Alle volte le parole non sono abbastanza. Cercherò di trovarle per descrivere il viaggio, anche se un grande scrisse "The point of a journey is not to arrive", lo scopo di un viaggio non è arrivare.
Saturday, November 27, 2010
Wednesday, November 17, 2010
Saturday, November 13, 2010
Shinseikai Stars - Parte seconda: Un racconto.
E' un sabato mattina di metà novembre, alle volte fa freddo, alle volte fa caldo. Si chiama autunno, e le mezze stagioni ancora esistono, anche se per poco. Il Dojo è inagibile (lo stanno pulendo a fondo, succede ogni Anno Santo), ieri sera ci siamo allenati extra, e stasera ci si allenerà di nuovo. Quale migliore occasione per andare in gita, recuperare un po' di forze, scoprire luoghi caratteristici e ristorantini nascosti?
Decidiamo di partire alla ventura. Si va tra Lazio Toscana ed Umbria, non troppo lontano né troppo vicino. Il tempo è variabile, come se non si decidesse a piovere ma neanche a tirar fuori una soleggiata da squaglio e sudaccia improvvisa. Perfetto per il nostro scopo ed il nostro umore.
Ci contiamo: siamo io, Lorenzo, Massimiliano ed il Sensei. Luca è di turno in famiglia e declina l'invito. Faccio un rapido controllo delle risorse del giorno:
- iPhone carico all'80%
- Serbatoio pieno all'80%
- Portafoglio con 80 Euro
- Per la legge dell'80/20, 20% di voglia di guidare.
e quindi gli astri sono allineati, ricchezza sfrenata su quasi tutti i fronti.
Decidiamo con quale macchina andare. Quella del Sensei è troppo rossa, non va bene. Quella di Massimiliano è troppo piccola, non va bene. Quella di Lorenzo è troppo Mercedes, non va bene, e poi Lorenzo ha la cervicale ancora scossa dalle scosse del Sensei di ieri sera. Non rimane che la GabbaCar.
Messo all'angolo, trasformo la difficoltà in un'opportunità e mi propongo come autista e chaperon, a patto di decidere per intero sulla colonna sonora del viaggio. Incautamente gli altri accettano la proposta, ma non sanno che li aspetta un'autostrada a base di Slayer, Metallica, Megadeth, Fear Factory, Motorhead, Fates Warning, Iron Maiden ed altri che farebbero impallidire il figlio cattivo del Predator di Schwarzenegger.
...
Si parte, e parte la musica.
Lorenzo inizia a raccontare aneddoti di vita dai più divertenti ai più toccanti, ed ogni volta, quando il suo accento vira verso il maremmano, si intuisce di arrivare allo Zenith del significato dell'universo. E poi quel significato viene tirato giù, sarcasticamente, come si tira giù un vestito dall'armadio, per dimostrarci che la vita va anche presa in giro.
Massimiliano parla del suo lavoro e della sua passione, di quello che sta combinando in questo periodo, della voglia di esplorare l'estero e di misurarsi con nuove esperienze, professionali ed umane.
Il Sensei parla del prossimo viaggio in Giappone, delle prove che dovrà sostenere, della preparazione psicofisica, di quello che vorrebbe vedere e di nuovo scoprire nel Sol Levante.
Io guido e ascolto. Mi piace ascoltare. Ogni tanto le conversazioni si incrociano, virano verso altro, ritornano lentamente a prima, si spostano, si scambiano, si intrecciano, si dividono e poi si ricongiungono. Si ride, si sorride, si parla.
"Gabba, perché stai zitto?" - dice il Sensei.
"Ascolto."
Il Sensei prende l'iPhone dalla tasca, e scrive sulla sua lista nera: Gabba Ascolta.
Gli altri due ridono tra il toscano e il romano.
...
