Sunday, September 26, 2010

Dorando.

Fa caldo, anche se sono mille chilometri a nord.
L'estate albionica preannuncia una maratona massacrante, con il caldo - implacabile - che ti pugnala il respiro e drena le tue forze, sublimandole senza fartene accorgere.
Vedo tutti i podisti intorno a me. Il sudore è come una vernice di coppale sui nostri corpi, ed è copioso ancor prima della partenza. Vicino a me c'è un altro italiano. Si chiama Umberto. Ci ignoriamo.

...

Non si parla molto, sembra di andare in guerra. Gli sguardi di tutti sono rivolti verso i corpi degli altri, come a carpirne segrete informazioni su resistenza, durata, disciplina.
E' il 24 di Luglio, questo lo ricordo. Del 1908. Ci ho messo un po' per ricordarlo, l'inizio del nuovo secolo è bellamente passato nella soffitta dei ricordi. Ma non so assolutamente che ora sia. Il sole è molto alto, ma non è mezzogiorno. Dalle ombre degli atleti, sembrano le due del pomeriggio. C'è un castello, davanti a me, grigio, enorme, regale, un comando di nobili urlato contro il cielo.

...

La tensione sale. Capisco che ci siamo. Vedo una donna in ghingheri che si avvicina a noi, scortata da quattro guardie. Parlotta con i giudici. I muscoli iniziano a stringersi, i volti si scavano, l'uomo inizia ad uscire dal corpo, per far posto all'animale.
Sento un grido. Si parte. La massa scatta. Un respiro asincrono fatto di sudore, fiato, polvere, passi pensanti. Sono in mezzo al gruppo, non riesco a vedere la testa della corsa, ma cerco di non preoccuparmi. Bisognerà risparmiare energie, la gara sarà lunga e densa.

...

La mandria dei corridori rimane compatta, anche se inizio a sentire i primi respiri affannati intorno a me. Non ho modo di sapere da quanto stiamo correndo, le mie gambe dicono da circa un'ora. Ho un fazzoletto in tasca, bianco, regalato da un amico nella mia Correggio. Lo estraggo dalla tasca, e mentre corro ne faccio un copricapo calandolo sulla testa. Mi aiuterà a sopportare i raggi del sole. Che è un democratico. Ci colpisce tutti, impietosamente.

...

Il gruppo si è allungato, inizio a sentire la fatica. Le gambe sono pesanti, come al termine del più lungo allenamento effettuato quest'anno. Significa che sono nei tre quarti di gara.  Credo di essere tra i primi, forse in terza o quarta posizione. Avrei voglia di bere acqua, e di chiedere informazioni su chi mi precede, ma ho troppa paura di non ripartire. Devo continuare. Forse è proprio vero quello che mi raccontava Pagliani, è meglio stare da soli quando si corre. Si risparmia fiato, si risparmiano pensieri, anche quelli costano fatica.

...

Ho capito che quello davanti a me è in crisi, e aumento il passo. Il corpo si ribella, ma non posso fare altro, devo sfruttare l'occasione. Vincere è anche cogliere il momento. Credo che manchi poco all'arrivo, devo fare presto. Spingo sulle gambe più forte, e dopo una curva con un albero che ricorda quello della mia casa riesco a scorgere il mio avversario. E' biondo, e sembra camminare zoppicando. Forse zoppico anch'io, ma riesco a passarlo. Ed è l'ultima sensazione chiara che  conservo della mia corsa. I lati del percorso diventano bui, mi accorgo di mani che indicano un ingresso molto grande. Ma il buio inghiotte l'immagine, e non vedo più nulla.

...

Qualcuno mi sostiene, e mi parla, ed io non capisco, e non potrei comunque comprendere i suoni che mi circondano. I tonfi del cuore suonano come tamburi nella mia testa, e ad ogni colpo è dolore. Continuo a camminare. Non so dove mi trovo. 
Cado. 
Buio. 
Vengo rialzato, in tempo per vomitare. 
Cado di nuovo, la terra mi riempie la bocca. E non riesco a rialzarmi.

...

Riapro gli occhi, sono in una barella. Mi dicono che sono arrivato primo, ma non ho vinto. Non sono sicuro di capire. Chiudo gli occhi, mi fanno male. Qualcuno mi sfiora un fazzoletto bagnato sulle labbra. E le poche gocce che escono sembrano la stessa vita.

...

Il mio nome è Dorando Pietri. Sono un podista. Lavoro in una pasticceria a Carpi, e mi piace correre. Sono tutti così gentili con me. Mi domando il perché. In fondo, non ho vinto, ha vinto un americano. Ma correrò di nuovo. E gliela farò vedere.


Saturday, September 18, 2010

Sei gradi di turbolenza



1 - Ogni nuvola nera ha un riflesso d'argento.

Un sabato di nuvole, e caldo di settembre che te ne accorgi solo quando ti si è già appiccicato come un bacio non voluto. Inizio la giornata con i fragorosi rumori provocati dai bipedi e da qualche primate del mio sconveniente scondominio, inaspettati e fuori tempo, soprattutto alle seimenodieci di un sabato mattina. 
Che non è un sabato normale. 
E' un sabato speciale. Un sabato in cui si condividono esperienze, insegnamenti, massime ed aforismi, sudore, qualche manata, un paio di segreti, alle volte qualche risatina collettiva. E quindi non mi arrabbio. Decido che la vita è troppo breve per prendermela con chi ha abitudini scarsamente civili, e mi godo il silenzioso respiro della mia famiglia che dorme. 
Cerco di rantolare silenziosamente verso i miei aggeggi che funzionano ad elettricità aspettandomi di  annegare nella serendipity della Rete, e poi mi blocco. 
Cambio idea.
E' ora (antelucana) di pensare ad una strategia per l'allenamento di oggi. Tra i miei due emisferi palleggia un pensiero sentito nel Dojo, e riferito dal Maestro durante una sessione dello scorso anno: "Ogni match va studiato per bene, con una strategia precisa". E, quando devo pensare, non posso completamente affidarmi a strumenti o frocerie tecnologiche in cui scorra energia elettrica. Nel mio lavoro cerco - da decenni - di utilizzare la metafora della storyboard per dare forma ai pensieri. Forse, credo, mi aiuterà anche in questo caso. Mi convinco. Prendo il foglio.

2 - Non solo non c'è alcun cucchiaio, ma il foglio di carta non è vuoto.

Caro il mio foglio riciclato, appartenevi ad un albero, ad una delle cose più belle ch'io abbia mai visto, e quindi cercherò di utilizzarti al meglio. Il tuo lato bianco mi guarda con ciclopico occhio di disprezzo, ma faccio finta di non aver visto. Non sarò in grado di scrivere il "Declino e caduta dell'impero romano" di Gibbon, ma prometto di usare la mia buona fede per tracciare segni che oggi siano in grado di aiutarmi. Ringrazio anticipatamente il foglio e mi trasformo in un plotter a grafica vettoriale.

Divido il foglio in sei sezioni. Numero le sezioni in arabica guisa, e traccio nella casella uno un punto di domanda. 
Qual è il tuo obiettivo?
Mmm. La domanda sembra facile. Prepararmi. A cosa? All'allenamento di oggi. Il Maestro si è espresso chiaramente, questo sabato si segue una delle tre K. Ed è il Kumite. Mi tornano in mente i tre concetti-fondamenta del Karate, anche inteso come disciplina formativa: Kihon (le basi), Kumite (lo sparring) ed i Kata (le forme). La K di questo sabato sarà il Kumite. Significa cervello acceso, sempre. E poi tutto il resto.
Passo alla casella numero due, e la mia mano traccia un altro punto interrogativo. I miei occhi lo guardano mentre la mente compone la domanda completa.
Come intendi perseguirlo?
Stavolta il punto gobbo rimane da solo un po' di più. Pensa, Gabba, pensa. Inizio a scrivere qualche frase: "Gestisci il riscaldamento", seguita da "Respira bene", "Usa le combinazioni", "Metti a frutto quello che stai studiando". Le combinazioni. Bene. E' un'idea. E in fase di brainstorming, le idee non vanno scartate a priori. In genere, dopo la produzione di un'idea, si lascia passare del tempo per farla sedimentare, raggrumare, consolidare affinché sia modellata e raffinata. Non ho tempo per farlo. Immerso negli onanismi mentali che oramai mi sono propri da anni, mi accorgo che il tempo è fuggito,  sono le setteetrenta e quindi debbo passare dai pensieri a forma di sbrodolature barocche a quelli simili ad un twitteraggio. Combinazioni. Come faccio?

