Ho pensato a mille - e non più di mille - modi per scrivere un post adeguato ad un clima agrodolce di festa (dolce per il clima festoso, acre per la fine di un ciclo), come il termine di un anno accademico Shinseikai. Ed ogni singolo modo non mi sembra appropriato.
Pensavo al modo "Forrest Gump". Il Sensei continua a correre, noi corriamo dietro lui. Il Sensei si ferma, noi ci fermiamo. Il Sensei dice: "Sono un po' stanchino, penso che me ne tornerò a casa". Noi diciamo: "E cosa facciamo adesso?".
Pensavo al modo "2001". Una scimmia antropomorfa si accorge dell'esistenza di un monolito nero, si avvicina cauta, lo tocca, e dopo un cambio repentino di inquadratura si trasforma in uno studente di Karate completo di Karategi, Obi, paratibie e guantoni.
Pensavo al modo "Odissea". Il Sensei lascia il Dojo per lidi sconosciuti, viene trattenuto per 30 giorni dai capricci degli dei, ritorna nel Dojo per vederlo inaspettatamente pulito, ordinato, con tutti gli armadietti funzionanti e le docce biancosplendenti come in un hotel di Stoccolma a 5 stelle.
Pensavo al modo "Conte di Montecristo". Il Sensei viene esiliato da individui oscuri, che prendono il possesso del Dojo a fini televisivo-pubblicitari (documentari sugli effetti del Karate nella terza età). Sotto mentite spoglie, il Sensei ritorna al Dojo presentandosi come il Conte Calippo Filà e si vendica propinando due calcetti a ciascun cattivo, riuscendo a riappropriarsi del Dojo e ricominciando le regolari lezioni.
Vedete, ogni modo è sbagliato. L'errore, probabilmente, è compararlo con altre esperienze del passato, cercando le possibili analogie e le ovvie differenze.
Occorre, invece, far tesoro delle nuove esperienze, ricordarne i punti difficili, quelli comici (ridere di noi stessi è quello che ci distingue dalle amebe) e - per i più fortunati - la serenità interiore che ne può derivare.
Personalmente ho tentato di seguire un tracciato attraverso un blog, strumento moderno, di semplice accesso e di altrettanto banale composizione, con risultati alterni. Non ho riletto i post, forse un giorno lo farò.
Il Dojo mi mancherà, il blog mi mancherà. Ogni fine ha un suo inizio, e quindi questo è un post di un nuovo inizio. Vedremo cosa ci riserverà il percorso che - da bipedi - ci è stato assegnato dalle mutevoli condizioni dell'universo. E, come per ogni rappresentazione teatrale (tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne son soltanto degli attori, che hanno le loro uscite e le loro entrate), vi invito alla regola aurea suggerita dal capocomico, dopo gli applausi finali, all'audience che sta lentamente uscendo dal teatro: "Se vi è piaciuto ditelo, se non vi è piaciuto tenetelo per voi".
Arrivederci, OSU!
Wednesday, June 23, 2010
Wednesday, June 16, 2010
(I miei) 10 motivi per odiare l'estate.
- D'estate (non tutta, fortunatamente), il Dojo tende ad essere chiuso. Come farò?
- Ho pelle iperborea ed incompatibile con i fotoni terrestri, mi mazzancollo dopo 30 secondi di esposizione.
- Un viaggio a vicine località balneari è desiderabile come un esame della prostata.
- Il caldo è poco compatibile con il rock'n'roll, l'hard rock, l'heavy metal e le musiche ad alta energia.
- Le piscine sono piene di bipedi in balneazione e non di nuotatori. Sconsigliabili a chi si reca in una piscina sperando di effettuare attività fisica.
- Il mio primo Luglio senza Dojo durerà circa 90 giorni percepiti. Un mese quanto un trimestre.
- Dovrò comunque indossare il Karategi almeno una volta alla settimana, altrimenti lui indosserà me.
- Le attività fisiche sostitutive aiutano, ma esaltano la lontananza ed il desiderio di ritornare.
- Alla riapertura del Dojo ci aspetta la prova panettone estivo (chi frequenta, sa). Tremo all'idea.
- Cosa ritroveremo negli spogliatoi del Dojo dopo mesi di inattività? (non aprite quella porta)
Oh, Deità dei Mawashi e delle flessioni Seiken, datemi la forza di sentirmi nel Dojo anche se sono lontano... l'attesa del ritorno sarà meno pesante.
(Inchino).
Tuesday, June 8, 2010
Racconti Shinseikai brevi.
Lo studente bussò alla porta del Dojo. Il Maestro aprì la porta lentamente, e chiese:
"Che cosa cerchi?"
Lo studente rispose, esitante:
"Non lo so".
Il Maestro pensò, e poi disse:
"Puoi entrare".
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Lo studente bussò alla porta del Dojo. Il Maestro aprì la porta, e chiese:
"Chi sei?"
Lo studente rispose:
"Non lo so".
Il Maestro disse:
"Puoi entrare".
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Lo studente arrivò al Dojo dopo tre giorni di cammino tra i rovi, e bussò alla porta. Il Maestro aprì la porta a metà, e chiese:
"Da dove vieni?".
Lo studente rispose:
"Vengo da tre giorni di cammino tra i rovi, e ho sudato sette camicie - che non posseggo - per arrivare qui, conquistare un posto nel tuo Dojo, ed apprendere i tuoi insegnamenti, Sensei".
Il Maestro chiuse la metà della porta, e non la riaprì.
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Lo studente arrivò al Dojo in una carrozza trainata da due cavalli neri.
Scese, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e rimanendo sulla soglia disse:
"Perchè sei qui?"
Lo studente rispose:
"Mi annoiavo".
Il Maestro fece entrare lo studente, e pensò:
"Da ora non lo farai".
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Lo studente arrivò al Dojo con la sacca sulle spalle, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e aspettò le parole dello studente.
Che non aprì bocca.
Il maestro fece entrare lo studente, e disse:
"Benvenuto".
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Lo studente arrivò al Dojo un giorno prima, e bussò alla porta.
Il Maestro non c'era, stava allenando un altro studente.
Lo studente aspettò. Il giorno dopo, bussò alla porta.
Il Maestro aprì la porta, e disse:
"Da quanto sei qui?".
Lo studente rispose:
"Da ieri".
Il Maestro chiuse la porta senza alcuna spiegazione.
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Lo studente arrivò al Dojo con la faccia gonfia e pesta, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì.
Guardò lo studente.
Lo anticipò, dicendo:
"Non è il momento".
E chiuse la porta.
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Lo studente arrivò al Dojo completamente coperto di fango e polvere, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì, e disse:
"Di cosa hai bisogno?".
Lo studente rispose:
"Di acqua, per lavarmi".
Il Maestro fece strada, e disse:
"Puoi entrare".
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Lo studente arrivò al Dojo, e bussò alla porta.
Nessuno rispose.
Bussò di nuovo.
Nessuno rispose.
Bussò ancora, più forte.
Nessuno rispose.
Lo studente mise la sacca sulle spalle e tornò sui suoi passi.
Dietro la porta, il Maestro, sospirò.
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Lo studente arrivò al Dojo, e bussò alla porta.
Il Maestro aprì, e mise in mano allo studente una scopa.
Lo studente iniziò a spazzare l'ingresso, ed una volta finito l'ingresso fu invitato dal Maestro a spazzare i locali del Dojo.
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Lo studente arrivò al Dojo con una domanda ben precisa in testa.
La paura di essere rifiutato era pari alla curiosità che serbava oramai da tempo dentro di sé.
Si fece forza. Bussò alla porta del Dojo, tre battiti inequivocabili.
Il Maestro aprì, e disse:
"Cosa vuoi sapere?".
Lo studente rispose:
"Sensei, perché alcuni studenti riescono ad entrare ed altri no?".
Il Maestro sorrise, si scostò di lato, e disse:
"Entra pure, te lo insegnerò".
E, sorridendo, chiuse la porta.
Sunday, May 23, 2010
La storia di P.
"E' uno strano."
I compagni del Dojo dicevano questo. Non apertamente, e non in maniera provocatoria, ma lo pensavano - pur rispettandolo - e lo dicevano appena sottovoce. Arrivava nel Dojo con un'aria assorta, come di chi sta pensando intensamente alla risoluzione di un problema matematico, anche se di matematico - lui - non aveva proprio nulla.
Io conosco la sua storia, e prudentemente l'ho tenuta per me, non volendo fare la figura del parolaio matto. Ma sento di doverla raccontare, altrimenti sarò costretto dalla mia seconda moglie a vendere i diritti a Tristalia 3000 o altra rivista scandalistica incassando striminziti profitti ed al contempo schiacciando quel che rimane della mia coscienza sotto il peso infame del rimorso.
P. era strano. Un ragazzo verso i 25, troppo vecchio per essere un teenager, troppo giovane per essere un padre di famiglia (non sono mica tutti fessi come me). Corporatura media, capelli neri brillanti, sguardo di chi la sa lunga e tristezza mista a bontà d'animo percepibile a trecentodue cubiti di distanza. Si presentò al Dojo e puntò direttamente al Sensei chiedendo di poter partecipare alle lezioni.
Ricordo l'impatto che la sua voce ebbe su di me. Italiano perfetto, timbro squillante, come di uno speaker professionista, eppure controllato in modo da non disturbare l'ambiente circostante.
Il Sensei chiese se aveva con sé il cambio, ed alla risposta affermativa accordò una lezione di prova, da consumarsi subito. Da quella volta, P. fu una presenza costante ed invisibile del Dojo. Costante per la sua capacità di materializzarsi sempre e comunque all'ora prestabilita, nonostante tuonifulmininfluenzecaldoestatenevegrandinescioperodegliautobus.
Invisibile perchè P. parlava solo se veniva interrogato. Mi spiego, non era un burbero. Era sempre cordiale con tutti, e rispondeva puntuale alle domande. Ma non era un conversatore professionista.
Quello che mi colpì quasi subito fu il suo rispetto per la vita. Qualsiasi vita. Dal microbo all'elefante. Lo vidi sobbalzare quando Arduino scacciò garbatamente un insetto che si era avvicinato al suo sopracciglio destro, quasi volesse fermare il gesto per evitare che l'insetto potesse aver danno.
E così, giorno dopo giorno, martedì giovedì ed a volte sabato, P. frequentò il Dojo con dedizione e (a parere del Maestro) successo. Cercai di attaccar bottone in tutti i modi (proprio io, estroverso come una lattina) e ad ogni affondo, ogni offerta, ogni riferimento, ogni tentativo di dialogo lui rispondeva con una parata - garbata - ed un diniego di continuare la conversazione. Man mano che il tempo passava iniziavo a maturare delle idee strane. Sembrava un personaggio al di fuori del contesto che siamo comunemente chiamati a valutare ogni giorno, e fu naturale per me metterlo sotto osservazione.
Dopo cinque mesi di appostamenti degni del miglior Holmes (Sherlock, non John) riuscii a vederlo profondamente turbato in tre occasioni:
I compagni del Dojo dicevano questo. Non apertamente, e non in maniera provocatoria, ma lo pensavano - pur rispettandolo - e lo dicevano appena sottovoce. Arrivava nel Dojo con un'aria assorta, come di chi sta pensando intensamente alla risoluzione di un problema matematico, anche se di matematico - lui - non aveva proprio nulla.
Io conosco la sua storia, e prudentemente l'ho tenuta per me, non volendo fare la figura del parolaio matto. Ma sento di doverla raccontare, altrimenti sarò costretto dalla mia seconda moglie a vendere i diritti a Tristalia 3000 o altra rivista scandalistica incassando striminziti profitti ed al contempo schiacciando quel che rimane della mia coscienza sotto il peso infame del rimorso.