Verso le undici e mezza ci fermiamo in un autogrill per un ricambio idraulico. Si prende un caffè. Vado in cassa per pagare dopo breve e inutile colluttazione con il gruppo (perderei comunque), faccio lo scontrino, e cerco di avvicinarmi al bancone per un 3+1: tre normali e un decaffeinato. Il bancone in realtà è una fitta selva di primati già riprodotti (con prole) che sbranano brioches e svalangano cappuccini e caffè macchiati caldi su tazze fredde e viceversa. Non passerebbe neanche uno spillo. Inizio a muovere lo scontrino in aria con mosse di flamenco, cercando di attirare l'attenzione. Nulla di nulla. Si avvicina Lorenzo.
"Beh... 'sti caffè?" - mi dice.
Io guardo la foresta di panze appoggiate al bancone e alzo le spalle.
E qui spunta il genio. Le definizioni di genio sono molteplici, e varie. La definizione che mi diverte di più è relativa al bipede che sa cogliere l'occasione e l'intuizione nello stesso istante. Lorenzo guarda prima il bancone, identifica la barista, e poi guarda Massimiliano che sta sfogliando una rivista.
"Massi, vieni un po qui, vieni."
Massimiliano si avvicina, Lorenzo bisbiglia qualcosa all'orecchio, Massimiliano si avvicina al bancone con un sorriso passepartout, dalla terza fila dice qualcosa alla barista che sorride a sua volta, annuisce, catapulta tre caffè più uno deca su un vassoio rococò con biscottini a lato, e lo porge al latore del sorriso. 17 secondi netti, contro il mio flamenco di 3 minuti e mezzo. Un caffè alla Pietro Mennea. Evito di guardarmi allo specchio quando usciamo dall'autogrill e torniamo alla macchina.
...
Sull'autostrada ci si rilassa guardando il paesaggio e le nuvole gonfie, massicce ma non minacciose, e si continua a parlare, a sognare il Giappone, a raccontar di campioni, di botte, di gaffe, di amori perduti e ritrovati, delle speculazioni internazionali di valuta (soprattutto Yen), ed il tempo - come raramente accade - ci è dietro e non davanti. Siamo quasi arrivati, mancano dieci minuti alla libagione, ed il sole decide di mostrarsi magnanimo, regalandoci anche i colori della campagna.
Scendiamo dalla macchina, lentamente ci avviamo verso il posto prescelto al manducar di festa. Vediamo la serranda del ristorante chiusa, e sopra un cartello con scritto: "CHIUSO". Un vecchietto con la coppola, seduto su una sedia cambriana in legno massello guarda le nostre bocche spalancate e ci dice: "L'è chiuso".
Iniziamo a sospettare che non mangeremo nel posto prescelto.
Chiediamo al vecchietto il ristorante più vicino, e con un irresistibile accento ci ridireziona a dodici chilometri, cucina genuina senza alleggerimento portafoglio. Ci congeda (e congela) con una premonizione: "Badate, è sempre pieno di gente". Il sole, in quel momento, ci mostra la sua solidarietà e si nasconde dietro una nuvola grigia.
Ci rimettiamo in macchina, fiduciosi, trepidanti, un po' affamati.
...
Arriviamo al luogo indicatoci dall'avo. Un ingresso scarno al pianterreno, e sopra un'insegna: "Da Ornella". Proviamo ad entrare, il posto è pieno, sono le due passate e non di poco, e si rischia di non mangiare. Una signora corpulenta porta un tiramisù ad un tavolo, ci nota e sta per avvicinarsi. Un unico pensiero ci accomuna in telepatia: guardiamo tutti e tre Massimiliano, senza dire nulla. Lui ci guarda, e la sua faccia implora "Stavolta no...". Noi lo guardiamo, con l'espressione "Ti tocca". A mali estremi, estremi rimedi. Massimiliano, per spirito cameratesco, si adegua, e tira fuori un sorriso anabbagliante, seguito da un "C'è mica un tavolo per quattro, signora?". La signora guarda Massimiliano, sorride e risponde "Ve lo trovo io", e poi guarda noi, in sequenza. Il minuto successivo siamo al tavolo. Alle deità ed al Massimiliano volendo, si mangia. Dalla finestra il sole diventa di nuovo contento e si fa vedere.
...