3 - Corri, coniglio, corri.

Semplice, caro il mio stupidino. Sei talmente sommerso di acronimi e di sigle e di riferimenti a riferimenti tra falsi sorrisi e amicizie vere che hai scordato le rime. Ricordi? AABB, ABAB, ABA-BCB-CDC ... Baciata, Alternata, Incatenata. Ricordi, oppure la concitata corsa coincide con cruda condotta cerebrale? Bravo, continua con i tuoi tautogrammi, l'adorazione per Umberto Eco ed il tuo onanismo mentale congenito, poi voglio proprio vedere cosa farai sul ring. Onan il Barbaro? 
Sbuffo e mi rimetto al lavoro, anzi, al piacere. Se assegno una tecnica ad una lettera posso ricordare le combinazioni semplicemente ricordando il gruppo di lettere. Ho ancora quattro caselle da riempire. Inizio con l'assegnazione nella casella numero tre.

Mawashi Geri (G)edan, Mawashi Geri (C)hudan, Gyaku (T)suki.
GCT. Lo ricorderò. Passo alla casella quattro.
(S)anbon Tsuki, Mawashi Geri (C)hudan, (M)ae Mae Geri.
SCM. Lo ricorderò. Passo alla casella cinque, mentre penso a Bartezzaghi ed al mio odio innato verso i Sudoku.
(Y)oko Geri, Mawashi Geri (G)edan , (K)ubi Zumo Hiza Geri.
YGK. Se sarò fortunato lo ricorderò. Passo alla casella numero sei, l'ultima. Non voglio scrivere una combinazione. Voglio scrivere una cosa che non potrò cancellare dalla mia memoria. 
"Lascia l'Ego fuori dal Dojo".
Ho fatto il mio compitino, ma solo la frase nella casella numero sei mi sembra abbia un senso. Anche lontano dalle arti marziali. Piego il foglio in maniera diligente, mi preparo ad uscire. Continua ad essere nuvoloso.
Forse pioverà. 

4 - Il piegaspazio e l'inizio lezione

Piegare lo spazio (Space Folding: per chi non ha letto il ciclo di Dune, di Frank Herbert, corrisponde al viaggiare senza muoversi) dalla mia abitazione al Dojo, di Sabato mattina, mi rende leggermente euforico nonostante l'intrusione, nel piazzale antistante, di presunti Sapiens che caricano tonnellate di derrate alimentari come se il giorno dopo si trovassero catapultati nella "Strada" di Cormac McCarthy. Li ignoro, parcheggio fuori, non c'è problema. E' un sabato speciale. Ci si allena. E si è così fortunati nel farlo! 
Penso a chi non può venire e li saluto con una pacca sulla spalla, e mi aspetto di vederli il prossimo martedì. Il corridoio davanti al Dojo inizia ad animarsi. Francesco, Alessandro, Michael, il Sensei, e via via tutti gli altri. Si entra.
Vedo con piacere più Karategi di quanto mi aspettassi per una mattinata di sabato. Ciò mi rende felice. Poi vedo il Sensei che non sta indossando il Karategi, ma i pantaloncini da K-1. Ciò non mi rende felicissimo. Il Sensei finisce di indossare il vestiario da K-1, e poi indossa l'espressione da K-1. Ciò mi rende abbastanza preoccupato.
Ci si allunga nello spazio che ci è concesso, ed il segnale del Maestro arriva dopo una breve e precisa spiegazione su contenuti e finalità della lezione.
(Riscaldamento.) 
La mia temperatura interna continua a salire fino a quando il Sensei chiama la fine della sezione e annuncia l'attività principale della giornata. Sale sul ring. Iniziano i turni di sparring leggero con i miei colleghi, i miei Senpai che ogni volta mi insegnano qualcosa di nuovo. I periodi sono scanditi da quel fetentone del Timer che incarna alla perfezione la relatività einsteiniana (il tempo del Kumite è abnormalmente lungo, quello del recupero impietosamente striminzito). Passo il mio turno con Cico e la sua calma interiore,  il turno con Cesare, che mi incita alla flessibilità ed a una corretta respirazione, il turno con Irene mentre ci aggiustiamo reciprocamente la guardia e mentre il fiato inizia a mancare, e di nuovo con Cesare mentre la lucidità inizia ad evaporare. Ho perso il conto delle campanelle. Il tempo del recupero mi sembra insufficiente, mi piego più di una volta e Cesare più di una volta mi tira su incitandomi a continuare fino alla fine, a non mollare.
Arriva un'altra campanella. Ed arriva la chiamata del Sensei.
"Gabriele!"
"OSU!"


5 - "Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico."

Salgo sul ring, sembra che ci sia nebbia, e cerco di scacciarla perchè sono (ancora) consapevole che in realtà è solo dentro la mia testa. Il foglietto. Dov'è il foglietto? Dannazione.
Mi rendo conto di averlo lasciato a casa. E, soprattutto, mi rendo conto di aver dimenticato tutto.

Quali erano le combinazioni? 
YGM? 
GCM? 
Perchè non le ricordo? 
...

La campanella bastarda suona gongolando e pregustando lo spettacolo, ed inizia lo sparring con il Maestro.
(Kumite leggero.)
(Ancora nebbia.)
In un determinato istante credo di sentire la voce del Sensei che mi dice "mancano pochi secondi". La campanella ha un suono triste, come se l'infame tintinnante avesse voluto suonare qualche manciata di secondi in ritardo. Il Sensei chiama la fine dello sparring, si avvicina e mi  regala un consiglio, che poi riferisce all'intero gruppo. Si passa al Mokuso, si pensa a cosa migliorare, e il Maestro ci parla, ci incoraggia, ci saluta, ci regala un appuntamento al prossimo martedì.
Cosa ho imparato oggi?
Non puoi attuare una strategia se non hai le forze per farlo. E' tuo dovere disegnarla, ma è tuo dovere arrivare lucido al momento in cui devi metterla in pratica. Senza lucidità e calma, la tua strategia è il foglio rimasto sul tavolo della cucina. E' lontana e poco utile.

6 - Payback

Tornando a casa, la mia biondona (Lara) mi saluta con un bacino e mi dice: "Papà, credo tu abbia scordato questo" lasciandomi nella mano il foglio regolarmente piegato. 
Sorrido. Ho scordato il foglietto, ma non la lezione di oggi.

Tuesday, September 14, 2010

Chiedimi la parola.

Chiedimi pure un testo che dipinga a tutto tondo
quello che sembro, quando vesto il bianco
che nasconda e tiri all'ombra quando stanco
e quando il Dojo rappresenta il mondo.


Ah, studente ch'entra baldo nel tuo Dojo
ambendo al loco della vuota mano,
e sembra pronto ad affrontar l'arcano
ma n'esce tristo, abbacchiato e mogio.


Chiedimi pure le basi che ho imparato
e combinazioni che continuerò a sbagliare
Chiedimi forza, per continuare
e per correggere quello che ho sbagliato.