P. era strano. Un ragazzo verso i 25, troppo vecchio per essere un teenager, troppo giovane per essere un padre di famiglia (non sono mica tutti fessi come me). Corporatura media, capelli neri brillanti, sguardo di chi la sa lunga e tristezza mista a bontà d'animo percepibile a trecentodue cubiti di distanza. Si presentò al Dojo e puntò direttamente al Sensei chiedendo di poter partecipare alle lezioni.
Ricordo l'impatto che la sua voce ebbe su di me. Italiano perfetto, timbro squillante, come di uno speaker professionista, eppure controllato in modo da non disturbare l'ambiente circostante.
Il Sensei chiese se aveva con sé il cambio, ed alla risposta affermativa accordò una lezione di prova, da consumarsi subito. Da quella volta, P. fu una presenza costante ed invisibile del Dojo. Costante per la sua capacità di materializzarsi sempre e comunque all'ora prestabilita, nonostante tuonifulmininfluenzecaldoestatenevegrandinescioperodegliautobus.
Invisibile perchè P. parlava solo se veniva interrogato. Mi spiego, non era un burbero. Era sempre cordiale con tutti, e rispondeva puntuale alle domande. Ma non era un conversatore professionista.
Quello che mi colpì quasi subito fu il suo rispetto per la vita. Qualsiasi vita. Dal microbo all'elefante. Lo vidi sobbalzare quando Arduino scacciò garbatamente un insetto che si era avvicinato al suo sopracciglio destro, quasi volesse fermare il gesto per evitare che l'insetto potesse aver danno.
E così, giorno dopo giorno, martedì giovedì ed a volte sabato, P. frequentò il Dojo con dedizione e (a parere del Maestro) successo. Cercai di attaccar bottone in tutti i modi (proprio io, estroverso come una lattina) e ad ogni affondo, ogni offerta, ogni riferimento, ogni tentativo di dialogo lui rispondeva con una parata - garbata - ed un diniego di continuare la conversazione. Man mano che il tempo passava iniziavo a maturare delle idee strane. Sembrava un personaggio al di fuori del contesto che siamo comunemente chiamati a valutare ogni giorno, e fu naturale per me metterlo sotto osservazione.
Dopo cinque mesi di appostamenti degni del miglior Holmes (Sherlock, non John) riuscii a vederlo profondamente turbato in tre occasioni:
- dopo una battutaccia da osteria di Simone verso i gusti sessuali dell'audience, e la pronunzia orfica dell'epiteto "Siete proprio di legno".
- dopo il rumoroso passaggio di un circo nella zona del Dojo, con conseguente attacchinaggio manifesti dello stesso nella porta esterna della palestra.
- dopo l'abbattimento di un albero malato nel giardinetto antistante il Dojo, in genere frequentato da bipedi di varia natura e spettro sociale.
Il mio cervello iniziò a mulinare vorticosamente (succede poche volte l'anno) cercando la correlazione tra gli eventi e la loro collocazione nell'affare P.
L'elemento decisivo della mia investigazione si manifestò in tarda primavera. Nel rito della spoliazione ante riscaldamento, P. spostò la sua borsa appena un millimetro oltre il consentito, inclinandola leggermente e facendo fuoriuscire una busta dall'aspetto molto antico, da cui uscì una vecchissima foto che svolazzò fino ai miei piedi, mancando miracolosamente la fanghiglia del pavimento dello spogliatoio. Riuscii a sbirciare la foto, un vecchio ritratto in bianco e nero, appena prima del velocissimo recupero da parte di P. della preziosità perduta. Era una signora del secolo scorso, sulla cinquantina, bellissima, con un vestito strano. Sulla foto, una dedica in bella calligrafia, che mi fece raggelare.
Passai il resto dell'allenamento in trance, svegliato solo dalle urla del Maestro che cercava inutilmente di portarmi al passo degli altri.
Io sapevo che P. sapeva che io sapevo. La mia vita divenne funzione dell'attesa del prossimo allenamento, che puntualmente arrivò. Mi presentai con un anticipo enorme e con un cuore piccolo piccolo, aspettando la comparsa di P. e del suo mistero. P. arrivò puntuale come le tasse di Maggio, entrando nel Dojo con aria tranquilla.
Mi avvicinai, cercando di dissimulare la mia terrorizzata impazienza.
P. mi guardò. Non avevo mai visto quegli occhi azzurri così profondi.
"Tu sei... Pinocchio".
P. si produsse nell'unico, vero sorriso mai ho visto fare ad una persona.
Dopo quell'allenamento non lo vidi più, ma il suo sorriso è ancora dentro di me.
Saturday, May 8, 2010
Changed vs. Unchanged
Riapro la porta del blog dopo una - voluta - lunga pausa.
Il blog era lì, il Dojo era là, ed ora li mettiamo di nuovo in comunicazione. Il blog, però, ha bisogno di essere aggiornato.
(Pensieri).
Se dovessi sovrapporre una diapositiva del Dojo dall'ultimo post con quella dell'ultimo allenamento mi accorgerei, in effetti, che alcune cose sono completamente cambiate, ed altre - ringraziando le deità dell'Acido Lattico e dei Dolori del Giorno Dopo - sono rimaste eterne, immutabili e garanzia del continuum spazio-temporale.
Perchè non stilare una lista dei cambiamenti e confrontarli con le costanti gravitroniche del Dojo?
Presto fatto.
Cose che sono cambiate.
- La fila delle cinture colorate, durante la concentrazione, è lunghissima!
- La fila delle cinture bianche, durante la concentrazione, soffre di nanismo.
- Ivano il Giallo è diventato Ivano il Blu.
- Arduino il Bianco è diventato Arduino il Giallo.
- Gli armadietti a salto quantico (vedi post precedenti) iniziano a perdere le proprietà magiche: a volte ritrovi esattamente quello che hai messo.
- Le giornate si sono allungate, ed i sensori dell'illuminazione esterna sponsorizzati da Google Algorithms sono definitivamente sublimati.
- Francesco si è infortunato, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
- Mattia sta recuperando, e lo aspettiamo di nuovo al Dojo.
Cose che non sono cambiate.
- Lo spogliatoio del Dojo ed i suoi terreni di coltura rimangono invariati.
- Le cabine della sorpresa (le docce) continuano a congelare/ustionare gli studenti.
- I ganci bastardi sono ancora bastardi.
- Il cesto degli orrori è sempre al suo posto, e continua a guardarti beffardo.
- Gabba il bianco è ancora Gabba il bianco.
- Il livello di Smemorina (vedi post precedenti) è ancora su valori Europei.
A breve, la lista delle cose che cambieranno. Perchè cambieranno, ne sono sicuro.
Monday, April 19, 2010
Tuesday, April 6, 2010
Lettera ad un blog mai aperto.
La sindrome da foglio bianco non mi ha mai spaventato. La ritengo, anzi, una utile tensione emotiva in grado di catalizzare pensieri, idee ed arzigogolati percorsi mentali che girano, per ora, su di un'orbita lontano-asincrona.
Man mano che il foglio muta dal bianco al nero, senza nessuna magia, i pensieri vengono attratti da esso e si condensano, si uniscono, si modellano per diventare qualcos'altro, pronto per essere valutato e posto nella lista delle cose che aiutano il foglio ad incresparsi, ad invecchiare, ad ospitare le parole come un oste fa con un viandante.
La tecnologia, nostro malgrado, ci toglie parte del piacere tattile (e, sospetto, anche un certo tipo di memoria collegato all'attività fisica dello scrivere su carta) che è difficile rimpiazzare per mezzo di un gadget tecnologico o dell'ultima trovata fattucchierostregonistica che invaderà il mercato da qui a qualche giorno.
La tecnologia privilegia la velocità, il pensiero privilegia l'introspezione, la calma, la capacità di riflettere. Non è semplice governare tutte e due le direzioni, una che ci arriva dal mondo e l'altra che dovrebbe sorgere dal nostro intimo. La cosa rilevante, forse, è capire quanto le due cose non sono in relazione tra loro. Scrivo sul mio blog grazie alla facilità con cui gli stregoni d'oltreoceano mettono le risorse tecnologiche a disposizione di tutti.
La facilità d'uso, però, comporta qualche piccolo sacrificio.
Il foglio di un blog non si increspa, non viene consumato dalle cancellature, non viene scolpito dalla punta di una penna, e non ricorda perché non è.
Il blog sembra un sospetto non-luogo, che forse è affrontabile conservando la carica emotiva sprigionata dallo scrivere e coniugando la naturale curiosità di un normale bipede con il contrasto ad un troppo facile neo-luddismo.
Il blog viene, da molti, ritenuto uno strumento di democrazia. Da tutti è utilizzato per scrivere. Da molti è utilizzato per comunicare. Da diversi è utilizzato come uno strumento di insufflazione del proprio ego (Ego 2.0) correlato ad un mutato sistema linguistico e di comunicazione (Language 2.0). Qualsiasi sia lo spirito con cui si affronta la scrittura di un diario condiviso, è bene ricordare la differenza tra velocità ed introspezione. Tutte e due importanti, tutte e due diverse e forse complementari.
Le condizioni di oggi mi trovano con tosse, pallore, e nera figura colante muco come Alien 3. Soprattutto, senza alcuna possibilità di praticare la disciplina Shinseikai che sto affrontando dalla fine dell'estate scorsa. Sono forzato, quindi, all'introspezione. Ricorderò con piacere questi momenti quando sarò in grado, nuovamente, di sfidare l'età, la gravità, la vetustà ed altri sostantivi accentati in uno dei prossimi allenamenti.
Nel frattempo, mokuso.
Wednesday, March 31, 2010
Folklore IV
Il Dojo ha un'anima, che è l'essenza stessa della disciplina che frequentiamo a giorni pari.
Non di solo pane si vive, e quindi l'anima va nutrita con frequenza, passione, credibilità, voglia di fare, rispetto, ed altre qualità che le Anzianità del Dojo saranno felici di spiegarVi.
L'anima del Dojo, però ha la sua controparte. Il lato oscuro. E, credetemi, non sono gli avventori con cattive intenzioni o i rubacinte e suppellettili che frequentano (molto) raramente gli spogliatoi: sono gli spiriti che frequentano gli asciugacapelli ed i ganci per accappatoi.
I ganci bastardi
I ganci preposti all'impiccagione degli accappatoi, utilizzabili ante-doccia ed opportunamente posizionati vicino ad ogni cabina della sorpresa (vedi post precedenti), sembrano di materiale solido e durevole.
Niente di più sbagliato.
I ganci (domanda a risposta multipla) sono: a) termoplastici b) repulsori c) dotati di anima voodoo d) semplicemente bastardoni, e si ribellano continuamente al loro istituzionale dovere di tenere lontano da terra l'asciugamano o accappatoio necessario ad evitare bronchiti asmatiche e malattie da raffreddamento dovute ad asciugatura incompleta o impossibile.
Tu appendi l'accappatoio o l'asciugamano al gancio, e oplà, il gancio bastardo la lascia scivolare a terra rendendolo utile come mappina di napoletana memoria o come innominabile e sacrificabile residuo radioattivo.
Guardate bene il gancio, prima di appendere. Se si muove o ride, lasciate l'accappatoio in borsa ed uscite grondanti, meglio asciugarsi dopo che mai.
I phontergeist
Acronimo testé coniato per rappresentare l'unione di un asciugacapelli con un poltergeist, rappresenta la volontà da parte del soffiatore elettrico di accendersi e spegnersi a suo assoluto piacimento. Il phon si accende quando dice lui, e si spegne quando decide lui.