Primo secondo contorno e caffè, e data la presenza del Sensei tralasciamo il dolce, stasera ci si allena. Passeggiamo per il borgo tra vicoli di sanpietrini umidi ed angoli dove il tempo non solo si è fermato, ma ha deciso di non aggredire il passato.
Un'ora dopo, il sole s'è un po' stancato ed inizia ad allungarsi come uno sbadiglio. Bisogna tornare, le borse da Dojo sono in macchina e stasera ci si allena. Si va.
Il viaggio di ritorno è più silente, la concentrazione necessaria per l'allenamento inizia a salire pian piano e di solito il viaggio di ritorno sembra sempre più corto.
Vicino Orte una pattuglia dei Carabinieri ci ferma per un controllo. Nessuno di noi tre osa chiedere a Massimiliano un sorriso da forze dell'ordine, potrebbe uscire un risultato non atteso.
Sbrigata la formalità del controllo documenti, si prosegue verso Roma, dove arriviamo ch'è buio e si va al baretto vicino al Dojo per un ulteriore caffè. Stavolta i caffè non sono 3+1, sono un quattro secco, la caffeina mi serve per tirare due lezioni, agonisti e post-agonisti.
Si ripensa alla giornata passata insieme, e pian piano tutti i Senpai e gli studenti iniziano a rendere il Dojo vivo.
...
Alla fine dell'allenamento, vado da Lorenzo e Massimiliano con l'espressione "E anche questa è andata...". Loro sorridono. Si avvicina il Sensei, ci chiede perché ridiamo. Ripensavamo alla pattuglia dei Carabinieri e al sorriso mancato, rispondiamo. Sorride anche il Sensei. Dobbiamo immortalare il momento, penso. Chiamo Luca e Dario per farci fare una foto insieme, quattro mani sono meglio di due. E, uscendo dal Dojo, il nostro sorriso non si spegne, non è a comando, ma viene da dentro.
![]() |
| Nella foto, da sinistra a destra: Lorenzo, Massimiliano Varrese, il Sensei ed io. Un abbraccio a Lorenzo e Massimiliano per aver passato qualche ora insieme, anche se virtuale, e uno al Maestro per la sua pazienza nel leggere invenzioni semplici di uno studente complicato. |
Thursday, November 11, 2010
Romanzo Shinseikai.
Nell'attesa che il romanzo Shinseikai veda la luce, il collegamicostudente Luca Mascelloni ha creato, disegnato e realizzato la copertina.
Cosa ne dite?
Wednesday, November 10, 2010
Proverbi Shinseikai
Presto e bene devono andare bene insieme, altrimenti vai al tappeto.
Chi trova un amico trova un buon sparring partner.
Chi ha tempo non si è accorto che il timer della palestra è spento.
Ne uccide più lo tsuki della spada.
Al dojo non si invecchia.
Nel dubbio fai un sabaki.
La speranza è il pane delle cinture bianche.
L'uomo propone ed il Sensei dispone.
Il karategi è come il pesce, dopo tre allenamenti puzza.
L'occhio del Senseiingrassa il cavallo fa male.
Il kumite è bello quando dura poco.
Meglio un giorno da karateka che mille sul divano.
Chi vivrà si allenerà.
Chi fa più pugni che non vuole, o t'ha gabbato o gabbar ti vuole.
Chi non era zoppo, impara a zoppicare.
...
E voi? Ne avete altri?
Chi trova un amico trova un buon sparring partner.
Chi ha tempo non si è accorto che il timer della palestra è spento.
Ne uccide più lo tsuki della spada.
Al dojo non si invecchia.
Nel dubbio fai un sabaki.
La speranza è il pane delle cinture bianche.
L'uomo propone ed il Sensei dispone.
Il karategi è come il pesce, dopo tre allenamenti puzza.
L'occhio del Sensei
Il kumite è bello quando dura poco.
Meglio un giorno da karateka che mille sul divano.
Chi vivrà si allenerà.
Chi fa più pugni che non vuole, o t'ha gabbato o gabbar ti vuole.
Chi non era zoppo, impara a zoppicare.
...
E voi? Ne avete altri?