Friday, September 10, 2010

Shinseikai e certezze

Studiare una disciplina dura come un'arte marziale, complessa come una partita di scacchi, intrigante come un film inedito di Hitchcock, pesante come una carbonara preparata in una certa osteria che conosco - oltre al sacrificio ed alla continuità - induce anche certezze.
Ne elencherò solo qualcuna, per amor di brevità: la lista potrebbe essere lunga quanto l'elenco degli evasori fiscali residenti e strombazzanti in Tristalia.


La scrittura del Post.
Scrivere un Post sul blog Shinseikai comporta l'attraversamento (in maniera scientificamente ripetibile) delle fasi seguenti:
  • Illuminazione su idea riguardante struttura, forma e contenuti
  • Panico di fronte alla pagina di testo vuota
  • Scrittura dei primi due paragrafi
  • Cancellazione intera del temporaneo elaborato
  • Cambio repentino idea
  • Scrittura titolo (tanto lo cambio)
  • Trance agonistica e scrittura dei contenuti
  • Rilettura del testo e trasformazione dell'espressione facciale in "inadeguatezza"
  • Cambio titolo (hai visto, l'ho cambiato)
  • Invio post al pubblico ludibrio
Una volta pubblicato, il post non viene riletto, ma rimbalza nella testa dell'ideatore fino a spegnere la propria energia cinetica nel debito d'ossigeno del prossimo allenamento. Dopodiché, pronti a ricominciare l'ardir perenne della singolar tenzone tra il confezionatore di parole ed il fotonico foglio bianco.

Il pugno di Irene.
Certezza recente, sviluppata nella calura estiva, ma ha già sapore di ricorrenza. Due amici che si incontrano hanno infinite opzioni: l'abbraccio, il bacio casto, il cenno di intesa, la pacca sulla spalla o su altri apparati più o meno intimi, l'occhietto, il battimano, l'OSU!, il paso-doble e potrei continuare per un po'. Io  e Irene ci meniamo con combinazioni di Oi-Tsuki e/o Yaku-Tsuki. Penso che continuerà per un po', o almeno fino a che uno dei due dichiara un armistizio.

Ad Arduino, l'inchino.
Attesa in un angolo del Dojo mentre gli agonisti tirano fuori corpo, anima, pezzi di polmone e prossemiche manate. Rumore nel corridoio, monete infilate nella macchinetta sganciabibite: dico tra me e me, questo è Arduino. 
Mi giro. 
E' lui. Accenna ad un sorriso lato destro, ci salutiamo alla giapponese (con l'inchino, appunto), ed appoggia su un lato del ring la sua mistura cangiante di acqua, sali minerali, e sostanze comprate dal dispensatore di vitamine liquide. Visto che Messer Arduino è al terzo anno di Dojo - e frequentato con successo - la prossima volta gli chiederò di condividere la sua pozione magica, o almeno di darmene una scodella come Asterix.

Filippo e il Sensei.
Sono la stessa persona, ma due persone diverse. Alle volte li incontro tutti e due al lavoro, ma preferisco tenerli separati. Mi è anche capitato di incontrare Filippo, nel Dojo, soprattutto prima delle 19.30, in orario estivo. Un'apparizione breve, un battito di ciglia, e poi ho guardato bene: era il Sensei. Filippo mi parla, il Sensei invece appunta quello che dico, quello che faccio e i conseguenti errori su una lista gelosamente conservata a futura memoria di mazzate centralizzate e distribuite da erogare con modalità note solo a lui. 
Un giorno di questo prendo questa lista e la faccio vedere a Filippo, sono curioso di sapere cosa ne pensa.

Ivano e il clima post-bellico.
Ogni concentrazione di uomini dislocati in uno spogliatoio, al termine di qualsivoglia attività fisica, provoca la produzione e la condivisione delle note "corbellerie da spogliatoio", oramai divenute figure giuridiche civili e penali. Nell'ambiente Shinseikai, la diffusione è rigidamente controllata e gestita dal gruppo di studenti. Un ruolo particolare  è coperto da Ivano, che crea, alimenta, fantasizza e smista storie Shinseikai universalmente riconosciute come uniche. Le sentenze di Ivano sono soggette a copyright internazionale sui diritti di autore, ed allo status "Indicazione Geografica Tipica". La sua frase "Ecco, io la penso così, poi..." è stata personalmente valutata per l'inserimento nella Library of Congress statunitense.

Dario e la conta contatti.
Una volta finito l'allenamento si va a casa. Ci si spoglia. Si cerca di mangiar qualcosa prima di crollare sul ronfatoio. E poco prima di chiudere gli occhi per il meritato riposo, lo sguardo si posa su tre o quattro lividi da contatto, e si pensa "Questi lividi... mmmh... questo è colpa di quello @#@¥~* di Dario", che è stato tuo partner nell'esecuzione delle tecniche apprese durante la lezione. La condizione è assolutamente speculare per Dario, che conta i suoi. La conta segreta non viene mai comunicata, e non si hanno notizie certe su chi sia in vantaggio.

La lista potrebbe continuare all'infinito. E forse lo farà.

Tuesday, August 31, 2010

La gabbia fredda

[Martedì, 24 Agosto, 2010]

Se non mangi, mangerai
Se non scrivi, morirai

Una pagina bianca di un blog è dura come il primo allenamento di una nuova stagione. Assomiglia ad uno specchio assopito nella penombra di una sera bollente tardo-estiva, quando non ti muovi e la tua fronte cola, e il ricordo del freddo sembra impossibile. Non ti guardi allo specchio. Lo specchio non riflette, o forse non riesci a vederne bene i contorni.

O, più semplicemente, non guardi lo specchio per timore di incontrare uno sguardo diverso da quello che aspetti. Immobile, inizi a ricordare come tutte le partenze sono difficili, ed è la difficoltà che le rende speciali. E che ti rende vivo.

Inizi a sospettare che il famigerato blocco dello scrittore esista non solo nelle fantasie dei grandi letterati e di chi ha il talento e la disciplina per raccontar storie, ma sia presente anche nelle piccolezze di un blog e di chi tenta di raccontare non solo pensieri, ma anche forme.


[Venerdì, 27 Agosto, 2010]

Ho deciso, lo faccio
Questo foglio lo straccio

La prima visita del Sensei nei tuoi muscoli striati ti arricchisce di una pletora di sensazioni, alcune già vissute e riposte nell'armadio dei ricordi, altre già vissute e sempre nuove.

Corda.

Un balletto - grazia, forza ed elasticità - su lame incandescenti, dove il senso del tempo viene alterato esponenzialmente. Dieci secondi, poi altri dieci, poi altri dieci. Il primo minuto viene completato a fatica. Ce ne sono altri.

La grazia e l'elasticità vengono meno, mentre le parole del Sensei nella tua mente iniziano a colorarsi del riverbero della fatica che non riesci a scacciare, ma a rimandare di qualche secondo prezioso, fino al suono liberatorio della campana vicino al ring.

Finita una campana, ce n'è un'altra. E poi un'altra. Respira. Recupera. Respira. Il respiro è vita, pensi, e il Sensei te lo legge sul volto. "Respira correttamente".

Kihon.

Hai il terrore di sbagliare. Una gabbia fredda dentro un'altra gabbia fredda, quella di non esprimere sensazioni esplosive nella giusta maniera. Forse il tuo scrivere è solo uno stereotipo, un'immagine nella mente che non trova corrispettivo nel mondo reale ma solo in te stesso. Gabba che scrive poesie alle elementari e alle medie, che scrive canzoni da adolescente, che ne esegue altre da adulto. Forse solo un sogno sbagliato.

Heikō Dachi. Comandi. Inizio. I movimenti sono un po' impacciati, e non acquistano precisione man mano che i minuti-come-ore trascorrono. Gabbia fredda dentro altra gabbia fredda. Rompere la gabbia fredda della staticità e rompere quella di una scrittura inutile. Due obiettivi ambiziosi. Due prigioni di ghiaccio da sciogliere.

Potenziamento.