Dopo lunghe ed accurate misurazioni di persone in attesa e tempi di funzionamento medio, sono stato in grado di studiare e stabilire una formula che rappresenta il comportamento corretto dell'asciugacapelli durante una regolare sessione di lavoro (un'ora):
T = 1 / n + (h/10)
dove T è il funzionamento per sessione espresso in secondi, n è il numero di persone in attesa della disponibilità del phon fetentone e h è l'indice di umidità relativa dello spogliatoio del dojo. In pratica, affollamento ed umidità rendono il povero studente Shinseikai soggetto a malanni di stagione anche fuori stagione.
Sto pensando di comprarmi un asciugacapelli nucleare.
Friday, March 26, 2010
Le basi.
I Kihon rappresentano la grammatica del Karate. Non si può scrivere un sonetto, una poesia, un racconto breve, un romanzo, un'opera se non si conoscono perfettamente le regole di base. Così come non è pensabile crescere nella disciplina marziale se i movimenti di base non sono eseguiti correttamente.
Thursday, March 25, 2010
Shinseikai V - Da bimbo a uomo
Dondola bimbo dondola lento
fatti cullare dal caldo e dal vento
tra i rami dell'albero nascondi la testa
lì tra le foglie dov'è la tua cesta
Forti le mani, forti le braccia
salti tra i rami voltando la faccia
il bimbo cresce ed inizia a girare
ed al suo nido deve poi ritornare
Cresce l'età e cresce l'ardire
i Leoni lì sotto si fanno sentire
volando veloce via dal periglio
rimiri le fiere dal vecchio giaciglio
Da uomo vuoi scendere e ricordi la culla
e ascolti i ruggiti che vengon dal nulla
pensi al destino e al bimbo che era
all'uomo straniero in terra straniera
Dai un calcio alla culla che cade giù
quell'uomo sull'albero non tornerà più.
[ dedicato, con passione e rispetto, a mio padre]
fatti cullare dal caldo e dal vento
tra i rami dell'albero nascondi la testa
lì tra le foglie dov'è la tua cesta
Forti le mani, forti le braccia
salti tra i rami voltando la faccia
il bimbo cresce ed inizia a girare
ed al suo nido deve poi ritornare
Cresce l'età e cresce l'ardire
i Leoni lì sotto si fanno sentire
volando veloce via dal periglio
rimiri le fiere dal vecchio giaciglio
Da uomo vuoi scendere e ricordi la culla
e ascolti i ruggiti che vengon dal nulla
pensi al destino e al bimbo che era
all'uomo straniero in terra straniera
Dai un calcio alla culla che cade giù
quell'uomo sull'albero non tornerà più.
[ dedicato, con passione e rispetto, a mio padre]
Monday, March 22, 2010
Il Match
Eccomi qui di nuovo.
Indosso il karategi lentamente, alla ricerca di un rito che non ho mai praticato. Il karategi profuma ancora di casa, di lontano, di quello che non mi è possibile raggiungere ora. La mia obi stride, ed emana sentore di allenamento, di lotta, di fatica, di traguardi prefissati e mai raggiunti. I rumori intorno mi giungono ovattati, come se avesse nevicato. Sento voci ed urla ed applausi, ma non riesco a riconoscerne l'origine o la lingua.
La tensione fa male, sento di avere il fiato corto e mi convinco che il match deve ancora iniziare, che il dolore e la resistenza al dolore verrà dopo, e che devo utilizzare la tensione, e non subirla. Utilizzarla per concentrarmi e non per annegare nell'ansia.
I tentativi di svuotare la mente stimolano - evidentemente - gli emisferi cerebrali a sfogliare velocemente le diapositive dei ricordi, degli affetti, delle esperienze, come carte distribuite su un tavolo verde a cui non siede nessun giocatore.
Qualcuno mi dice che è ora di iniziare.
Lo seguo in un lungo corridoio che è leggermente più alto me, buio, dove le ombre dei miei accompagnatori sembrano un film in bianco e nero.
Esco alla luce dei riflettori che feriscono i miei occhi, ed anche se abbacinato intravedo le braccia delle persone che si muovono, e non sento alcun rumore. Dal bianco accecante le forme iniziano ad avere un senso: il ring, gli addetti ai lavori, i giudici, l'audience, l'arbitro che ha una faccia dura come il travertino, ma continuo a non sentire i suoni.
Mi indicano il mio angolo, la mia casa del dolore, seguito dai miei accompagnatori con il volto sfocato. Le figure mi parlano, io non capisco quello che dicono, ma annuisco e non so perché. Mi fanno avvicinare al centro del ring, vedo il mio avversario e l'arbitro. L'arbitro ha un volto ed un vestito, l'avversario no. Non è invisibile, e non è completamente visibile. L'arbitro ci rimanda ai nostri angoli.
Ding.
Il suono della campana, invece, riesco a percepirlo correttamente. E' ora dell'inizio. Mi avvicino, il match ha inizio.
L'avversario scivola lateralmente e cambia guardia due volte, da hidari a migi a hidari, repentino. Io finto una parata con il sune. Non contento, finto un mawashi-geri gedan, e la seconda finta, inutile, fa partire l'avversario con un altro mawashi-geri gedan, che paro, e con un mae-geri a piena potenza che non riesco ad intercettare. Il colpo arriva come un maglio, la forza dell'intero corpo sullo stomaco mi toglie il respiro e lucidità, ed abbasso la guardia di qualche centimetro: l'avversario fa uno switch e mi sfiora la tempia sinistra con un calcio circolare jodan. Non capisco bene se sono riuscito a schivarlo oppure se sia un avvertimento dell'avversario, ma le ripetizioni di tsuki al petto mi ricordano che forse la prima possibilità a cui penso è sempre quella che conta. Un sabaki riesce a tirarmi fuori dalla combinazione letale che l'avversario consuma in velocità mentre il dolore al petto fiacca le ultime energie di questo round.
Ding.
Ding.
Ding.
Ding.
Riapro gli occhi, mi accorgo che il match era solo nella mia testa. Il dolore era immaginario. Il dolore era un sogno, il match era un sogno, tutto era un sogno. L'unica realtà è la campanella della sveglia. Sono solo le 6 e 03 di una mattina di primavera che tarda ad arrivare, grigia ed umida, e come tutti i sogni che iniziano e finiscono quasi immediatamente prima del risveglio, questo può essere ricordato. Non saprò mai chi fosse l'avversario, o il risultato del match. Non saprò mai cosa volessero dire queste immagini proiettate nella mente in una mattina che non prevedeva un match. Ed ecco che, semplicemente, l'intuizione si palesa: sognato, metaforico o vissuto, il match sarà sempre una prova da affrontare, e senza le mani sui fianchi.
Thursday, March 18, 2010
Nonno Spaziotempo
Un tizio vestito in nero, con il cappello nero, cappotto nero, pantaloni neri, scarpe nere, occhiali neri, il volto coperto da una sciarpa nera, si avvicina a me e in maniera furtiva cerca di donarmi una scatola, nera. La scatola ha un aspetto innocuo e non aggressivo. E' bella e strana, e sembra non entrare in sintonia con quello che mi circonda.
Chiedo cos'è. Mi viene risposto che è una scatola magica. Posso usarla solo tre volte. Faccio una battuta stupida sulla lampada del Dottor Aladino e l'uomo in nero muove leggermente la testa da sinistra a destra, paziente come se avesse previsto la battuta e non potesse evitarla.
Magica in che senso, dico. L'uomo in nero scandisce le parole come se parlasse con un tredicenne brufoloso, e mi dice che posso viaggiare nel tempo per tre volte, e per tre volte potrò tornare avanti.
A quali condizioni, comunico al darkettone. Il liquiriziato mi dice che avrò solo tre occasioni, che devo sapere quando andare e che sono in un giro da cui non riuscirò ad uscire.
La mia fronte si imperla di sudore in 3.5 millisecondi, e l'uomo color carbone non c'è più.
Torno a casa.
Prendo un foglio di carta, una matita preistorica ed inizio a scrivere:
1) Tornare indietro per far avverare una cosa buona: iniziare il Karate a sei anni anzichè a quarantasei.
2) Tornare indietro per evitare che una cosa cattiva accada: evitare a Mattia di rompersi il gomito facendogli studiare la registrazione video dell'incontro che lo vedrà protagonista.
Mi blocco sul terzo punto.
Mi addormento. Mi risveglio il giorno dopo, con i capelli fulminati, indice di notte insonne. Le borse sotto gli occhi sono griffate. Non riesco a decidermi.
Poi, l'idea, il fulmine a ciel sereno: donare la scatola magica a qualcun'altro.
Lo farò, è sicuro. Esco in strada per cercare vestiti adeguati allo scopo.
Ed ho anche capito chi era lo spilungone nero.
Chiedo cos'è. Mi viene risposto che è una scatola magica. Posso usarla solo tre volte. Faccio una battuta stupida sulla lampada del Dottor Aladino e l'uomo in nero muove leggermente la testa da sinistra a destra, paziente come se avesse previsto la battuta e non potesse evitarla.
Magica in che senso, dico. L'uomo in nero scandisce le parole come se parlasse con un tredicenne brufoloso, e mi dice che posso viaggiare nel tempo per tre volte, e per tre volte potrò tornare avanti.
A quali condizioni, comunico al darkettone. Il liquiriziato mi dice che avrò solo tre occasioni, che devo sapere quando andare e che sono in un giro da cui non riuscirò ad uscire.
La mia fronte si imperla di sudore in 3.5 millisecondi, e l'uomo color carbone non c'è più.
Torno a casa.
Prendo un foglio di carta, una matita preistorica ed inizio a scrivere:
1) Tornare indietro per far avverare una cosa buona: iniziare il Karate a sei anni anzichè a quarantasei.
2) Tornare indietro per evitare che una cosa cattiva accada: evitare a Mattia di rompersi il gomito facendogli studiare la registrazione video dell'incontro che lo vedrà protagonista.
Mi blocco sul terzo punto.
Mi addormento. Mi risveglio il giorno dopo, con i capelli fulminati, indice di notte insonne. Le borse sotto gli occhi sono griffate. Non riesco a decidermi.
Poi, l'idea, il fulmine a ciel sereno: donare la scatola magica a qualcun'altro.
Lo farò, è sicuro. Esco in strada per cercare vestiti adeguati allo scopo.
Ed ho anche capito chi era lo spilungone nero.
Wednesday, March 3, 2010
Folklore III
E' Marzo, che a Roma corrisponde ad una ipotetica stagione di mezzo.
Il Marzo pazzerello delle poesie di terza elementare, ahimè, non esiste più. Oggi esiste il Marzo in SUV che va contromano con il dito medio alzato e la certezza di farla franca dichiarando 12.000 Euro lordi annui, continuando ad andare in vacanza a Santo Domingo (non si mai, potrebbe rimanerci se la magistratura utilizzasse l'effetto speciale inventato nei laboratori di Stan Winston, il fumus persecutionis).
Chi normalmente frequenta il Dojo, normalmente tra le 19.30 e le 21.30 dei giorni normalmente pari, è invece convinto che alcuni valori rimangono immobili ed immancabilmente immarcescibili. Il Dojo è una certezza, un assioma, un organismo che continua a pulsare anche se il suo creatore ed ispiratore viene spedito in terra umidamente albionica.
Il Dojo è un essere fatto di artigli, denti e angoli vivi che ospiti e che inizia a farti male quando sei lontano, e quando cerca ti riportarti vicino.
Il Dojo è lì, e non ammette deroghe. Il Dojo continua anche (e soprattutto) quando non ci sei, e quando ritorni lo trovi 35 metri più avanti, perché nel frattempo lui ha proseguito, tu no.