Tuesday, November 2, 2010
L'uomo in nero.
Cielo nero uomo nero portami via lontano lontano da qui insieme ai miei pensieri senza punti senza virgole senza pause raffiche di colpi difficili da parare e che non posso evitare portami via non per morire ma per rinascere ogni volta ogni notte di lacrime asciutte...
L'uomo in nero guarda la sua maschera e poi se stesso, allo specchio. Il costume nasconde la maggior parte delle cicatrici e delle ferite accumulate in anni di lotte, di battaglie a volte vinte. Ricorda benissimo il costume appena confezionato, il suo odore, le cuciture artigianali eppure resistenti, funzionali allo scopo. Ricorda ancora meglio le evoluzioni del costume, da semplice intermediario tra il suo segreto ed il mondo esterno, a vera e propria armatura adatta a continuare il suo lavoro. La parola lavoro lo fa sorridere.
Lavoro... io non ho mai lavorato. Non nel senso classico della parola. Ho imparato presto ad ingoiare l'orgoglio per nascondere l'odio, a sostituire la rabbia con un sorriso di circostanza, a ripassare mentalmente le tecniche di combattimento facendo finta di bere superalcolici. E, con gli anni, il mio fardello è sempre più pesante, come se ogni anabasi notturna restringesse il tempo a mia disposizione, e sostituisse le mie ossa con pietre scheggiate...
In fondo che cosa cerco? Cerco giustizia. E per combattere il nemico, quello che ha violentato la mia infanzia, non c'è altro modo di affrontarlo se non con le stesse paure che hanno determinato il mio secondo volto. Non c'è tempo per i sofismi, non c'è tempo per eleganti allegorie. C'è solo il tempo di aspettare la notte, e di agire.
L'uomo in nero alza le braccia per indossare la maschera. Lo specchio, ora, riflette l'oscurità perfetta. L'adrenalina batte nelle tempie come la notte, come ogni notte, come ogni battaglia. L'uomo sorride, mentre il dolore al deltoide sinistro si riaffaccia ricordandogli la lotta e la caduta della notte scorsa. Un suo errore. Dopo tanti anni c'è sempre qualcosa da imparare. E stanotte se ne ricorderà.
Attrezzi nella cintura, ok. Armatura, ok. Coperta termica, ok. Comando di emergenza, ok. Vettura, ok. E' l'ora di andare. Ho paura, ma la paura passa presto. Quello che devo fare è ben più importante della mia paura, e rimarrà dopo che la paura sarà svanita.
L'uomo in nero si accinge ad uscire. Sarà un'altra notte di quelle. Un ometto scivola silenziosamente elegante dietro di lui, aprendo la porta della caverna.
"Farà tardi, padron Bruce.".
Non è una domanda, è un gentile e rassegnato commiato.
"Si, Alfred, prepara l'infermeria e non aspettarmi.".
Bruce Wayne va a dormire, e Batman inizia la sua notte. Oscura.
Sunday, October 31, 2010
Il Karate, un Fax e l'agilità.
Sono al lavoro, scravattato, in equilibrio tra cose da fare non rimandabili e affari del secolo dirompenti. Ottobre non ancora maturo, fa caldo e poi fa freddo e poi caldo e poi il mal di gola maledizione che non ci voleva ero appena guarito ma non importa mi allenerò con le fiamme nella trachea o senza, tanto è l'istesso.
Arriva un messaggio del Sensei.
"OSU!Quandohaicinqueminutiditempotidevochiedereunfavore".
Quando il Sensei chiede la mia attenzione lascia gli spazi nello spogliatoio dell'iPhone.
Paro il messaggio con un Sune Uke e tiro un messaggio di ritorno.
"Quando vuoi no problem".
Quando voglio l'attenzione del Sensei abbondo negli spazi come fossero gratis.
Passano cinque minuti dove i colleghi costruiscono e distruggono imperi, edificano mausolei di parole e guardano e riguardano una striminzita e sgradevole brochure di prodotto come fosse l'Odissea.
Il mio not-so-smartphone vibra ancora. Guardo.