Mentre pensi al tempo che ti separa dall'inizio di nuovo anno accademico Shinseikai, scorri nella mente, come diapositive in bianco e nero, le immagini e i suoni e le sensazioni che hai lasciato per due mesi e che ritroverai - in breve tempo - nel fatidico primo allenamento.

Le flessioni sono quasi dolorose, e capisci che sono un piccolo campione di quello che sarà il programma che ti aspetta. L'ora-come-giorno sembra non finire mai, così come sembrano senza fine i movimenti che scandisci con i numeri giapponesi. Quelli li ricordi bene, anche nel velato torpore della fatica.

Yame!

Ringrazi il Sensei per il tempo che ti ha dedicato, e continui ad essere preoccupato. Le parole non fluiscono. Il corpo non fluisce. Sei ancora dentro due gabbie. Fredde. Intuisci una relazione tra le due gabbie (parole-corpo) non meglio definita, e pensi che quando il corpo inizierà a sbloccarsi le parole seguiranno la fluidità che ti aspetti.


[Domenica, 29 Agosto, 2010]

Altro scritto, altro foglio
Nella gelida gabbia
Un granello, l'orgoglio
In tempesta di sabbia

L'orgoglio non riempie magicamente un foglio di carta vuoto, e non ti porta magicamente ad una buona sessione Shinseikai. Hai due finestre sul tuo schermo: la spiegazione tecnica del blocco dello scrittore su Wikipedia e il documentario con Nicholas Pettas sul Sumo che contiene il volto dello Yokozuna che riempie gran parte dello schermo.

Metti in secondo piano l'onanismo pseudoletterario per dedicare maggior attenzione alle parole dello Yokozuna, il Campione dei Campioni di Sumo. Capisci che il suo sguardo non trasuda orgoglio, ma dedizione. Le sue parole non contengono superbia, ma umiltà. I suoi occhi non trasmettono facili scorciatoie, ma sacrificio e costanza. E forse capisci che l'incapacità di scrivere è legata a doppio filo al desiderio di rimpicciolire l'EgOrgoglio e di esercitarsi. Talento come desiderio di allenarsi. Shinseikai, scrittura, desiderio.

Lentamente apri un'altra finestra. Inizi a scrivere.

Shinseikai V - Un racconto breve, parte 2.

"E' ora di svegliarsi, Gabba".

La nuvola dell'inconscio sonnolento è ruvida e spessa, ma non abbastanza da impedirmi di ricordare l'incauta sostituzione della voce-Sveglia con la voce maschile di Falsoni, il clown-tenore più famoso di Bagnalia. 
Decido che la vera causa di ciò è da imputare ai miei problemi con le donne, e spero che questa rivelazione si sostanzi in un impeto di adrenalinica reazione che mi aiuti a scacciare le streghe del sonno. 
Nulla. 
La testa continua a centrifugare sabbia desertica in maniera inelegante, ma la paura di risentire la voce della Sveglia-maschio - peggiore della precedente caustica muliebre - mi fa azionare automaticamente il comando di spegnimento. 
Stavolta, però, mi sono fatto furbo: l'impostazione per interrompere la sequenza del risveglio non è più vocale. A quest'ora del mattino la voce non sarebbe riconoscibile neanche dalla mia vecchia,  figuriamoci dalla Sveglia. 
Batto le mani due volte e mezza, la Sveglia maschio acchiappa al volo l'occasione e con tipica solidarietà maschile spiattella senza ombra di pietà e misericordia le informazioni della giornata, incluse quelle inutili, per poi spegnersi indifferente. Tipico da maschio, ha fatto i suoi comodi e poi se ne va.
E' un lunedì. Niente pausa asciutta, e se ci fosse stata, non sarei stato in grado di percepirla.
Il synthè continua a far schifo. Fa più schifo del solito. O forse i residui delle papille sono stanchi. Forse uscirò.

Non so se quello che hai scritto ti piace, ma hai cominciato. Hai cominciato a scrivere. Pieghi un angolo della bocca in una smorfia equivalente all'antenato preistorico di un sorriso, e continui. E così farai con la disciplina Shinseikai.

Sunday, July 4, 2010

Enrico.

Ho sempre sentito parlare di questo Enrico dagli studenti del Dojo, a vario titolo e con differenti impressioni, e l'unica cosa certa è che non sono riuscito mai ad incontrarlo. Non è su Facebook, non cinguetta su Twitter, non lascia traccia sui blog, ed esiste solo uno striminzito profilo sulle biografie dei professori associati dell'Università di Roma. Un dottore. Di quelli che curano i malati. Che frequenta il Dojo, e che non riesco ad incrociare.

Chissà come sarà. 

Sarà un fighetto figlio di papà, con macchina SUV al seguito e la falsa untuosità dei ricchi.
Ogni volta che arrivo al Dojo sento la sua presenza, come un odiato ospite che si è appena alzato dalla tua poltrona preferita, lasciando la sua impronta ed il suo odore, e facendo perdere rapidamente le sue tracce.
Inizio ad odiarlo, io.

Irene parla di una persona tranquilla, con occhi tristi, non particolarmente ciarliero, con un'aria da nobile. Lo dicevo. Un fighetto.

Quando arrivo nel parcheggio del Dojo spero - ogni volta - di notare una macchina nuova, non appartenente alle solite che scandisco con gli occhi quando arrivo in anticipo. E cioè sempre. Immagino che lui arrivi sempre in ritardo, con quell'espressione da finto cane bastonato.

Arduino lo descrive come uno che cammina silenziosamente, con passo controllato, quasi volesse confondersi con la selva di rumori che lo circondano. Lo sapevo. Uno snob.

Al termine di una delle ultime lezioni sono uscito dagli spogliatoi per ultimo, lentamente, dato che la mia zoppia è stata aggravata da un breve kumite con il Sensei. Uno degli armadietti era chiuso. Ero sicuro, sicuro, sicuro che fosse il suo armadietto, e per un attimo la tentazione di forzarlo e di vedere quel che c'era dentro è stata più forte di qualsiasi pulsione io abbia mai provato. L'arrivo improvviso del Sensei ha rimandato l'occasione.

Lorenzo si riferisce a lui come una persona difficile da comprendere, e con la testa piena di pensieri. E quando - finalmente - riesce a risponderti, tu credi stia pensando ad un'altra cosa. Lo sapevo. Culturame dei miei stivali. 

Mi sono venute altre idee balzane in testa, oltre alla forzatura dell'armadietto. Indagare attraverso il Sensei sulla sua provenienza, ingaggiare amici per investigare sulle sue abitudini, persino corrompere Tullio per registrare su video una lezione che lo vede partecipante attivo e che immancabilmente mi vedrà impegnato in altre faccende. Ma nulla, Sensei e Senpai sono abbottonati, e non rispondono neanche alla più sottile delle domande.

Cico - attraverso il suo inguaribile ottimismo - mi racconta di una persona tutto sommato positiva, con prestazioni atletiche e concentrazione sulla media, che ogni tanto sorrideva alle battute e gli scherzi del dopo allenamento nello spogliatoio maschile. Lo sapevo. Un debole.

Più ci penso e più il sangue mi bolle al pensiero di questa specie di fantasma che non riesco a trovare. Gliela farei vedere io, a questo fighetto debosciato. Allora sì, che utilizzerei anca e spalla nei colpi. Lo prenderò. Lo prenderò e gli farò vedere chi è Edoardo Hyde. Ve lo giuro su quello che mi è di più caro: questo maledetto Enrico Jekyll ha le ore contate.

Wednesday, June 23, 2010

The Beginning.

Ho pensato a mille - e non più di mille - modi per scrivere un post adeguato ad un clima agrodolce di festa (dolce per il clima festoso, acre per la fine di un ciclo), come il termine di un anno accademico Shinseikai. Ed ogni singolo modo non mi sembra appropriato.

