnoA25Gradi:
"ICHI - NI - SAN - SHI - GO - ROKU - SHICHI - HACHI - KU - JU!!"
Wednesday, October 7, 2009
Shinseikai benefits.
Post breve, oggi.
A parte qualche effetto collaterale della sfera fisica (zoppia, afasia, sciatalgia, qualche altra "ia") sto mentalmente enumerando i vantaggi di una pratica costante (o quantomeno ordinata) della disciplina Shinseikai:
:-)
A parte qualche effetto collaterale della sfera fisica (zoppia, afasia, sciatalgia, qualche altra "ia") sto mentalmente enumerando i vantaggi di una pratica costante (o quantomeno ordinata) della disciplina Shinseikai:
- Lunghe dormite in modalità "Sasso Granitico" fino ad urlo della sveglia che riporta al Matrixiano mondo vero.
- Diversa percezione dell'altrui fisicità. Su questo punto, se sopravviverò, farò un post apposito.
- Agilità e resistenza a fatiche improvvise ed impreviste (ad esempio, fuga repentina da creditori o da testimoni di Geova).
- Occasionali dolori da contatto (ginocchi sbranati su gambe di tavolo, testate su appliances installate non a misura propria, cadute di oggetti pesanti su piede ad opera di colleghe d'ufficio) equivalgono a battiti d'ala di farfalla.
:-)
Tuesday, October 6, 2009
Litania del Martedì
Oh Potenti Deità della Geriatria e dell'Obsolescenza,
datemi la forza di non guardare l'orologio fino alle venti e trenta di stasera. Lo sguardo non fa accelerare le lancette.
Datemi la forza di tenere la guardia sempre alta, e gomiti stretti. Come diceva Gassmann nei Mostri di Dino Risi, "I cazzotti fanno male".
Datemi la forza di assorbire e disciogliere i Mawashi Geri Gedan, piegandomi leggermente per attutire il colpo. L'ultimo Mawashi Geri Gedan del Sensei, in versione Demo ExtraLite per Cinture-Bianche-con-Meno-di-Un-Mese-di-Esperienza, mi ha fatto rinnovare subito l'assicurazione sulla vita.
Datemi la forza di colpire con l'intero corpo, e non solo con le mie ipotrofiche membra, passando attraverso l'avversario. Ci vorranno mesi di studio e costanza, ed è necessario: l'intero corpo è più forte della singola parte.
Datemi la forza di imparare nuove tecniche, e di eseguire correttamente quelle che ho già visto: il segreto della vita è la combinazione di passione, precisione e forza interiore.
E, care Deità, vi prego. Non toglietemi la passione per quello che faccio. Meglio claudicare e sorridere che correre senza speranze.
Rispettosamente,
Gabba
Saturday, October 3, 2009
Shinseikai
Cime di nuvole e ricordi
rimpianti di anni scappati
e l'improvvisa fatica sudore sollievo
mantice in anima mai sopita
Come se l'incontro che arriverà potesse
sbiadire cancellare colpir duro
calmare guarire e dar conforto
all'inquietudine, che rimane dentro
Che lascia quest'uomo più vecchio
forse più ricco
e null'altro aspetta che un altro incontro.
Gabriele Provinciali, Sabato 3 Ottobre 2009
Friday, October 2, 2009
Power of ten
Lectio undecima, partendo da zero, e quindi capitolo dieci.
Grande lezione, ieri, che mi ha colpito per la capacità ed abilità del Senpai di percepire le esigenze degli studenti sottodotati (ai quali mi pregio di appartenere) e di adattare le spiegazioni di tecniche, movimenti e dettagli al ritmo del nostro apprendimento.
In più, gli allievi anziani ci hanno seguito con pazienza e precisione, evidenziando non solo gli errori ma anche le modalità per risolverli.
Il Dojo. Credo sia proprio questo.
Sono arrivato claudicante e con una ɐʇɹoʇs ɐʇɐızıuı ɐʇɐuɹoıƃ, la sezione destra del corpo balbettante e, soprattutto, un umore tendente al nero - perfettamente in linea con il colore che preferisco indossare al di fuori del luogo dove si segue la via.
La lezione di ieri ha cambiato tutto, e il cambiamento è vita.
Come annotavo sulla SocioRetePortinaia, oggi è venerdì (sorriso), e domani ci allena (altro sorriso). Quando sarò in grado di flettere flessuosamente le mie flaccidità senza flebile flemma e flogosi ma con fluttuante fluidità, ne farò uno, interiore, che terrò solo per me.
:-)
Grande lezione, ieri, che mi ha colpito per la capacità ed abilità del Senpai di percepire le esigenze degli studenti sottodotati (ai quali mi pregio di appartenere) e di adattare le spiegazioni di tecniche, movimenti e dettagli al ritmo del nostro apprendimento.
In più, gli allievi anziani ci hanno seguito con pazienza e precisione, evidenziando non solo gli errori ma anche le modalità per risolverli.
Il Dojo. Credo sia proprio questo.
Sono arrivato claudicante e con una ɐʇɹoʇs ɐʇɐızıuı ɐʇɐuɹoıƃ, la sezione destra del corpo balbettante e, soprattutto, un umore tendente al nero - perfettamente in linea con il colore che preferisco indossare al di fuori del luogo dove si segue la via.
La lezione di ieri ha cambiato tutto, e il cambiamento è vita.
Come annotavo sulla SocioRetePortinaia, oggi è venerdì (sorriso), e domani ci allena (altro sorriso). Quando sarò in grado di flettere flessuosamente le mie flaccidità senza flebile flemma e flogosi ma con fluttuante fluidità, ne farò uno, interiore, che terrò solo per me.
:-)
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