"OSU!Sonoin(nomecliente)edhobisognodimandareunfaxperl'iscrizioneallagaradel31Ottobre".
Affari Shinseikai. Aggiusto le priorità del Creato ed eseguo un renice di ogni singolo task dall'Arca di Noè ad oggi, lasciando spazio per il fax.
Faccio ballare le dita sulla virtual tastiera dell'iCoso ed invio fotonica risposta.
"Va bene, manda dettagli e numero".
Passano altri cinque minuti e ricevo mail con le informazioni.
Mi reco al fax.
Faccio tredici (13) tentativi consecutivi senza riuscire ad inviarlo e capisco che dall'altra parte:
a) non hanno un fax
b) hanno un fax ma è spento o non funzionante
c) il fax è acceso ma la testa del ricevente no.
Dopo aver chiamato il numero capisco che la situazione è tra b) e c), ricordandomi del buon vecchio Gassmann e di quando interpretava il pugile suonato ("i cazzotti fanno male, fanno."). Un altro paio di tentativi e riesco a mandare il Fax per l'iscrizione alla gara di oggi. Stampo la ricevuta, e la metto in tasca.
Verso l'ora dello Shinseikai, mi reco con un mio mascellonico collega al Dojo, vedendo il Sensei Testarossa da lontano e sventolando il foglio della ricevuta in beffardo piglio cameratesco, con una fallace intenzione di volatile ricatto.
Il Sensei alza un sopracciglio. Esibisce un Kagi-Tsuki a curvatura 9 senza pugno, per far scomparire il foglio dalla mia mano, che passa nella sua in pochi millisecondi.
Guardo la mano.
Prima c'era un foglio, ora non c'è più.
Con un espressione ebete vado nello spogliatoio e penso che (forse) uno dei segreti del Karate non è la forza, ma la leggerezza e l'agilità.
Friday, October 29, 2010
One
Non ricordo tutto
e non so se è sogno o realtà
ma dentro sento l'urlo
ed il silenzio che lo soffoca
Adesso che la guerra è finita
mi sveglio e non riesco a vedere
quel poco che è rimasto di me
tutto irreale meno che il dolore
Tenuto in vita da tubi nella carne
come una bigiotteria di guerra
appeso a macchine che mi tengono in vita
aspettando che le spengano.
Il miglior combattimento è quello evitato,
e la migliore guerra è quella che non è mai successa.
e non so se è sogno o realtà
ma dentro sento l'urlo
ed il silenzio che lo soffoca
Adesso che la guerra è finita
mi sveglio e non riesco a vedere
quel poco che è rimasto di me
tutto irreale meno che il dolore
Tenuto in vita da tubi nella carne
come una bigiotteria di guerra
appeso a macchine che mi tengono in vita
aspettando che le spengano.
Il miglior combattimento è quello evitato,
e la migliore guerra è quella che non è mai successa.
Monday, October 25, 2010
Quesito per solutori più che abili.
Riempire le parti mancanti.
Zoppica zoppica, caro il vecchietto
come un sonnambulo sceso dal ____
Che conti i colpi ed i lividi scuri
e speri che questo recupero duri
Quel tempo che basta a far riposare
le ossa che stridono al tuo respirare.
Zoppica e pensa a chi non rimane
a chi sta fermo per settimane
A chi pensa di esser più ____
e non si accorge di sfidare la sorte
Zoppica e piega le labbra in sorriso
e vedi negli occhi degli altri il tuo viso
Mentre nel Dojo ti guardi allo specchio
ti infondi coraggio per non esser ____.
Zoppica zoppica, caro il vecchietto
come un sonnambulo sceso dal ____
Che conti i colpi ed i lividi scuri
e speri che questo recupero duri
Quel tempo che basta a far riposare
le ossa che stridono al tuo respirare.
Zoppica e pensa a chi non rimane
a chi sta fermo per settimane
A chi pensa di esser più ____
e non si accorge di sfidare la sorte
Zoppica e piega le labbra in sorriso
e vedi negli occhi degli altri il tuo viso
Mentre nel Dojo ti guardi allo specchio
ti infondi coraggio per non esser ____.