Pensavo al modo "Forrest Gump". Il Sensei continua a correre, noi corriamo dietro lui. Il Sensei si ferma, noi ci fermiamo. Il Sensei dice: "Sono un po' stanchino, penso che me ne tornerò a casa". Noi diciamo: "E cosa facciamo adesso?".


Pensavo al modo "2001". Una scimmia antropomorfa si accorge dell'esistenza di un monolito nero, si avvicina cauta, lo tocca, e dopo un cambio repentino di inquadratura si trasforma in uno studente di Karate completo di Karategi, Obi, paratibie e guantoni.


Pensavo al modo "Odissea". Il Sensei lascia il Dojo per lidi sconosciuti, viene trattenuto per 30 giorni dai capricci degli dei, ritorna nel Dojo per vederlo inaspettatamente pulito, ordinato, con tutti gli armadietti funzionanti e le docce biancosplendenti come in un hotel di Stoccolma a 5 stelle.


Pensavo al modo "Conte di Montecristo". Il Sensei viene esiliato da individui oscuri, che prendono il possesso del Dojo a fini televisivo-pubblicitari (documentari sugli effetti del Karate nella terza età). Sotto mentite spoglie, il Sensei ritorna al Dojo presentandosi come il Conte Calippo Filà e si vendica propinando due calcetti a ciascun cattivo, riuscendo a riappropriarsi del Dojo e ricominciando le regolari lezioni.

Vedete, ogni modo è sbagliato. L'errore, probabilmente, è compararlo con altre esperienze del passato, cercando le possibili analogie e le ovvie differenze.

Occorre, invece, far tesoro delle nuove esperienze, ricordarne i punti difficili, quelli comici (ridere di noi stessi è quello che ci distingue dalle amebe) e - per i più fortunati - la serenità interiore che ne può derivare.

Personalmente ho tentato di seguire un tracciato attraverso un blog, strumento moderno, di semplice accesso e di altrettanto banale composizione, con risultati alterni. Non ho riletto i post, forse un giorno lo farò.

Il Dojo mi mancherà, il blog mi mancherà. Ogni fine ha un suo inizio, e quindi questo è un post di un nuovo inizio. Vedremo cosa ci riserverà il percorso che - da bipedi - ci è stato assegnato dalle mutevoli condizioni dell'universo. E, come per ogni rappresentazione teatrale (tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate), vi invito alla regola aurea suggerita dal capocomico, dopo gli applausi finali, all'audience che sta lentamente uscendo dal teatro: "Se vi è piaciuto ditelo, se non vi è piaciuto tenetelo per voi".
Arrivederci, OSU!

Wednesday, June 16, 2010

(I miei) 10 motivi per odiare l'estate.

  1. D'estate (non tutta, fortunatamente), il Dojo tende ad essere chiuso. Come farò?
  2. Ho pelle iperborea ed incompatibile con i fotoni terrestri, mi mazzancollo dopo 30 secondi di esposizione.
  3. Un viaggio a vicine località balneari è desiderabile come un esame della prostata.
  4. Il caldo è poco compatibile con il rock'n'roll, l'hard rock, l'heavy metal e le musiche ad alta energia.
  5. Le piscine sono piene di bipedi in balneazione e non di nuotatori. Sconsigliabili a chi si reca in una piscina sperando di effettuare attività fisica.
  6. Il mio primo Luglio senza Dojo durerà circa 90 giorni percepiti. Un mese quanto un trimestre.
  7. Dovrò comunque indossare il Karategi almeno una volta alla settimana, altrimenti lui indosserà me.
  8. Le attività fisiche sostitutive aiutano, ma esaltano la lontananza ed il desiderio di ritornare.
  9. Alla riapertura del Dojo ci aspetta la prova panettone estivo (chi frequenta, sa). Tremo all'idea.
  10. Cosa ritroveremo negli spogliatoi del Dojo dopo mesi di inattività? (non aprite quella porta)
Oh, Deità dei Mawashi e delle flessioni Seiken, datemi la forza di sentirmi nel Dojo anche se sono lontano... l'attesa del ritorno sarà meno pesante.
(Inchino).

Tuesday, June 8, 2010

Racconti Shinseikai brevi.














Lo studente bussò alla porta del Dojo. Il Maestro aprì la porta lentamente, e chiese:
"Che cosa cerchi?"
Lo studente rispose, esitante:
"Non lo so".
Il Maestro pensò, e poi disse:
"Puoi entrare".

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Lo studente bussò alla porta del Dojo. Il Maestro aprì la porta, e chiese:
"Chi sei?"
Lo studente rispose:
"Non lo so".
Il Maestro disse:
"Puoi entrare".

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Lo studente arrivò al Dojo dopo tre giorni di cammino tra i rovi, e bussò alla porta. Il Maestro aprì la porta a metà, e chiese:
"Da dove vieni?".
Lo studente rispose:
"Vengo da tre giorni di cammino tra i rovi, e ho sudato sette camicie - che non posseggo -  per arrivare qui, conquistare un posto nel tuo Dojo, ed apprendere i tuoi insegnamenti, Sensei".
Il Maestro chiuse la metà della porta, e non la riaprì.

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Lo studente arrivò al Dojo in una carrozza trainata da due cavalli neri. 
Scese, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e rimanendo sulla soglia disse:
"Perchè sei qui?"
Lo studente rispose:
"Mi annoiavo".
Il Maestro fece entrare lo studente, e pensò:
"Da ora non lo farai".

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Lo studente arrivò al Dojo con la sacca sulle spalle, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e aspettò le parole dello studente.
Che non aprì bocca.
Il maestro fece entrare lo studente, e disse:
"Benvenuto".

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Lo studente arrivò al Dojo un giorno prima, e bussò alla porta.
Il Maestro non c'era, stava allenando un altro studente.
Lo studente aspettò. Il giorno dopo, bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e disse:
"Da quanto sei qui?".
Lo studente rispose:
"Da ieri".
Il Maestro chiuse la porta senza alcuna spiegazione.

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Lo studente arrivò al Dojo con la faccia gonfia e pesta, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì.
Guardò lo studente.
Lo anticipò, dicendo:
"Non è il momento".
E chiuse la porta.

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Lo studente arrivò al Dojo completamente coperto di fango e polvere, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì, e disse:
"Di cosa hai bisogno?".
Lo studente rispose:
"Di acqua, per lavarmi".
Il Maestro fece strada, e disse:
"Puoi entrare".

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Lo studente arrivò al Dojo, e bussò alla porta.
Nessuno rispose.
Bussò di nuovo.
Nessuno rispose.
Bussò ancora, più forte.
Nessuno rispose.
Lo studente mise la sacca sulle spalle e tornò sui suoi passi.
Dietro la porta, il Maestro, sospirò.

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Lo studente arrivò al Dojo, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì, e mise in mano allo studente una scopa.
Lo studente iniziò a spazzare l'ingresso, ed una volta finito l'ingresso fu invitato dal Maestro a spazzare i locali del Dojo.

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Lo studente arrivò al Dojo con una domanda ben precisa in testa.
La paura di essere rifiutato era pari alla curiosità che serbava oramai da tempo dentro di sé.
Si fece forza. Bussò alla porta del Dojo, tre battiti inequivocabili.
Il Maestro aprì, e disse:
"Cosa vuoi sapere?".
Lo studente rispose:
"Sensei, perché alcuni studenti riescono ad entrare ed altri no?".
Il Maestro sorrise, si scostò di lato, e disse:
"Entra pure, te lo insegnerò".
E, sorridendo, chiuse la porta.

Sunday, May 23, 2010

La storia di P.