Dopo aver esplorato gli armadietti, il cesto degli orrori, le cabine della sorpresa e gli spogliatoi, la nostra attenzione viene catalizzata da due elementi riconducibili al tempo: il maledetto timer e le fasi dell'allenamento.
Il maledetto timer
Il timer del Dojo è un monolito di massa e peso infiniti candidamente appoggiato su un armadio punico ad uso di ripostiglio. Il timer è parente stretto degli armadietti a salto quantico (vedi uno dei post precedenti, oppure cerca armadietti a salto quantico su Google), e come tale ha un atteggiamento non riconducibile alla riproducibilità scientifica.
Il fetentone, infatti, dilata i tempi di kumite (in maniera esponenziale se prevede la partecipazione attiva del Sensei) e riduce i tempi di recupero a pochi, miserabili, insufficienti istanti che fuggono come l'umana giovinezza per lasciar posto ad altra sana e perspirante attività fisica.
Tradotto in Casalottese, le botte durano tanto e il riposo dura poco. Non si hanno prove certe di un dolo, ma tutti sono sicuri che il timer se la rida ed acceleri (o rallenti) l'unica lancetta disponibile a suo esclusivo godimento.
Le fasi dell'allenamento
Quando il tempo degli esami si avvicina, le fasi dell'allenamento assumono lo spessore e l'intensità delle liriche di Ungaretti. E dell'autore ecco alcuni brani di poesie associate a momenti da ricordare:
Arrivo al Dojo
Mi illumino d'immenso
Preparazione e vestizione
Di che reggimento siete
fratelli?
Parola tremante
nella notte
Foglia appena nata
Nell'aria spasimante
involontaria rivolta
dell'uomo presente alla sua
fragilità
Fratelli
Riscaldamento dinamico
E subito riprende
il viaggio
come
dopo il naufragio
un superstite
lupo di mare
Kihon
E per la luce giusta,
Cadendo solo un'ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura.
Kumite con il Sensei
Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita
L'essere artigli denti ed angoli vivi mi ricorda che oggi è comunque un giorno Shinseikai, ma domani ci si allena - forse un giorno Shinseikai++ - ed io non sono mai stato tanto attaccato alla vita :-).
OSU!
Saturday, February 27, 2010
Fear
"Non devo avere paura. La paura uccide la mente.
La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.
E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scrutero' il percorso.
Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò".
[F. Herbert, Dune.]
http://www.youtube.com/watch?v=RlZApz1sgzE
La paura è la piccola morte che porta con sé l'annullamento totale.
Guarderò in faccia la mia paura. Permetterò che mi calpesti e mi attraversi.
E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scrutero' il percorso.
Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla.
Soltanto io ci sarò".
[F. Herbert, Dune.]
http://www.youtube.com/watch?v=RlZApz1sgzE
Thursday, February 25, 2010
Sunday, February 21, 2010
Mokuso
- Alle volte l'analogia Shinseikai - scacchi sembra ancora più valida. Non è pensabile presentarsi ad un incontro o ad un semplice allenamento se prima non hai definito il tuo obiettivo e la tua strategia. Preparazione atletica e tecnica sono necessarie, forse non sufficienti se la strategia non è pronta e l'obiettivo chiaro.
- Un allenamento perso non è recuperabile. Ho perso una preparazione atletica e quarantacinque minuti di Kihon Martedì scorso, e Giovedì me ne sono accorto per intero.
- La differenza tra essere pronto e non esser pronto è una combinazione di fattori, che vedono quasi sempre al centro la capacità di concentrazione.
- Ogni cosa richiede il suo tempo. Non credo sia possibile alterare il tempo di apprendimento di una disciplina dura come lo Shinseikai. Non posso andare più veloce, ma posso migliorare ogni cosa che faccio, anche lentamente. La qualità è più importante delle unità di tempo.
- Mi intenerisco ogni volta che vedo un atleta che non può allenarsi venire all'ora prefissata, da una parte, in borghese, e guardarlo mentre ci guarda. Ogni volta penso: "E' venuto lo stesso". Ogni volta mi domando: "E, tu, lo faresti? Lo faresti?".
- Spesso sento l'esigenza di urlare al mondo che questa disciplina mi mette costantemente in difficoltà. Corpo, mente, concentrazione a disagio. Sento di non essere adeguato. E proprio l'inadeguatezza è la molla per continuare.
- Non riesco a vedere i miei miglioramenti, credo non ce ne siano. Non li sento. E' troppo presto. Il percorso è lungo. Pazienza, costanza, voglia di migliorarsi. Apprezzare il tempo speso nel Dojo. I miglioramenti verranno, dice il Sensei.
- Shinseikai è tanto fuori quanto dentro. Un buon movimento è già buono dentro la mente. E' già lì.
Saturday, February 20, 2010
Zitto e nuota
Non hai scordato nulla.
Costume, occhiali, tappi, palette, asciugatura.
E' tempo di iniziare.
Ne fai 10
e senti che il corpo lotta per rendersi aggraziato.
Ne fai 20
e non riesci a spostare l'acqua come vorresti, la mente non è sincronizzata.
Ne fai 30
e finalmente riesci a scaldarti, e la locomotiva inizia ad andare.
Ne fai 40
e la conta inizia a essere nascosta dai pensieri.
Ne fai 50
e cerchi di sbrigarti per rientrare nei tempi che hai programmato.
Ne fai 60
e i pensieri sono più forti delle vasche che conti ad ogni virata.
Ne fai 70
e pensi a quando eri bambino, e tutto era in bianco e nero.
Ne fai 80
ed uscendo pensi a quando ne facevi 100.
Costume, occhiali, tappi, palette, asciugatura.
E' tempo di iniziare.
Ne fai 10
e senti che il corpo lotta per rendersi aggraziato.
Ne fai 20
e non riesci a spostare l'acqua come vorresti, la mente non è sincronizzata.
Ne fai 30
e finalmente riesci a scaldarti, e la locomotiva inizia ad andare.
Ne fai 40
e la conta inizia a essere nascosta dai pensieri.
Ne fai 50
e cerchi di sbrigarti per rientrare nei tempi che hai programmato.
Ne fai 60
e i pensieri sono più forti delle vasche che conti ad ogni virata.
Ne fai 70
e pensi a quando eri bambino, e tutto era in bianco e nero.
Ne fai 80
ed uscendo pensi a quando ne facevi 100.
Friday, February 19, 2010
Spigolature
Domanda: "Come si chiama quella cosa che ti succede quando senti di non essere concentrato e cerchi di radunare tutte le tue forze per eseguire correttamente le tecniche e i comandi, e nonostante ciò continui a sbagliare e senti di aver fallito nonostante l'impegno proprio per colpa di una cattiva concentrazione unita ad una mediocre reattività fisica?"
Risposta: "L'allenamento di ieri sera."
Risposta: "L'allenamento di ieri sera."
Sunday, February 14, 2010
Tante Scuse
Siamo stati creati (dalle divinità o dalle condizioni mutevoli dell'universo, a seconda dei propri orientamenti) per crescere, riprodursi ed inventare scuse. Nonostante l'esperienza, l'educazione, la cultura, l'ambiente ed altri fattori che mescolano continuamente le nostre ragioni d'essere, continuiamo a portare con noi la nostra Knowledge Base delle scuse alla quale attingere per rimandare il momento della verità, sia esso un allenamento, un esame, un momento di introspezione, una visita alla suocera, il colloquio con il capo, un incontro con un cliente, un incontro con un fornitore, un incontro fugace e dispendioso con il commercialista.
La vita ci mostra, tutti i giorni, che ci sono persone che lottano per avere quello che noi diamo per garantito. A volte non ci accorgiamo di queste persone, troppo occupati con la testa persa nei nostri pensieri piccoli. A volte la vita ci comunica direttamente quanto è dura la lotta per avere un giorno in più, un colloquio in più, una visita in più, un'occasione in più. Una lotta per un pezzettino di vita in più.
Pensando proprio a questo ed in particolare a queste persone, in mezzo a questa notte insonne, ecco le domande: perché non iniziare a costruire l'archivio delle scuse che, rilette il giorno dopo, ci fa sentire piccoli come i nostri pensieri? E quali sono le classiche scuse interiori per evitare (esempio a caso) un allenamento già programmato?
"No, perché oggi piove e non si trova parcheggio".
"No, perché non mi sento al 100% [un classico]".
"No, recupererò la prossima volta".
"No, con l'occasione mi compro delle nuove scarpe da training".
"No, è troppo freddo."
"No, è troppo caldo."
"No, oggi proprio non ce la faccio".
"No, mi fa male il/la [inserire parte del corpo]".
"No, se mi alleno oggi sento che mi farò male".
"No, tanto stasera mangerò poco".
"No, l'ho già fatto ieri".
"No, ci andrò domani".
"No, ho l'iPod scarico".
"No, ho l'iPod carico ma la musica non va bene".
"No, non ho l'iPod".
"No, non mi va".
"No, mi andrebbe ma non ho tempo":
"No, mi andrebbe ma sono stanco di testa [sic]".
"No, domani avrò una giornata faticosa".
"No, ho gli indumenti da training da lavare".
"No, ho gli indumenti da training da stirare".
"No, questa settimana mi sono già allenato n volte [n da 1 a 6]".
"No, e mica sono un professionista!".
"No, non ho rinnovato l'abbonamento e se mi beccano mi scotennano".
"No, ho sonno."
"No, ho troppa voglia di allenarmi e quindi meglio aspettare [!]".
...
Le combinazioni sono infinite, e tutte sbagliate. Propongo la compilazione di una EKB (Excuses Knowledge Base) liberamente consultabile ed aggiornabile via web. Ogni buona scusa sarà inserita nelle migliori dell'anno, che saranno rilegate in libro hard-cover (niente di erotico, per quello ci sono altre categorie di scuse) e distribuito da Fanfaroni Editore.
Meglio andare a dormire. Alle deità dei combattimenti e degli arti doloranti piacendo, domani ci si allena.
La vita ci mostra, tutti i giorni, che ci sono persone che lottano per avere quello che noi diamo per garantito. A volte non ci accorgiamo di queste persone, troppo occupati con la testa persa nei nostri pensieri piccoli. A volte la vita ci comunica direttamente quanto è dura la lotta per avere un giorno in più, un colloquio in più, una visita in più, un'occasione in più. Una lotta per un pezzettino di vita in più.
Pensando proprio a questo ed in particolare a queste persone, in mezzo a questa notte insonne, ecco le domande: perché non iniziare a costruire l'archivio delle scuse che, rilette il giorno dopo, ci fa sentire piccoli come i nostri pensieri? E quali sono le classiche scuse interiori per evitare (esempio a caso) un allenamento già programmato?
"No, perché oggi piove e non si trova parcheggio".
"No, perché non mi sento al 100% [un classico]".
"No, recupererò la prossima volta".
"No, con l'occasione mi compro delle nuove scarpe da training".
"No, è troppo freddo."
"No, è troppo caldo."
"No, oggi proprio non ce la faccio".
"No, mi fa male il/la [inserire parte del corpo]".
"No, se mi alleno oggi sento che mi farò male".
"No, tanto stasera mangerò poco".
"No, l'ho già fatto ieri".
"No, ci andrò domani".
"No, ho l'iPod scarico".
"No, ho l'iPod carico ma la musica non va bene".
"No, non ho l'iPod".
"No, non mi va".
"No, mi andrebbe ma non ho tempo":
"No, mi andrebbe ma sono stanco di testa [sic]".
"No, domani avrò una giornata faticosa".
"No, ho gli indumenti da training da lavare".