Saturday, October 23, 2010
Shinseikai Stars - Parte prima.
Un Dojo, in genere, riserva sorprese. Il Dojo dello Shinseikai Karate riserva sorprese più forti, emozioni che ti rimangono dentro e che ti aiutano, soprattutto dopo la mattinata del Sabato con gare viciniori, a superare fiero e contento quella leggera zoppia che scende verso le nostre leve dopo un sano, vitale, approfondito, variegato e ben distribuito allenamento a base di kumite (sparring).
Una delle emozioni forti è scoprire che il tuo vicino di botte è un attore che ha partecipato ad un bellissimo film - Lezioni di Volo - riconosciuto come d'interesse culturale nazionale. I pigri possono trovare una recensione qui.
Il vicino di botte si chiama Tom, ed oggi ho avuto il piacere di fare un po' di sparring (anche) con lui. A perenne memoria, una fotografia scattata da Fred con l'Arduino alle nostre spalle mentre effettua gli esercizi post-atomici alla sbarra (no, non sta levitando). Da sinistra verso destra, il Sensei, Tom Karumathy, io. E non finisce qui.
Friday, October 22, 2010
Questions & Answers.
"Papà, perchè hai una R disegnata sul braccio?"
Sorrido.
"Mi serve per ricordare qualcosa."
Sorride lei.
"E cosa devi ricordare?".
Mi guarda.
"Quello che devo fare quando frequento le lezioni di Karate."
La guardo con aria di sfida, aspettando la sua prossima domanda.
Lara guarda da un'altra parte.
Prende coraggio, ma non sa come chiederlo.
Poi trova le parole.
"Papà, cosa significa la lettera R?"
Furba, la tipetta.
"Tante cose. R per Respirare. Se non respiri non puoi..."
Aspetto ad arte.
"Non puoi fare cosa?"
Sorrido.
"Recuperare".
Cammina per la stanza.
"Recuperare?".
La seguo.
"Recuperare, far tornare le forze".
Si ferma.
"E poi?".
Continuo.
"Ritornare in guardia."
Mi guarda.
"Cioè?".
Cerco di spiegarle senza pontificare.
"Quando porti una tecnica di attacco, tendi a scordarti che devi sempre mantenere attiva la difesa, la guardia."
Mimo la posizione di guardia.
"La guardia."
Ripete parola e posizione.
"E poi c'è l'ultima R."
Mi fa lo sguardo curioso.
"E qual è?".
Aspetto un secondo. E poi parlo.
"Rilassato. Se non sei rilassato duri meno di un minuto."
Sgrana gli occhi.
"Veramente?".
Sogghigno.
"Si."
Mi guarda il braccio.
"Ma a te non piacciono i tatuaggi."
Rido.
"E' vero, ma è fatto a penna."
Sorride.
"Perché?"
Guardo il residuo della R sul mio braccio.
"Così lo ricordo due volte, quando lo scrivo e quando lo leggo."
La bacio, esco e affronto un'altra giornata.
Sorrido.
"Mi serve per ricordare qualcosa."
Sorride lei.
"E cosa devi ricordare?".
Mi guarda.
"Quello che devo fare quando frequento le lezioni di Karate."
La guardo con aria di sfida, aspettando la sua prossima domanda.
Lara guarda da un'altra parte.
Prende coraggio, ma non sa come chiederlo.
Poi trova le parole.
"Papà, cosa significa la lettera R?"
Furba, la tipetta.
"Tante cose. R per Respirare. Se non respiri non puoi..."
Aspetto ad arte.
"Non puoi fare cosa?"
Sorrido.
"Recuperare".
Cammina per la stanza.
"Recuperare?".
La seguo.
"Recuperare, far tornare le forze".
Si ferma.
"E poi?".
Continuo.
"Ritornare in guardia."
Mi guarda.
"Cioè?".
Cerco di spiegarle senza pontificare.
"Quando porti una tecnica di attacco, tendi a scordarti che devi sempre mantenere attiva la difesa, la guardia."