"E' uno strano."
I compagni del Dojo dicevano questo. Non apertamente, e non in maniera provocatoria, ma lo pensavano - pur rispettandolo - e lo dicevano appena sottovoce. Arrivava nel Dojo con un'aria assorta, come di chi sta pensando intensamente alla risoluzione di un problema matematico, anche se di matematico - lui - non aveva proprio nulla.
Io conosco la sua storia, e prudentemente l'ho tenuta per me, non volendo fare la figura del parolaio matto. Ma sento di doverla raccontare, altrimenti sarò costretto dalla mia seconda moglie a vendere i diritti a Tristalia 3000 o altra rivista scandalistica incassando striminziti profitti ed al contempo schiacciando quel che rimane della mia coscienza sotto il peso infame del rimorso.

P. era strano. Un ragazzo verso i 25, troppo vecchio per essere un teenager, troppo giovane per essere un padre di famiglia (non sono mica tutti fessi come me). Corporatura media, capelli neri brillanti, sguardo di chi la sa lunga e tristezza mista a bontà d'animo percepibile a trecentodue cubiti di distanza. Si presentò al Dojo e puntò direttamente al Sensei chiedendo di poter partecipare alle lezioni.
Ricordo l'impatto che la sua voce ebbe su di me. Italiano perfetto, timbro squillante, come di uno speaker professionista, eppure controllato in modo da non disturbare l'ambiente circostante.
Il Sensei chiese se aveva con sé il cambio, ed alla risposta affermativa accordò una lezione di prova, da consumarsi subito. Da quella volta, P. fu una presenza costante ed invisibile del Dojo. Costante per la sua capacità di materializzarsi sempre e comunque all'ora prestabilita, nonostante tuonifulmininfluenzecaldoestatenevegrandinescioperodegliautobus.
Invisibile perchè P. parlava solo se veniva interrogato. Mi spiego, non era un burbero. Era sempre cordiale con tutti, e rispondeva puntuale alle domande. Ma non era un conversatore professionista.

Quello che mi colpì quasi subito fu il suo rispetto per la vita. Qualsiasi vita. Dal microbo all'elefante. Lo vidi sobbalzare quando Arduino scacciò garbatamente un insetto che si era avvicinato al suo sopracciglio destro, quasi volesse fermare il gesto per evitare che l'insetto potesse aver danno.

E così, giorno dopo giorno, martedì giovedì ed a volte sabato, P. frequentò il Dojo con dedizione e (a parere del Maestro) successo. Cercai di attaccar bottone in tutti i modi (proprio io, estroverso come una lattina) e ad ogni affondo, ogni offerta, ogni riferimento, ogni tentativo di dialogo lui rispondeva con una parata - garbata - ed un diniego di continuare la conversazione. Man mano che il tempo passava iniziavo a maturare delle idee strane. Sembrava un personaggio al di fuori del contesto che siamo comunemente chiamati a valutare ogni giorno, e fu naturale per me metterlo sotto osservazione.

Dopo cinque mesi di appostamenti degni del miglior Holmes (Sherlock, non John) riuscii a vederlo profondamente turbato in tre occasioni:

  • dopo una battutaccia da osteria di Simone verso i gusti sessuali dell'audience, e la pronunzia orfica dell'epiteto "Siete proprio di legno".
  • dopo il rumoroso passaggio di un circo nella zona del Dojo, con conseguente attacchinaggio manifesti dello stesso nella porta esterna della palestra.
  • dopo l'abbattimento di un albero malato nel giardinetto antistante il Dojo, in genere frequentato da bipedi di varia natura e spettro sociale.
Il mio cervello iniziò a mulinare vorticosamente (succede poche volte l'anno) cercando la correlazione tra gli eventi e la loro collocazione nell'affare P
L'elemento decisivo della mia investigazione si manifestò in tarda primavera. Nel rito della spoliazione ante riscaldamento, P. spostò la sua borsa appena un millimetro oltre il consentito, inclinandola leggermente e facendo fuoriuscire una busta dall'aspetto molto antico, da cui uscì una vecchissima foto che svolazzò fino ai miei piedi, mancando miracolosamente la fanghiglia del pavimento dello spogliatoio. Riuscii a sbirciare la foto, un vecchio ritratto in bianco e nero, appena prima del velocissimo recupero da parte di P. della preziosità perduta. Era una signora del secolo scorso, sulla cinquantina, bellissima, con un vestito strano. Sulla foto, una dedica in bella calligrafia, che mi fece raggelare.

Passai il resto dell'allenamento in trance, svegliato solo dalle urla del Maestro che cercava inutilmente di portarmi al passo degli altri. 

Io sapevo che P. sapeva che io sapevo. La mia vita divenne funzione dell'attesa del prossimo allenamento, che puntualmente arrivò.  Mi presentai con un anticipo enorme e con un cuore piccolo piccolo, aspettando la comparsa di P. e del suo mistero. P. arrivò puntuale come le tasse di Maggio, entrando nel Dojo con aria tranquilla.
Mi avvicinai, cercando di dissimulare la mia terrorizzata impazienza.
P. mi guardò. Non avevo mai visto quegli occhi azzurri così profondi.
"Tu sei... Pinocchio".
P. si produsse nell'unico, vero sorriso mai ho visto fare ad una persona. 
Dopo quell'allenamento non lo vidi più, ma il suo sorriso è ancora dentro di me.

Saturday, May 8, 2010

Changed vs. Unchanged

Riapro la porta del blog dopo una - voluta - lunga pausa.
Il blog era lì, il Dojo era là, ed ora li mettiamo di nuovo in comunicazione. Il blog, però, ha bisogno di essere aggiornato.

(Pensieri).

Se dovessi sovrapporre una diapositiva del Dojo dall'ultimo post con quella dell'ultimo allenamento mi accorgerei, in effetti, che alcune cose sono completamente cambiate, ed altre - ringraziando le deità dell'Acido Lattico e dei Dolori del Giorno Dopo - sono rimaste eterne, immutabili e garanzia del continuum spazio-temporale.
Perchè non stilare una lista dei cambiamenti e confrontarli con le costanti gravitroniche del Dojo?
Presto fatto.

Cose che sono cambiate.

  • La fila delle cinture colorate, durante la concentrazione, è lunghissima!
  • La fila delle cinture bianche, durante la concentrazione, soffre di nanismo.
  • Ivano il Giallo è diventato Ivano il Blu.
  • Arduino il Bianco è diventato Arduino il Giallo.
  • Gli armadietti a salto quantico (vedi post precedenti) iniziano a perdere le proprietà magiche: a volte ritrovi esattamente quello che hai messo.
  • Le giornate si sono allungate, ed i sensori dell'illuminazione esterna sponsorizzati da Google Algorithms sono definitivamente sublimati.
  • Francesco si è infortunato, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
  • Mattia sta recuperando, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
Cose che non sono cambiate.
  • Lo spogliatoio del Dojo ed i suoi terreni di coltura rimangono invariati.
  • Le cabine della sorpresa (le docce) continuano a congelare/ustionare gli studenti.
  • I ganci bastardi sono ancora bastardi.
  • Il cesto degli orrori è sempre al suo posto, e continua a guardarti beffardo.
  • Gabba il bianco è ancora Gabba il bianco.
  • Il livello di Smemorina (vedi post precedenti) è ancora su valori Europei. 

A breve, la lista delle cose che cambieranno. Perchè cambieranno, ne sono sicuro.

Monday, April 19, 2010

19 Aprile 2010.

E' tempo di far tacere i pensieri e darsi da fare.

Tuesday, April 6, 2010

Lettera ad un blog mai aperto.