"No, ho gli indumenti da training da stirare".
"No, questa settimana mi sono già allenato n volte [n da 1 a 6]".
"No, e mica sono un professionista!".
"No, non ho rinnovato l'abbonamento e se mi beccano mi scotennano".
"No, ho sonno."
"No, ho troppa voglia di allenarmi e quindi meglio aspettare [!]".
...
Le combinazioni sono infinite, e tutte sbagliate. Propongo la compilazione di una EKB (Excuses Knowledge Base) liberamente consultabile ed aggiornabile via web. Ogni buona scusa sarà inserita nelle migliori dell'anno, che saranno rilegate in libro hard-cover (niente di erotico, per quello ci sono altre categorie di scuse) e distribuito da Fanfaroni Editore.
Meglio andare a dormire. Alle deità dei combattimenti e degli arti doloranti piacendo, domani ci si allena.
Friday, February 12, 2010
Cose da ricordare
Francesco che non può allenarsi.
Francesco che viene lo stesso nel Dojo.
Francesco e il suo sguardo mentre gli altri si allenano.
Il Sensei che ti chiama sul ring.
Il Sensei che ti insegna qualcosa sul ring.
Il Sensei che ti lascia uscire dal ring con le tue gambe.
Gli agonisti che iniziano il loro allenamento.
Gli agonisti che finiscono il loro allenamento.
Gli agonisti che rimangono anche al nostro turno.
Mark, l'Inglese, che si allenava da noi.
Mark, l'Inglese, che secondo me capiva l'italiano.
Mark, l'Inglese, abbracciato dal gruppo quando è andato via.
Il Dojo, quando arrivi, che sembra come casa di amico.
Il Dojo, quando ti alleni, che sembra più piccolo.
Il Dojo, quando vai via, che sembra immobile.
Il giorno dopo, che le vecchie ferite ritornano.
Il giorno dopo, che è comunque un regalo.
Il giorno dopo, perchè domani sarai lì, di nuovo.
Francesco che viene lo stesso nel Dojo.
Francesco e il suo sguardo mentre gli altri si allenano.
Il Sensei che ti chiama sul ring.
Il Sensei che ti insegna qualcosa sul ring.
Il Sensei che ti lascia uscire dal ring con le tue gambe.
Gli agonisti che iniziano il loro allenamento.
Gli agonisti che finiscono il loro allenamento.
Gli agonisti che rimangono anche al nostro turno.
Mark, l'Inglese, che si allenava da noi.
Mark, l'Inglese, che secondo me capiva l'italiano.
Mark, l'Inglese, abbracciato dal gruppo quando è andato via.
Il Dojo, quando arrivi, che sembra come casa di amico.
Il Dojo, quando ti alleni, che sembra più piccolo.
Il Dojo, quando vai via, che sembra immobile.
Il giorno dopo, che le vecchie ferite ritornano.
Il giorno dopo, che è comunque un regalo.
Il giorno dopo, perchè domani sarai lì, di nuovo.
Sunday, February 7, 2010
Shinseikai IV - Un racconto breve.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
La voce della Sveglia è gentile e risoluta e antipatica, ed ha lo stesso timbro di una mia collega. Troppo tardi ricordo che sono stato io a programmarla così. Chissà a cosa pensavo, quando l'ho fatto. Sarà un tratto genetico masochista, e il dolore alla testa impedisce di chiedermi da chi ho ereditato questa caratteristica.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Provo a muovere le labbra per pronunciare le parole chiave ed interrompere questo stiletto nelle sinapsi che non vogliono saperne di affrontare un'altra mattina post-alcolica. Le labbra non si muovono, dalla gola escono due rantoli impastati che l'Orecchio della Sveglia non riconosce.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Credo sia Sabato, e quindi è il mio turno di uscita, mi è vietato rimanere in casa fino alla sera. Il pensiero di trascorrere la giornata in un Centro mi sposta lo stomaco. Il pensiero di una multa di 300 Quid lo sposta di nuovo in direzione opposta. Lo stomaco si ribella a quell'ultima provocazione, si sveglia prima di me e mi ricorda di una vecchia lesione dovuta a stress, sedentarietà, sentimenti sopiti e qualche altra esse. Buongiorno, vecchio mio.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
Inizio pian piano a capire che sono nel mio letto, nella mia stanzappartamento, e che è quasi ora di iniziare a spendere la giornata come è prescritta. Pronuncio le parole chiave. Due volte, la prima non l'ho capita nemmeno io, figuriamoci quell'acida della Sveglia.
"Ho capito".
"Buongiorno, Gabba. Sono le ore 7 e 51 di Sabato, 10 Febbraio 2148.
E' prevista una interruzione della pioggia dalle 17 e 42 alle 20 e 51.
Ti ricordo che la tua uscita obbligatoria inizia alle ore 8 e 30 e si conclude alle ore 17 e 30".
Bene. Non riuscirò a vedere la pausa asciutta. Capita sempre così. Il pavimento mi avverte che inizierà a pulirsi tra sessanta secondi. Votato all'efficienza, il calpestato. Capita sempre così.
Lo schermo si accende e le notizie scorrono sopra, sotto, di lato. In mezzo ci sono due pupazzi che parlano. Stringo gli occhi, vedo che non sono due pupazzi, ma due presentatori TV. Ignoro la differenza. Mi avvicino alla finestra, che apre gli scuri e mostra il cielo cenere che si riflette sul bagnato. Ignoro la differenza.
La pioggia oggi è quasi orizzontale, anche se sembra non esserci vento. Strano. Mentre finisco il synthè in preda a questi inaspettati sofismi, il pavimento ha finito, e credo abbia finito anche il bagno. E' tempo di controllare la tuta.
Il controllo della tuta mi riporta, come sempre, alla filastrocca che mi insegnava la mia vecchia. "Controlla la tuta, controllala tutta, controlla sia asciutta". All'epoca non era vecchia, la mia vecchia, e aveva i capelli naturali. Aveva sempre da fare, correva sempre, e l'unico sguardo di affetto era per me e non per altri, o almeno così pareva.
Inizio la procedura per il controllo tuta. La plastica arancione è un po' lisa, ma sembra che il tutto sia regolare e che l'ambiente sia ermetico. E' tempo di indossarla e uscire.
***
L'accesso alla Subacquea oggi è leggermente meno denso di figure arancioni che caracollano in fila per aspettare un Comparto. Leggermente meno denso significa che riceverò comunque la mia dose di spinte e di gomitate, ma non copiosa come in altri giorni di punta. Gli sbuffi di vapore che escono dai caschi delle tute rimangono uno spettacolo buffo. Trenini arancioni a vapore, in fila per un passaggio nella Subacquea.
L'attesa per un Comparto continua, le vibrazioni dei Comparti che passano sono percepibili anche con la tuta attivata, ed è l'unico segno del tempo che passa quando vedi arancione davanti ed arancione dietro di te.
E' il mio turno. Nel comparto la disciplina delle tute si allenta, e tolgo il casco. L'odore di umanità della Subacquea è nauseante, e credo che per gli altri sia lo stesso, a giudicare dalle espressioni. Ma, almeno, riesco a vedere qualche volto non filtrato dal perspex. Le occhiaie che adornano i volti dei passeggeri sembrano tatuate, o esser lì da secoli. Non mi affretto a erogare valuazioni personali, penso a me stesso ed ai segni che il tempo e gli accadimenti mi hanno regalato e sorrido amaramente. Penso al Centro e mi viene da vomitare. Non ci voglio andare. Non farebbe che aggiungere tristezza ad un velo di tristezza. Le luci tutte uguali, le persone tutte uguali, io uguale alle altre persone. Decido di allentare un po' la morsa dell'apatomalinconia per rispetto al signor Stomaco e penso ad altro, ai racconti dei miei vecchi, a quando si poteva camminare sul suolo, quando le cose crescevano sulla terra e non dentro vasche idroponiche, a quando - dicevano i miei - c'era asciutto per giorni e giorni di seguito.
Non so se fossero idee bislacche o ricordi migliori della realtà, ma quelle descrizioni mi piacevano. Correre senza una tuta, senza l'ossessione del contatto con acqua contaminata, in un mondo dove l'asciutto era la normalità.
Evidentemente oggi è tempo di pensieri profondi. I racconti dei miei mi hanno fatto perdere l'uscita del mio Centro. Posso andare in altri Centri e nelle vie laterali tre volte ogni anno, e nessuno, me incluso, lo fa quasi mai. Decido di andare in una delle vie laterali, anche se non sarà un bello spettacolo.
Avevo ragione. Non ricordavo che le vie laterali fossero così trasandate. Forse non si puliscono neanche da sole, ed è per questo che gli interni sono pieni di rimasugli, di scorie. Decido di sprecare la mia uscita extra-Centro e ritornare alla solita monotonia quando il mio sguardo si posa su una luce intermittente di una insegna. La porta è chiusa. C'è un cartello, che riporta esattamente gli stessi caratteri, non usuali, che compongono l'insegna. Non ne riconosco provenienza e soprattutto il significato. La cosa mi intriga.
Annoto la scritta sulla console della mia tuta e mi avvio all'entrata della Subacquea, per andare al Centro. Chissà cosa volevano dire quei caratteri. Dovrò investigare. In effetti, non ho mai visto niente del genere prima d'ora. Sarà un vecchio laboratorio di riparazione, oppure qualcosa di illegale. Riguardo la scritta
KARATE SHINSEIKAI
e mi riprometto di ripassare. Non mi cambierà la vita, ma almeno mi tolgo la curiosità.
Thursday, February 4, 2010
Analogue
Non c'è nessun algoritmo
nessuna schedulazione
nessun meccanismo automatico
nessun elaboratore.
C'è solo un sorriso di bimbo
e voglia di continuare
fare quello che voglio fare
è solo questione di cuore.
nessuna schedulazione
nessun meccanismo automatico
nessun elaboratore.
C'è solo un sorriso di bimbo
e voglia di continuare
fare quello che voglio fare
è solo questione di cuore.
Monday, February 1, 2010
Tuesday's Punchcard
0000 START;
0010 DO WAKEUP; WAIT 25*60;
0020 MOVE GAB, WORK;
0030 WORK @UNIT #1;
0040 WORK @UNIT #2;
0050 WORK @UNIT #3;
0060 WORK @UNIT #4;
0070 DO PAUSE; WAIT 60*60;
0080 WORK @UNIT #5;
0090 WORK @UNIT #6;
0100 DO TEA; WAIT 15*60;
0110 WORK @UNIT #7;
0120 WORK @UNIT #8;
0130 MOVE GAB, DOJO;
0140 DO WARMUP;
0150 MOVE POETRY, MOVEMENT;
0160 MOVE EXPERIENCE, GAB;
0170 MOVE GAB, EXPERIENCE;
0180 DO THINK;
0190 MOVE GAB, HOME
0200 STOP;
0010 DO WAKEUP; WAIT 25*60;
0020 MOVE GAB, WORK;
0030 WORK @UNIT #1;
0040 WORK @UNIT #2;
0050 WORK @UNIT #3;
0060 WORK @UNIT #4;
0070 DO PAUSE; WAIT 60*60;
0080 WORK @UNIT #5;
0090 WORK @UNIT #6;
0100 DO TEA; WAIT 15*60;
0110 WORK @UNIT #7;
0120 WORK @UNIT #8;
0130 MOVE GAB, DOJO;
0140 DO WARMUP;
0150 MOVE POETRY, MOVEMENT;
0160 MOVE EXPERIENCE, GAB;
0170 MOVE GAB, EXPERIENCE;
0180 DO THINK;
0190 MOVE GAB, HOME
0200 STOP;
Sunday, January 31, 2010
Friday, January 22, 2010
Enter, Sandman
Il tragitto dall'area Lavoro all'area Shinseikai è corto e denso, immerso in pensieri in bilico tra decompressione e persistenza. In quei pochi minuti rivedo la lezione precedente come se fosse di anni fa, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido, e immagino di vedere la lezione come sarà, come vorrei che sia, come potrebbe essere tra qualche anno, sfocata, con qualche punto saliente particolarmente nitido.