Mimo la posizione di guardia.
"La guardia."
Ripete parola e posizione.
"E poi c'è l'ultima R."
Mi fa lo sguardo curioso.
"E qual è?".
Aspetto un secondo. E poi parlo.
"Rilassato. Se non sei rilassato duri meno di un minuto."
Sgrana gli occhi.
"Veramente?".
Sogghigno.
"Si."
Mi guarda il braccio.
"Ma a te non piacciono i tatuaggi."
Rido.
"E' vero, ma è fatto a penna."
Sorride.
"Perché?"
Guardo il residuo della R sul mio braccio.
"Così lo ricordo due volte, quando lo scrivo e quando lo leggo."
La bacio, esco e affronto un'altra giornata.
Wednesday, October 20, 2010
Storia di un minuto.
SBAM!
"Quarantasette."
SBAM!
"Quarantasette."
Il piede del Sensei si appoggia sul casco di protezione, consistente al punto giusto per farmi capire che il colpo è arrivato, leggero al punto giusto per non farmi accasciare in terra.
Sono nel Dojo. Credo che la lezione sia iniziata da un po', ma non so esattamente da quanto.
Ho immagini sfocate di quello che è successo prima, ed immagino che quello che verrà sarà ugualmente distaccato, come una fotografia passata più volte al Photoshop.
Cerco di saltellare. Invio il comando al corpo e lui mi fa capire che ha reagito al comando, ma non ho modo di controllare se effettivamente le gambe si stanno muovendo. Non posso staccare gli occhi dal rosso, se solo penso di distrarmi me la fa pagare.
Continuo a guardare il rosso negli occhi, inizio la rotazione di un Mawashi Geri Gedan, lo para e me ne restituisce due, uno Chudan (parte centrale-sinistra del torso) e uno Gedan (gamba sinistra) che riesco a parare sollevando leggermente la gamba con un Sune Uke. La combinazione tra calcio circolare, parata e regole Shinseikai (senza guantoni, pugni al viso non ammessi) rende le distanze corte e ancora meno adatte a pericolose mancanze di concentrazione o lucidità. Il viso del rosso è a qualche palmo dal mio. Non alzo la guardia, probabilmente non riuscirà a tirare un Mawashi Geri Jodan (calcio circolare alla parte alta del corpo, il viso) da così vicino. Sbagliato.
SBAM!
"Quarantotto. Alza quella guardia."
Sistemo il caschetto in fretta, con il colpo n. 48 si è leggermente girato verso destra. Il paradenti non aiuta a respirare correttamente, ma è un prezzo ampiamente conveniente da pagare per esprimersi correttamente dopo la fine dello sparring. Decido di farmi avanti, in maniera dissennata, ma ritorno subito in guardia dopo un amaro sorriso (interiore), ricordandomi della spiegazione non-verbale del Sensei ad un mio approccio analogo durante uno di questi sparring autunnali, e della spiegazione verbale seguente ("Non usare mai il tuo fisico per affrontare l'avversario."). Meglio stare calmi. Attendo l'attacco cercando un Sabaki (scartamento laterale) che non riesco ad effettuare, il rosso è troppo veloce. Tira due Shita Tsuki (piccoli montanti alla bocca dello stomaco) in successione che riesco ad apprezzare nella loro interezza e un Mawashi Geri Gedan (basso) che riesco quasi a parare. Non riesco a parare, però, il colpo successivo diretto al caschetto.
SBAM!
"Ed ecco il Quarantanove."
Troppo tardi mi accorgo che la guardia era bassa. Un attacco adeguato (segno +) ed una difesa non adeguata (segno -), per legge matematica, risultano in un match molto breve (segno -). Questa me la ricorderò, potrebbe farmi comodo in futuro.