La sindrome da foglio bianco non mi ha mai spaventato. La ritengo, anzi, una utile tensione emotiva in grado di catalizzare pensieri, idee ed arzigogolati percorsi mentali che girano, per ora, su di un'orbita lontano-asincrona
Man mano che il foglio muta dal bianco al nero, senza nessuna magia, i pensieri vengono attratti da esso e si condensano, si uniscono, si modellano per diventare qualcos'altro, pronto per essere valutato e posto nella lista delle cose che aiutano il foglio ad incresparsi, ad invecchiare, ad ospitare le parole come un oste fa con un viandante.
La tecnologia, nostro malgrado, ci toglie parte del piacere tattile (e, sospetto, anche un certo tipo di memoria collegato all'attività fisica dello scrivere su carta) che è difficile rimpiazzare per mezzo di un gadget tecnologico o dell'ultima trovata fattucchierostregonistica che invaderà il mercato da qui a qualche giorno.
La tecnologia privilegia la velocità, il pensiero privilegia l'introspezione, la calma, la capacità di riflettere. Non è semplice governare tutte e due le direzioni, una che ci arriva dal mondo e l'altra che dovrebbe sorgere dal nostro intimo. La cosa rilevante, forse, è capire quanto le due cose non sono in relazione tra loro. Scrivo sul mio blog grazie alla facilità con cui gli stregoni d'oltreoceano mettono le risorse tecnologiche a disposizione di tutti. 
La facilità d'uso, però, comporta qualche piccolo sacrificio. 
Il foglio di un blog non si increspa, non viene consumato dalle cancellature, non viene scolpito dalla punta di una penna, e non ricorda perché non è.  
Il blog sembra un sospetto non-luogo, che forse è affrontabile conservando la carica emotiva sprigionata dallo scrivere e coniugando la naturale curiosità di un normale bipede con il contrasto ad un troppo facile neo-luddismo.
Il blog viene, da molti, ritenuto uno strumento di democrazia. Da tutti è utilizzato per scrivere. Da molti è utilizzato per comunicare. Da diversi è utilizzato come uno strumento di insufflazione del proprio ego (Ego 2.0) correlato ad un mutato sistema linguistico e di comunicazione (Language 2.0). Qualsiasi sia lo spirito con cui si affronta la scrittura di un diario condiviso, è bene ricordare la differenza tra velocità ed introspezione. Tutte e due importanti, tutte e due diverse e forse complementari. 
Le condizioni di oggi mi trovano con tosse, pallore, e nera figura colante muco come Alien 3.  Soprattutto, senza alcuna possibilità di praticare la disciplina Shinseikai che sto affrontando dalla fine dell'estate scorsa. Sono forzato, quindi, all'introspezione. Ricorderò con piacere questi momenti quando sarò in grado, nuovamente, di sfidare l'età, la gravità, la vetustà ed altri sostantivi accentati in uno dei prossimi allenamenti. 
Nel frattempo, mokuso.



Wednesday, March 31, 2010

Folklore IV

Il Dojo ha un'anima, che è l'essenza stessa della disciplina che frequentiamo a giorni pari.
Non di solo pane si vive, e quindi l'anima va nutrita con frequenza, passione, credibilità, voglia di fare, rispetto, ed altre qualità che le Anzianità del Dojo saranno felici di spiegarVi.
L'anima del Dojo, però ha la sua controparte. Il lato oscuro. E, credetemi, non sono gli avventori con cattive intenzioni o i rubacinte e suppellettili che frequentano (molto) raramente gli spogliatoi: sono gli spiriti che frequentano gli asciugacapelli ed i ganci per accappatoi.

I ganci bastardi
I ganci preposti all'impiccagione degli accappatoi, utilizzabili ante-doccia ed opportunamente posizionati vicino ad ogni cabina della sorpresa (vedi post precedenti), sembrano di materiale solido e durevole.
Niente di più sbagliato.
I ganci (domanda a risposta multipla) sono: a) termoplastici b) repulsori c) dotati di anima voodoo d) semplicemente bastardoni, e si ribellano continuamente al loro istituzionale dovere di tenere lontano da terra l'asciugamano o accappatoio necessario ad evitare bronchiti asmatiche e malattie da raffreddamento dovute ad asciugatura incompleta o impossibile.
Tu appendi l'accappatoio o l'asciugamano al gancio, e oplà, il gancio bastardo la lascia scivolare a terra rendendolo utile come mappina di napoletana memoria o come innominabile e sacrificabile residuo radioattivo.
Guardate bene il gancio, prima di appendere. Se si muove o ride, lasciate l'accappatoio in borsa ed uscite grondanti, meglio asciugarsi dopo che mai.

I phontergeist
Acronimo testé coniato per rappresentare l'unione di un asciugacapelli con un poltergeist, rappresenta la volontà da parte del soffiatore elettrico di accendersi e spegnersi a suo assoluto piacimento. Il phon si accende quando dice lui, e si spegne quando decide lui.
Dopo lunghe ed accurate misurazioni di persone in attesa e tempi di funzionamento medio, sono stato in grado di studiare e stabilire una formula che rappresenta il comportamento corretto dell'asciugacapelli durante una regolare sessione di lavoro (un'ora):

T = 1 / n + (h/10)

dove T è il funzionamento per sessione espresso in secondi, n è il numero di persone in attesa della disponibilità del phon fetentone e h è l'indice di umidità relativa dello spogliatoio del dojo. In pratica, affollamento ed umidità rendono il povero studente Shinseikai soggetto a malanni di stagione anche fuori stagione.
Sto pensando di comprarmi un asciugacapelli nucleare.

Friday, March 26, 2010

Le basi.

I Kihon rappresentano la grammatica del Karate. Non si può scrivere un sonetto, una poesia, un racconto breve, un romanzo, un'opera se non si conoscono perfettamente le regole di base. Così come non è pensabile crescere nella disciplina marziale se i movimenti di base non sono eseguiti correttamente.

Thursday, March 25, 2010

Shinseikai V - Da bimbo a uomo

Dondola bimbo dondola lento
fatti cullare dal caldo e dal vento
tra i rami dell'albero nascondi la testa
lì tra le foglie dov'è la tua cesta

Forti le mani, forti le braccia
salti tra i rami voltando la faccia
il bimbo cresce ed inizia a girare
ed al suo nido deve poi ritornare

Cresce l'età e cresce l'ardire
i Leoni lì sotto si fanno sentire
volando veloce via dal periglio
rimiri le fiere dal vecchio giaciglio

Da uomo vuoi scendere e ricordi la culla
e ascolti i ruggiti che vengon dal nulla
pensi al destino e al bimbo che era
all'uomo straniero in terra straniera

Dai un calcio alla culla che cade giù
quell'uomo sull'albero non tornerà più.

[ dedicato, con passione e rispetto, a mio padre]