Le luci altalenanti e insensate del parcheggio nascondono e poi mostrano la ressa di scatole metalliche su ruote che si sfidano per una singola posizione, una sfida alle leggi della balistica che è costantemente ed inesorabilmente rinnovata, senza che io possa far nulla.
La pazienza vince, qualcuno se va, qualcuno arriva, qualcuno continua ad aspettare. Trovo il mio posto.
Esito, prima di uscire ed avviarmi verso il luogo che ancora continua ad essere l'oggetto dei desideri inespressi. Ripenso alla giornata lavorativa trascorsa, e soprattutto rivedo i volti delle persone che amo, legate a suoni, impressioni, ricordi, rimpianti, speranze, dubbi, vita. Sono in anticipo. Continuo ad essere in anticipo. Non mi causa fastidio, spero non causi fastidio ad altri. La borsa mi accompagna dall'automobile all'entrata del Dojo, e nel cammino intravedo un tratto di palestra, già animata, come la copertina di un libro che non riesco a decifrare.
Entro.
L'odore è acre, di fatica, dedizione, movimento, sudore, ripetizione.
Le luci sono ferme. Fredde. Il neon veste di freddo qualsiasi colore, appiattisce la prospettiva, ti comunica che tra poco sarà il tuo turno, esalta la solidità del ring e di chi si avvicina all'anello di combattimento come gli uomini-scimmia di 2001, con paura, curiosità e nuove scoperte.
Entro nello spogliatoio, cerco il mio posto, non trovandolo, e ricordo che la pazienza vince sempre. Gli agonisti che saluto scivolano via veloci, pronti per iniziare, e l'anticipo già accumulato mi consente la vestizione al ritmo di pensieri più scanditi. Trovo il mio posto, prendo il karategi, guardo il simbolo Shinseikai e - come ogni volta - mi interrogo sulla possibilità di indossarlo con profitto e onore.
Mentre giro la mia obi l'unisono degli atleti che eseguono movimenti ed esercizi rende il Dojo sincrono, spingendo lontano il caos e l'inutile rumore della modernità che attanaglia le mura del Dojo.
I partecipanti al secondo turno iniziano ad arrivare, ed a rubare con gli occhi le movenze degli agonisti, le loro lotte, le loro passioni. La soglia dell'attenzione cresce, il tempo inizia a scorrere più veloce. Lo spazio antistante al luogo dell'allenamento si colora di lampi bianchi, una coreografia di gambe, braccia e movimenti. Il saluto al Sensei e ai colleghi marca la fine della sessione degli agonisti, e l'inizio della mia.
L'uomo della sabbia, il sandman dei racconti nordici, distribuisce la polvere magica che fa addormentare il bambino, e, nel mio caso, fa risvegliare l'uomo.
L'allenamento ha inizio. Enter, sandman.
Le luci altalenanti e insensate del parcheggio nascondono e poi mostrano la ressa di scatole metalliche su ruote che si sfidano per una singola posizione, una sfida alle leggi della balistica che è costantemente ed inesorabilmente rinnovata, senza che io possa far nulla.
La pazienza vince, qualcuno se va, qualcuno arriva, qualcuno continua ad aspettare. Trovo il mio posto.
Esito, prima di uscire ed avviarmi verso il luogo che ancora continua ad essere l'oggetto dei desideri inespressi. Ripenso alla giornata lavorativa trascorsa, e soprattutto rivedo i volti delle persone che amo, legate a suoni, impressioni, ricordi, rimpianti, speranze, dubbi, vita. Sono in anticipo. Continuo ad essere in anticipo. Non mi causa fastidio, spero non causi fastidio ad altri. La borsa mi accompagna dall'automobile all'entrata del Dojo, e nel cammino intravedo un tratto di palestra, già animata, come la copertina di un libro che non riesco a decifrare.
Entro.
L'odore è acre, di fatica, dedizione, movimento, sudore, ripetizione.
Le luci sono ferme. Fredde. Il neon veste di freddo qualsiasi colore, appiattisce la prospettiva, ti comunica che tra poco sarà il tuo turno, esalta la solidità del ring e di chi si avvicina all'anello di combattimento come gli uomini-scimmia di 2001, con paura, curiosità e nuove scoperte.
Entro nello spogliatoio, cerco il mio posto, non trovandolo, e ricordo che la pazienza vince sempre. Gli agonisti che saluto scivolano via veloci, pronti per iniziare, e l'anticipo già accumulato mi consente la vestizione al ritmo di pensieri più scanditi. Trovo il mio posto, prendo il karategi, guardo il simbolo Shinseikai e - come ogni volta - mi interrogo sulla possibilità di indossarlo con profitto e onore.
Mentre giro la mia obi l'unisono degli atleti che eseguono movimenti ed esercizi rende il Dojo sincrono, spingendo lontano il caos e l'inutile rumore della modernità che attanaglia le mura del Dojo.
I partecipanti al secondo turno iniziano ad arrivare, ed a rubare con gli occhi le movenze degli agonisti, le loro lotte, le loro passioni. La soglia dell'attenzione cresce, il tempo inizia a scorrere più veloce. Lo spazio antistante al luogo dell'allenamento si colora di lampi bianchi, una coreografia di gambe, braccia e movimenti. Il saluto al Sensei e ai colleghi marca la fine della sessione degli agonisti, e l'inizio della mia.
L'uomo della sabbia, il sandman dei racconti nordici, distribuisce la polvere magica che fa addormentare il bambino, e, nel mio caso, fa risvegliare l'uomo.
L'allenamento ha inizio. Enter, sandman.
Friday, January 15, 2010
Opportunità di crescita
Quando qualcuno ti provoca in molteplici, subdole, velate maniere.
Quando qualcuno ti provoca apertamente, davanti a tutti, alzando la voce.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e sai di non avere la ruota di scorta.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e avevi chiesto la ruota di scorta, ma mai ottenuta.
Quando scopri un parcheggio lontanissimo, ma non era un parcheggio, era una Smart.
Quando una Smart ti frega il parcheggio, che era giusto per la tua macchina.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai visibilmente sbagliato.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai sbagliato, e pensavi di averlo fatto di nascosto.
Quando hai già indossato il Karategi, e hai scordato fasce, conchiglia ed il cambio.
Quando hai già indossato il Karategi, ma era il Karategi di un altro.
Quando pensi di essere in forma, e finisci per terra.
Quando pensi di essere a terra, e finisci per rimanerci.
Quando ti fanno una domanda che non sai, e dici una corbelleria.
Quando ti fanno una domanda che sai, e dici una corbelleria.
Quando scrivi su Facebook qualcosa di sbagliato, che cancelli subito.
Quando ti accorgi che il mondo reale non è Facebook, e che gli errori non si cancellano.
Quando esegui correttamente un Kihon, dopo averne sbagliati dieci.
Quando sbagli un Kihon, dopo averne sbagliati nove.
Quando è venerdì sera, e sei stanco.
Quando è venerdì sera, ma sabato mattina ci si allena...
Ricorda: bisogna stare calmi.
Quando qualcuno ti provoca apertamente, davanti a tutti, alzando la voce.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e sai di non avere la ruota di scorta.
Quando senti una gomma a terra, sull'autostrada, e avevi chiesto la ruota di scorta, ma mai ottenuta.
Quando scopri un parcheggio lontanissimo, ma non era un parcheggio, era una Smart.
Quando una Smart ti frega il parcheggio, che era giusto per la tua macchina.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai visibilmente sbagliato.
Quando il Sensei ti rimprovera, perché hai sbagliato, e pensavi di averlo fatto di nascosto.
Quando hai già indossato il Karategi, e hai scordato fasce, conchiglia ed il cambio.
Quando hai già indossato il Karategi, ma era il Karategi di un altro.
Quando pensi di essere in forma, e finisci per terra.
Quando pensi di essere a terra, e finisci per rimanerci.
Quando ti fanno una domanda che non sai, e dici una corbelleria.
Quando ti fanno una domanda che sai, e dici una corbelleria.
Quando scrivi su Facebook qualcosa di sbagliato, che cancelli subito.
Quando ti accorgi che il mondo reale non è Facebook, e che gli errori non si cancellano.
Quando esegui correttamente un Kihon, dopo averne sbagliati dieci.
Quando sbagli un Kihon, dopo averne sbagliati nove.
Quando è venerdì sera, e sei stanco.
Quando è venerdì sera, ma sabato mattina ci si allena...
Ricorda: bisogna stare calmi.
Thursday, January 14, 2010
Shinseikai III
Ti muovi in avanti
verso il respiro
verso il tuo specchio
mentre dai tutto
ché il cuore martella
e la mente, pian piano
sopisce il tuo peso
riprende il controllo
di quello che è intorno
e di nuovo comincia
il cammino in salita
di sassi appuntiti
il corpo ti implora
che devi star saldo
e morbido, insieme
leggero e silente
...
E vedi più lontani
i lividi della vita
che fuori dal Dojo
hai appena lasciato.
Friday, January 8, 2010
I suoni del Dojo
Il Dojo non è solo il luogo dove si ricerca la via. E' un luogo dove occhi ed orecchie devono essere sempre aperti e la bocca quasi sempre chiusa, il che fa del Dojo un posto magico (trovatemi un posto dove si parla poco e si impara molto e io sarò lì, in fila all'entrata, aspettando l'apertura) e quasi fuori dal tempo.
Occhi per rubare il possibile (nei confini della legalità) attraverso gli sguardi, le impressioni, le valutazioni visive. Orecchie per ascoltare le indicazioni ed i comandi, e le spiegazioni a corredo delle tecniche da utilizzare.
Dopo qualche decina di lezioni, le orecchie dei bipedi che frequentano il corso Shinseikai vengono addestrate non solo alle funzioni canoniche riportate sopra, classificabili come funzioni ricettive (che agevolano la traduzione da stimolo a esecuzione), ma a caratteristiche più sofisticate e divertenti che vengono preparate spiando gli allenamenti degli agonisti: le cosiddette funzioni distintive.
Le funzioni ricettive servono per imparare ed evolvere, quelle distintive per imparare e sopravvivere. La caratteristica tipica della funzione distintiva è, appunto, distinguere un suono dall'altro.
Alcune applicazioni delle funzioni distintive sono ludiche. Ad esempio, l'enumerazione in giapponese delle ripetizione degli esercizi fisici o delle tecniche, assegnate dal Sensei a suo piacimento, è il primo tipo di esercizio che un qualsiasi primate biancocinturato (io) inizia ad eseguire durante l'attesa del proprio turno. Con un minimo di tecnica e di attenzione, è possibile identificare l'assegnatario di ogni ciclo di ripetizioni, come segue:
- Mattia (pronuncia dei numeri lunga, frequenza media, intonazione della Capitale)
- Francesco (pronuncia dei numeri corta, frequenza medio-alta, intonazione sostenuta)
- Pierluigi (pronuncia dei numeri media, frequenza medio-alta, intonazione distinguibile)
- Tullio (pronuncia dei numeri corta, frequenza altissima, intonazione molto sostenuta)
- MIchael (pronuncia dei numeri regolare, frequenza medio-alta, intonazione di classe)
e così via. Tremo al pensiero che un giorno, alle deità piacendo, dovrò anch'io simultaneamente eseguire e pronunziare, con il rischio di emettere vocalizzi da tacchino svizzero raffreddato.
Altre applicazioni, invece, sono (come dicevamo) a carattere di sopravvivenza: riconoscere un suono di un Mawashi Geri Gedan tirato da (uno a caso) Pierluigi ad un sacco, mentre sei voltato, potrebbe significare - in un kumite - la differenza tra tornare a casa con le tue gambe o accompagnato da strani signori vestiti di bianco. Perché? Perché intuendo la distruttività associata al suono farai di tutto per pararlo o evitarlo.
Riconoscere, oltre alla tecnica, anche chi la sta eseguendo in quell'istante, costituisce la base delle tecniche di auto-conservazione che un giorno potrebbero essere utili.
Talvolta, in compagnia del buon Arduino, ci divertiamo a gareggiare indovinando tecniche e esecutori, non senza sorrisetti nervosi e pietà per i poveri sacchi, oggetto di tanta immane energia cinetica.
Esempio tipico di conversazione Gabba - Arduino, ore 20.10, Dojo.
SBAAAAAAAM - "Questo è Pierluigi, Mawashi Geri Gedan" (Nota del Redattore: ai fini del punteggio, Pierluigi non vale: lo riconoscono anche i condomini dei palazzi viciniori)
SBAM SBAAM SBAAM SBAAM - "Mawashi Geri Chudan, questo è Mattia che sta affinando la mira, inizia piano e poi aumenta"
SBAAAM - "Mawashi Geri Jodan, e questo è Tullio, ma non l'ha tirato totalmente"
SBAAAAAAM - "Mawashi Geri Jodan, sempre Tullio, ma adesso c'è andato giù pesante"
Deh, studente che frequenti regolarmente il Dojo. Apri le orecchie e ascolta. Oltre ad imparare potrai distinguere, e alle volte il distinguere non ci rende solo migliori, ma anche viventi.
Wednesday, January 6, 2010
Scoordinator Salvation
La prima lezione dell'anno, tenuta dal Senpai, ha mostrato in tutta la sua illuminante verità quanto io e i Kihon siamo ancora distanti. E siamo ancora distanti un bel po', diciamo che per raggiungerli mi devo far accompagnare da qualcuno, a piedi non se ne parla nemmeno.
La cronaca.
Nei sommessi rumori di corridoio iniziano a serpeggiare supposizioni e tremolanti possibilità riguardo la natura e la durata dell'allenamento non agonistico. L'assenza del Sensei alimenta paure e angosce del primo allenamento postbaccanali, e la vox populi inizia a considerare varie possibilità:
Dopo un riscaldamento veloce ed intenso, il Senpai annuncia pubblicamente il soggetto della lezione: i Kihon. La prova del panettone è solo rimandata, ma questo non mi tranquillizza. Continuo ad avere movenze da cotechino precottura sansilvestrina, e la pratica dei Kihon mi conferma lo stato di seminfermità corporale (la mentale è già conclamata, come sapete).
Ripasso mentalmente le tecniche contenute nella tabella del vecchio sito riguardale senza pause e soprattutto ricorda i movimenti e ricorda che parte della terminologia è contenuta all'interno del comando verbale fai attenzione alla posizione di partenza e pensa sempre di avere un'avversario della tua statura non perdere l'equilibrio gira il pugno in fase finale per colpire con il Seiken attento al movimento di anca e spalla deve essere compiuto correttamente colpisci con tutto il corpo l'avversario è un ostacolo da superare il colpo deve oltrepassarlo e respira respira respira il respiro è vita anca e spalla durante i tsuki ruota il piede anche esageratamente durante i mawashi geri e rimani concentrato concentrato guarda sempre avanti e soprattutto ascolta ascolta ascolta ...
Primo comando del Senpai: swooosh.
Liscio totalmente la posizione e la tecnica. Riesco a recuperare durante l'esecuzione dei Kihon, ma continuo a sbagliare la prima esecuzione di ogni comando. Gli indizi per eseguire i comandi li ho in testa, ma la mente e il corpo sono scoordinati.
In fase post-bellica, il Senpai mi rassicura dicendo che sono solo all'inizio e che avrò tempo di imparare. Il cammino è lungo, il tempo del cotechino è finito (epifania, tutte le feste porta via) e domani la prova panettone. Si ricomincia.
La cronaca.
Nei sommessi rumori di corridoio iniziano a serpeggiare supposizioni e tremolanti possibilità riguardo la natura e la durata dell'allenamento non agonistico. L'assenza del Sensei alimenta paure e angosce del primo allenamento postbaccanali, e la vox populi inizia a considerare varie possibilità:
- La temuta prova del panettone eseguita dal Senpai con il Sensei collegato in teleconferenza, dotato di telecomando e frusta virtuale. Chi fallisce la prova sarà punito con flessioni Seiken per l'eternità.
- Allenamento impostato esclusivamente su Jumping Squat, in decine di gruppi di 120 ripetizioni, fino a lavaggio e candeggio del pavimento del Dojo. Gli studenti poi vengono portati via dalla squadra di pulizie la mattina dopo.
- Inizio di allenamento regolare (essendo lezione Shinseikai, regolare ha un altro significato oltre a quello del Devoto-Oli) e dopo 27 minuti il Sensei si presenta a sorpresa selezionando pochi ed infausti studenti per qualche round di riscaldamento (per lui).
Dopo un riscaldamento veloce ed intenso, il Senpai annuncia pubblicamente il soggetto della lezione: i Kihon. La prova del panettone è solo rimandata, ma questo non mi tranquillizza. Continuo ad avere movenze da cotechino precottura sansilvestrina, e la pratica dei Kihon mi conferma lo stato di seminfermità corporale (la mentale è già conclamata, come sapete).
Ripasso mentalmente le tecniche contenute nella tabella del vecchio sito riguardale senza pause e soprattutto ricorda i movimenti e ricorda che parte della terminologia è contenuta all'interno del comando verbale fai attenzione alla posizione di partenza e pensa sempre di avere un'avversario della tua statura non perdere l'equilibrio gira il pugno in fase finale per colpire con il Seiken attento al movimento di anca e spalla deve essere compiuto correttamente colpisci con tutto il corpo l'avversario è un ostacolo da superare il colpo deve oltrepassarlo e respira respira respira il respiro è vita anca e spalla durante i tsuki ruota il piede anche esageratamente durante i mawashi geri e rimani concentrato concentrato guarda sempre avanti e soprattutto ascolta ascolta ascolta ...
Primo comando del Senpai: swooosh.
Liscio totalmente la posizione e la tecnica. Riesco a recuperare durante l'esecuzione dei Kihon, ma continuo a sbagliare la prima esecuzione di ogni comando. Gli indizi per eseguire i comandi li ho in testa, ma la mente e il corpo sono scoordinati.
In fase post-bellica, il Senpai mi rassicura dicendo che sono solo all'inizio e che avrò tempo di imparare. Il cammino è lungo, il tempo del cotechino è finito (epifania, tutte le feste porta via) e domani la prova panettone. Si ricomincia.
Thursday, December 31, 2009
Mosubi dachi!
Ad ogni lezione, agonistica, passionale, subìta o sperata, corrisponde un momento di verifica e di introspezione. Non mi riferisco solo alle lezioni Shinseikai a cui ho avuto l'onore di assistere negli ultimi quattro mesi di questo 2009, ma alle lezioni che quotidianamente la vita riesce a propinarci in maniera smaccatamente palese o subdolamente, camuffate da eventi che sembrano rientrare nella consuetudine e che invece contribuiscono al cambiamento.
Nella disciplina Shinseikai, l'obbligatorietà dell'introspezione è un insegnamento che guadagna significato al passo dell'esperienza maturata nel corso del tempo. Ricordo bene che durante le prime lezioni trovare delle aree di miglioramento era molto difficile.
La metafora più vicina è rappresentata dalla persona che accende una candela accorgendosi di essere stata al buio: alla richiesta di valutare la potenza della candela, in Lumen, passando dallo zero, corrisponde imbarazzo e curiosità.
Pian piano, con gli allenamenti, questa pratica acquista senso, e diventa parte integrante del proprio percorso formativo. Gli studenti si mettono in file distinte, esperti e meno, e si aspetta il comando del Sensei.
"Mosubi Dachi."
Non c'è respiro che possa intaccare l'inizio del silenzio e l'aumento della concentrazione che corrisponde alla posizione Mosubi Dachi. Talloni uniti, piedi aperti a 45°, mani in avanti, l'una sull'altra. I pochi secondi di attesa del comando successivo si dilatano e diventano eoni. La reale percezione della relatività del tempo.
"Mokuso!"
E' il momento di parlarti. Di raccontarti cosa hai provato, cosa hai capito, cosa hai fallito, cosa cambierai. E, il 31 dicembre, sembra proprio questo momento.
La disamina interiore appartiene a ciascuno di noi, ed è giusto rimanga confinata dentro i nostri pensieri. Il blog, credo, non è un giusto veicolo di trasporto del nostro esperire.
Un paio di insegnamenti che ho acquisito, invece sono compatibili con le portinaie elettroniche che abbiamo a disposizione per comunicare con il mondo, anche se il mondo sembra non ascoltarci, sempre troppo preso - guarda un po' - a comunicare.
Per alcuni saranno banalità. Per altri corrisponderanno a nulla. Per altri ancora, un motivo per non scrivere su un blog. E la maggior parte del mondo non li leggerà mai, e questo non diminuisce il valore che questi insegnamenti hanno per me.
Mai dire Mai.
Me lo ripeto da (più o meno) venticinque anni, ed ogni volta questa frase si colora di novità, rendendola sempre appetibile ed adeguata al momento corrente.
Ad Agosto 2009 un aspirante aspirante (la ripetizione è voluta) corrinuotatore che credeva di essere in forma.
A Dicembre 2009 l'ultimo degli studenti di un'arte marziale complessa, difficile, impegnativa, che sembra richiedere ben più di quello che io posso dare.
A Dicembre 2009, io, l'incomunicatore, scrivo su un blog (!) righe a metà tra l'ammirato e l'auto-beffardo raccontando quello che raccolgo dalle sessioni settimanali, e come cerco di raffigurarlo con occhi occidentali, cultura multinazionale e ironia all'amatriciana.
Mai dire Mai. Quel Mai potrebbe essere domani.
Dentro e fuori.
Il vero obiettivo, e forse quello più ambizioso ed arduo, è applicare quanto imparato nel Dojo al di fuori del Dojo. Imparare l'arte della concentrazione, guadagnare la calma, respirare correttamente, pensare alle cose importanti, amare la vita, uscir fuori dalle baruffe di tutti i giorni. Rispettare chi ne sa più di te, e rubare con gli occhi quello che può insegnarti. Aiutare i tuoi compagni, per essere aiutato. Memorizzare la pratica dei calci circolari è importante, portare i valori del Dojo nella vita quotidiana è fondamentale.
Se non riuscirò a portare il dentro in fuori, avrò fallito il mio obiettivo.
Il 2010 sarà un anno di studio, avrò molte cose da imparare.
Non è forse vero per tutti gli anni :-) ?
Auguri!
Nella disciplina Shinseikai, l'obbligatorietà dell'introspezione è un insegnamento che guadagna significato al passo dell'esperienza maturata nel corso del tempo. Ricordo bene che durante le prime lezioni trovare delle aree di miglioramento era molto difficile.
La metafora più vicina è rappresentata dalla persona che accende una candela accorgendosi di essere stata al buio: alla richiesta di valutare la potenza della candela, in Lumen, passando dallo zero, corrisponde imbarazzo e curiosità.