Monday, March 22, 2010

Il Match

Eccomi qui di nuovo.
Indosso il karategi lentamente, alla ricerca di un rito che non ho mai praticato. Il karategi profuma ancora di casa, di lontano, di quello che non mi è possibile raggiungere ora. La mia obi stride, ed emana sentore di allenamento, di lotta, di fatica, di traguardi prefissati e mai raggiunti. I rumori intorno mi giungono ovattati, come se avesse nevicato. Sento voci ed urla ed applausi, ma non riesco a riconoscerne l'origine o la lingua. 
La tensione fa male, sento di avere il fiato corto e mi convinco che il match deve ancora iniziare, che il dolore e la resistenza al dolore verrà dopo, e che devo utilizzare la tensione, e non subirla. Utilizzarla per concentrarmi e non per annegare nell'ansia.
I tentativi di svuotare la mente stimolano - evidentemente - gli emisferi cerebrali a sfogliare velocemente le diapositive dei ricordi, degli affetti, delle esperienze, come carte distribuite su un tavolo verde a cui non siede nessun giocatore.
Qualcuno mi dice che è ora di iniziare.
Lo seguo in un lungo corridoio che è leggermente più alto me, buio, dove le ombre dei miei accompagnatori sembrano un film in bianco e nero.
Esco alla luce dei riflettori che feriscono i miei occhi, ed anche se abbacinato intravedo le braccia delle persone che si muovono, e non sento alcun rumore. Dal bianco accecante le forme iniziano ad avere un senso: il ring, gli addetti ai lavori, i giudici, l'audience, l'arbitro che ha una faccia dura come il travertino, ma continuo a non sentire i suoni.
Mi indicano il mio angolo, la mia casa del dolore, seguito dai miei accompagnatori con il volto sfocato. Le figure mi parlano, io non capisco quello che dicono, ma annuisco e non so perché. Mi fanno avvicinare al centro del ring, vedo il mio avversario e l'arbitro. L'arbitro ha un volto ed un vestito, l'avversario no. Non è invisibile, e non è completamente visibile. L'arbitro ci rimanda ai nostri angoli.
Ding.
Il suono della campana, invece, riesco a percepirlo correttamente. E' ora dell'inizio. Mi avvicino, il match ha inizio. 
L'avversario scivola lateralmente e cambia guardia due volte, da hidari a migi a hidari, repentino. Io finto una parata con il sune. Non contento, finto un mawashi-geri gedan, e la seconda finta, inutile, fa partire l'avversario con un altro mawashi-geri gedan, che paro, e con un mae-geri a piena potenza che non riesco ad intercettare. Il colpo arriva come un maglio, la forza dell'intero corpo sullo stomaco mi toglie il respiro e lucidità, ed abbasso la guardia di qualche centimetro: l'avversario fa uno switch e mi sfiora la tempia sinistra con un calcio circolare jodan. Non capisco bene se sono riuscito a schivarlo oppure se sia un avvertimento dell'avversario, ma le ripetizioni di tsuki al petto mi ricordano che forse la prima possibilità a cui penso è sempre quella che conta. Un sabaki riesce a tirarmi fuori dalla combinazione letale che l'avversario consuma in velocità mentre il dolore al petto fiacca le ultime energie di questo round.
Ding.
Ding.
Ding.
Ding.
Riapro gli occhi, mi accorgo che il match era solo nella mia testa. Il dolore era immaginario. Il dolore era un sogno, il match era un sogno, tutto era un sogno. L'unica realtà è la campanella della sveglia. Sono solo le 6 e 03 di una mattina di primavera che tarda ad arrivare, grigia ed umida, e come tutti i sogni che iniziano e finiscono quasi immediatamente prima del risveglio, questo può essere ricordato. Non saprò mai chi fosse l'avversario, o il risultato del match. Non saprò mai cosa volessero dire queste immagini proiettate nella mente in una mattina che non prevedeva un match. Ed ecco che, semplicemente, l'intuizione si palesa: sognato, metaforico o vissuto, il match sarà sempre una prova da affrontare, e senza le mani sui fianchi.

Thursday, March 18, 2010

Nonno Spaziotempo

Un tizio vestito in nero, con il cappello nero, cappotto nero, pantaloni neri, scarpe nere, occhiali neri, il volto coperto da una sciarpa nera, si avvicina a me e in maniera furtiva cerca di donarmi una scatola, nera. La scatola ha un aspetto innocuo e non aggressivo. E' bella e  strana, e sembra non entrare in sintonia con quello che mi circonda.

Chiedo cos'è. Mi viene risposto che è una scatola magica. Posso usarla solo tre volte. Faccio una battuta stupida sulla lampada del Dottor Aladino e l'uomo in nero muove leggermente la testa da sinistra a destra, paziente come se avesse previsto la battuta e non potesse evitarla.

Magica in che senso, dico. L'uomo in nero scandisce le parole come se parlasse con un tredicenne brufoloso, e mi dice che posso viaggiare nel tempo per tre volte, e per tre volte potrò tornare avanti.

A quali condizioni, comunico al darkettone. Il liquiriziato mi dice che avrò solo tre occasioni, che devo sapere quando andare e che sono in un giro da cui non riuscirò ad uscire.

La mia fronte si imperla di sudore in 3.5 millisecondi, e l'uomo color carbone non c'è più.
Torno a casa.
Prendo un foglio di carta, una matita preistorica ed inizio a scrivere:

1) Tornare indietro per far avverare una cosa buona: iniziare il Karate a sei anni anzichè a quarantasei.
2) Tornare indietro per evitare che una cosa cattiva accada: evitare a Mattia di rompersi il gomito facendogli studiare la registrazione video dell'incontro che lo vedrà protagonista.

Mi blocco sul terzo punto.
Mi addormento. Mi risveglio il giorno dopo, con i capelli fulminati, indice di notte insonne. Le borse sotto gli occhi sono griffate. Non riesco a decidermi.
Poi, l'idea, il fulmine a ciel sereno: donare la scatola magica a qualcun'altro.
Lo farò, è sicuro. Esco in strada per cercare vestiti adeguati allo scopo.
Ed ho anche capito chi era lo spilungone nero.

Wednesday, March 3, 2010

Folklore III


E' Marzo, che a Roma corrisponde ad una ipotetica stagione di mezzo. 
Il Marzo pazzerello delle poesie di terza elementare, ahimè, non esiste più. Oggi esiste il Marzo in SUV che va contromano con il dito medio alzato e la certezza di farla franca dichiarando 12.000 Euro lordi annui, continuando ad andare in vacanza a Santo Domingo (non si mai, potrebbe rimanerci se la magistratura utilizzasse l'effetto speciale inventato nei laboratori di Stan Winston, il fumus persecutionis). 

Chi normalmente frequenta il Dojo, normalmente tra le 19.30 e le 21.30 dei giorni normalmente pari, è invece convinto che alcuni valori rimangono immobili ed immancabilmente immarcescibili. Il Dojo è una certezza, un assioma, un organismo che continua a pulsare anche se il suo creatore ed ispiratore viene spedito in terra umidamente albionica. 
Il Dojo è un essere fatto di artigli, denti e angoli vivi che ospiti e che inizia a farti male quando sei lontano, e quando cerca ti riportarti vicino.
Il Dojo è lì, e non ammette deroghe. Il Dojo continua anche (e soprattutto) quando non ci sei, e quando ritorni lo trovi 35 metri più avanti, perché nel frattempo lui ha proseguito, tu no. 

Dopo aver esplorato gli armadietti, il cesto degli orrori, le cabine della sorpresa e gli spogliatoi, la nostra attenzione viene catalizzata da due elementi riconducibili al tempo: il maledetto timer e le fasi dell'allenamento.

Il maledetto timer

Il timer del Dojo è un monolito di massa e peso infiniti candidamente appoggiato su un armadio punico ad uso di ripostiglio. Il timer è parente stretto degli armadietti a salto quantico (vedi uno dei post precedenti, oppure cerca armadietti a salto quantico su Google), e come tale ha un atteggiamento non riconducibile alla riproducibilità scientifica. 

Il fetentone, infatti, dilata i tempi di kumite (in maniera esponenziale se prevede la partecipazione attiva del Sensei) e riduce i tempi di recupero a pochi, miserabili, insufficienti  istanti che fuggono come l'umana giovinezza per lasciar posto ad altra sana e perspirante attività fisica. 

Tradotto in Casalottese, le botte durano tanto e il riposo dura poco. Non si hanno prove certe di un dolo, ma tutti sono sicuri che il timer se la rida ed acceleri (o rallenti) l'unica lancetta disponibile a suo esclusivo godimento. 

Le fasi dell'allenamento

Quando il tempo degli esami si avvicina, le fasi dell'allenamento assumono lo spessore e l'intensità delle liriche di Ungaretti. E dell'autore ecco alcuni brani di poesie associate a momenti da ricordare:

Arrivo al Dojo
Mi illumino d'immenso

Preparazione e vestizione
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli

Riscaldamento dinamico
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare

Kihon
E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura.  

Kumite con il Sensei
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

L'essere artigli denti ed angoli vivi mi ricorda che oggi è comunque un giorno Shinseikai, ma domani ci si allena - forse un giorno Shinseikai++ -  ed io non sono mai stato tanto attaccato alla vita :-).

OSU!