Pian piano, con gli allenamenti, questa pratica acquista senso, e diventa parte integrante del proprio percorso formativo. Gli studenti si mettono in file distinte, esperti e meno, e si aspetta il comando del Sensei.
"Mosubi Dachi."
Non c'è respiro che possa intaccare l'inizio del silenzio e l'aumento della concentrazione che corrisponde alla posizione Mosubi Dachi. Talloni uniti, piedi aperti a 45°, mani in avanti, l'una sull'altra. I pochi secondi di attesa del comando successivo si dilatano e diventano eoni. La reale percezione della relatività del tempo.
"Mokuso!"
E' il momento di parlarti. Di raccontarti cosa hai provato, cosa hai capito, cosa hai fallito, cosa cambierai. E, il 31 dicembre, sembra proprio questo momento.
La disamina interiore appartiene a ciascuno di noi, ed è giusto rimanga confinata dentro i nostri pensieri. Il blog, credo, non è un giusto veicolo di trasporto del nostro esperire.
Un paio di insegnamenti che ho acquisito, invece sono compatibili con le portinaie elettroniche che abbiamo a disposizione per comunicare con il mondo, anche se il mondo sembra non ascoltarci, sempre troppo preso - guarda un po' - a comunicare.
Per alcuni saranno banalità. Per altri corrisponderanno a nulla. Per altri ancora, un motivo per non scrivere su un blog. E la maggior parte del mondo non li leggerà mai, e questo non diminuisce il valore che questi insegnamenti hanno per me.
Mai dire Mai.
Me lo ripeto da (più o meno) venticinque anni, ed ogni volta questa frase si colora di novità, rendendola sempre appetibile ed adeguata al momento corrente.
Ad Agosto 2009 un aspirante aspirante (la ripetizione è voluta) corrinuotatore che credeva di essere in forma.
A Dicembre 2009 l'ultimo degli studenti di un'arte marziale complessa, difficile, impegnativa, che sembra richiedere ben più di quello che io posso dare.
A Dicembre 2009, io, l'incomunicatore, scrivo su un blog (!) righe a metà tra l'ammirato e l'auto-beffardo raccontando quello che raccolgo dalle sessioni settimanali, e come cerco di raffigurarlo con occhi occidentali, cultura multinazionale e ironia all'amatriciana.
Mai dire Mai. Quel Mai potrebbe essere domani.
Dentro e fuori.
Il vero obiettivo, e forse quello più ambizioso ed arduo, è applicare quanto imparato nel Dojo al di fuori del Dojo. Imparare l'arte della concentrazione, guadagnare la calma, respirare correttamente, pensare alle cose importanti, amare la vita, uscir fuori dalle baruffe di tutti i giorni. Rispettare chi ne sa più di te, e rubare con gli occhi quello che può insegnarti. Aiutare i tuoi compagni, per essere aiutato. Memorizzare la pratica dei calci circolari è importante, portare i valori del Dojo nella vita quotidiana è fondamentale.
Se non riuscirò a portare il dentro in fuori, avrò fallito il mio obiettivo.
Il 2010 sarà un anno di studio, avrò molte cose da imparare.
Non è forse vero per tutti gli anni :-) ?
Auguri!
Wednesday, December 23, 2009
Xmas
Un Oi Tsuki al mare delle avversità.
Un Hiza Geri agli ostacoli che non finiscono mai.
Uno Shita Tsuki a chi non fa del bene.
Un Mawashi Geri Jodan alla cattiva sorte e a chi vuol far male alla speranza.
Ma, soprattutto, un abbraccio a tutti Voi, uno dei gruppi più belli del mondo, che ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo.
Gabba
Un Hiza Geri agli ostacoli che non finiscono mai.
Uno Shita Tsuki a chi non fa del bene.
Un Mawashi Geri Jodan alla cattiva sorte e a chi vuol far male alla speranza.
Ma, soprattutto, un abbraccio a tutti Voi, uno dei gruppi più belli del mondo, che ogni volta mi insegna qualcosa di nuovo.
Gabba
Tuesday, December 22, 2009
Il curioso caso di Benjamin Button.
Le analogie e le metafore rendono la vita, se non più vera, più colorata.
Si discuteva con il Sensei, nei pochi istanti di pausa, degli allenamenti e della disciplina Shinseikai, e di come le tre ore settimanali, vista la natura della disciplina stessa, fossero insufficienti.
Il dialogo:
Gabba: "Shinseikai è una disciplina che richiede ben più di tre ore a settimana."
Sensei: "Vero."
Gabba: "Ne sono convinto."
Sensei: "Vi vieto, forse, di allenarvi conto vostro? Io facevo così: quando non mi allenavo nel mio Dojo, mi allenavo per conto mio."
Gabba: "Non è la stessa cosa."
Sensei: "E qui sbagli. Ma lo capirai... Non devi avere fretta."
Gabba: "Credo di capire. Non è la stessa cosa, ma è quello che va fatto. Bisogna crescere, prima o poi."
La crescita è inevitabile. C'è un paradosso, però, nel crescere da adulti, ed è la sensazione di essere ancora un infante incastrato in un corpo che invece vira verso la vetustà. Come Benjamin Button. L'esperienza da neofita ha bisogno del maestro, il corpo da adulto ha bisogno di proseguire da solo. E bisogna seguire tutte e due le strade.
"Niente paura", mi dico, "non sono due strade, non è un bivio. La strada è la stessa, quello che cambia è che, alle volte, il maestro non c'è. E, allora, devi far da solo."
E stasera ci si allena. Con il Sensei.
Si discuteva con il Sensei, nei pochi istanti di pausa, degli allenamenti e della disciplina Shinseikai, e di come le tre ore settimanali, vista la natura della disciplina stessa, fossero insufficienti.
Il dialogo:
Gabba: "Shinseikai è una disciplina che richiede ben più di tre ore a settimana."
Sensei: "Vero."
Gabba: "Ne sono convinto."
Sensei: "Vi vieto, forse, di allenarvi conto vostro? Io facevo così: quando non mi allenavo nel mio Dojo, mi allenavo per conto mio."
Gabba: "Non è la stessa cosa."
Sensei: "E qui sbagli. Ma lo capirai... Non devi avere fretta."
Gabba: "Credo di capire. Non è la stessa cosa, ma è quello che va fatto. Bisogna crescere, prima o poi."
La crescita è inevitabile. C'è un paradosso, però, nel crescere da adulti, ed è la sensazione di essere ancora un infante incastrato in un corpo che invece vira verso la vetustà. Come Benjamin Button. L'esperienza da neofita ha bisogno del maestro, il corpo da adulto ha bisogno di proseguire da solo. E bisogna seguire tutte e due le strade.
"Niente paura", mi dico, "non sono due strade, non è un bivio. La strada è la stessa, quello che cambia è che, alle volte, il maestro non c'è. E, allora, devi far da solo."
E stasera ci si allena. Con il Sensei.
Friday, December 18, 2009
Moving Target
La Senpai-Lezione di ieri mi ha fatto riflettere sul concetto di bersaglio in movimento. Colpire qualsiasi cosa (e nel nostro caso, centrare l'obiettivo) è più difficile quando il bersaglio è semovente. Il mio compagno di botte (Arduino il Bianco), alla fine di una lezione centrata sulle basi, sulle combinazioni, sui kihon, e sulla ripetizione di figure che devono necessariamente diventare parte del nostro DNA, mi ha detto una frase che è rimbalzata più volte nelle mie (molte) cavità cerebrali acquisendo, ad ogni rimbalzo, nuovo significato.
La frase riguardava l'esecuzione delle tecniche, specialmente quelle in combinazione, che dovevano essere eseguite con calma e precisione.
"Dovremmo eseguirle al rallentatore".
In quel momento ho realizzato, proprio alla fine della lezione, che il mio approccio era stato esattamente l'inverso. Ed ho pensato, come spesso mi succede nel Dojo, ad una metafora adatta ad essere scritta e raccontata su web.
Il bersaglio in movimento.
Il bersaglio è la tecnica da eseguire correttamente, in maniera pulita. Il movimento è causato da più ragioni: dalla (mia) incapacità di sfruttare la finestra temporale costituita dallo studio delle tecniche (dai 20 ai 30 minuti), dall'errata percezione che questa finestra temporale è inadeguata per ripetere i movimenti e le tecniche in maniera coerente alla loro memorizzazione, dall'ansia da prestazione, da una postura rigida. E chissà quali altre.
In particolare, sento di avere poco tempo, e ciò si tramuta in una sensazione di fretta. Esegui in fretta, così sei in grado di ripetere di più a parità di tempo.
Sbagliato.
Ripetere aiuta - i latini avevano ragione. Ripetere in fretta, però, anche con un numero maggiore di tecniche nella stessa unità di tempo, non ha aggiunto alcun valore all'immagine nella mente che dobbiamo creare per ogni movimento.
Può sembrare banale, ma non lo è, considerando che ad ogni inizio di lezione mi ripeto costantemente questi concetti, scandendoli precisamente, con la suprema intenzione di applicarli correttamente. Ripasso mentalmente, mi convinco, mi preparo, agisco.
Paff.
Non funziona. I movimenti si accavallano, diventano più confusi, si avvicina il Senpai, o l'allievo anziano, e mi illustra la mia rigidità o l'errore dovuto alla non pienezza della tecnica.
Il bersaglio in movimento. Me ne ricorderò. Ricorderò anche che lungo il corso dell'apprendimento di questa disciplina, credo, il bersaglio sarà sempre in movimento.
Più pratico lo Shinseikai e più lo Shinseikai assomiglia molto alla vita.
La frase riguardava l'esecuzione delle tecniche, specialmente quelle in combinazione, che dovevano essere eseguite con calma e precisione.
"Dovremmo eseguirle al rallentatore".
In quel momento ho realizzato, proprio alla fine della lezione, che il mio approccio era stato esattamente l'inverso. Ed ho pensato, come spesso mi succede nel Dojo, ad una metafora adatta ad essere scritta e raccontata su web.
Il bersaglio in movimento.
Il bersaglio è la tecnica da eseguire correttamente, in maniera pulita. Il movimento è causato da più ragioni: dalla (mia) incapacità di sfruttare la finestra temporale costituita dallo studio delle tecniche (dai 20 ai 30 minuti), dall'errata percezione che questa finestra temporale è inadeguata per ripetere i movimenti e le tecniche in maniera coerente alla loro memorizzazione, dall'ansia da prestazione, da una postura rigida. E chissà quali altre.
In particolare, sento di avere poco tempo, e ciò si tramuta in una sensazione di fretta. Esegui in fretta, così sei in grado di ripetere di più a parità di tempo.
Sbagliato.
Ripetere aiuta - i latini avevano ragione. Ripetere in fretta, però, anche con un numero maggiore di tecniche nella stessa unità di tempo, non ha aggiunto alcun valore all'immagine nella mente che dobbiamo creare per ogni movimento.
Può sembrare banale, ma non lo è, considerando che ad ogni inizio di lezione mi ripeto costantemente questi concetti, scandendoli precisamente, con la suprema intenzione di applicarli correttamente. Ripasso mentalmente, mi convinco, mi preparo, agisco.
Paff.
Non funziona. I movimenti si accavallano, diventano più confusi, si avvicina il Senpai, o l'allievo anziano, e mi illustra la mia rigidità o l'errore dovuto alla non pienezza della tecnica.
Il bersaglio in movimento. Me ne ricorderò. Ricorderò anche che lungo il corso dell'apprendimento di questa disciplina, credo, il bersaglio sarà sempre in movimento.
Più pratico lo Shinseikai e più lo Shinseikai assomiglia molto alla vita.
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