Provo una combinazione Mae Mawashi Geri Gedan e Mawashi Geri Gedan, la prima è parata dal rosso, la seconda no. Continuo con un Sanbon Tsuki (sequenza veloce di tre pugni) dove percepisco di essere andato a segno almeno una volta, forse due. Questo pensiero non si è ancora consumato interamente quando sento (prima) un Ushiro Geri Chudan (calcio all'indietro indirizzato alla parte centrale del corpo) e vedo (poi) il rosso che esegue la tecnica. Il colpo arriva prima della sua concretizzazione visuale, ed Einstein ne sarebbe orgoglioso. Abbasso la guardia. E arriva, puntuale, il promemoria, sempre diretto al caschetto.
SBAM!
"Cinquanta. Bingo!"
"Yame!"
Allo Yame (il segnale di fine) il rosso si ritrasforma nel Sensei, e mi ricorda della mia guardia bassa. Prima che il resto della lezione si sottoponga a dissolvenza incrociata verso il recupero, un'ultima considerazione continua a saltellare in pieno spirito Shinseikai.
"Quando stai facendo Kumite non farti giocare mai a tombola".
Tuesday, October 19, 2010
Giorni.
Ci sono alcuni giorni in cui non ti accorgi di essere fortunato.
Ce ne sono altri dove la tua fortuna ti viene sbattuta in faccia dalla miseria di altri.
Ci sono alcuni giorni in cui pensi di aver lavorato decentemente.
Ce ne sono altri dove sei l'ombra di quello che pensavi di essere.
Ci sono alcuni giorni in cui non riesci a vedere un sorriso sincero.
Ce ne sono altri dove l'unico sorriso sincero che hai visto è quello di un barbone.
Ci sono alcuni giorni in cui ti alleni, credi di crescere e di aver dato il meglio.
Ce ne sono altri dove ti rimetti in fila, per ultimo, perché sei tornato indietro.
Ci sono alcuni giorni in cui pensi di dover spiegare qualcosa ai tuoi figli.
Ce ne sono altri dove i tuoi figli potrebbero spiegarti qualcosa, ma non lo fanno.
Ci sono alcuni giorni in cui credi che l'amicizia non possa esistere.
Ce ne sono altri dove ti chiedi come sia possibile esserti amico.
Ci sono dei giorni dove scrivere è un fiume in piena.
Ce ne sono altri dove quello che hai scritto é terra arida, solcata dall'inadeguatezza.
Ci sono alcuni giorni in cui uno gyaku-tsuki fa male subito, ma non importa.
Ce ne sono altri dove senti il ricordo della tua guardia bassa, e troppo tardi.
...
Ci sono alcuni giorni in cui non ti va di fare qualcosa.
E proprio in quei giorni devi fare di più, e meglio, per chi ami.
Wednesday, October 13, 2010
Folklore V
« È impossibile ottenere il moto perpetuo per via meccanica, termica, chimica, o qualsiasi altro metodo, ossia è impossibile costruire un motore che lavori continuamente e produca dal nulla lavoro o energia cinetica »
(Max Planck, Trattato sulla termodinamica, Dover (NY), 1945)Max Planck aveva torto marcio. La macchina del moto perpetuo non solo esiste, ma si trova a Roma in un capannone sito in via Pico della Mirandola. Quindici.
E' Ottobre, ed il Dojo è pienamente funzionante anche quando non frequentato. Se non vai al Dojo, il Dojo viene a casa tua e finisce anche per rimanerci ospite mesi e mesi.
La smemorina retroattiva.
La smemorina (che, ricordiamo, è sostanza semitossica prodotta in situ dopo anni di allenamenti inter-stile, di cui si può trovare ampia documentazione su questo blog) ha recentemente mutato parte delle sue caratteristiche adattandole ad una migliore interazione con l'ospite umano: è diventata retroattiva, e quindi colpisce prima di recarsi al Dojo e, in particolare, durante la fase di costruzione della borsa per il Karate (utilizziamo volentieri il termine 'costruzione' in quanto l'approntamento della borsa è un processo situato tra l'impressionismo di Van Gogh ed il design futurista di Le Corbusier).
Non di rado, durante il magma accalcato e accaldato di fine lezione con doccia incorporata, è possibile sentire gli effetti della smemorina retroattiva che generalmente si concretizzano con un "Noooo. Le mutande...". Al malcapitato, che si guarda intorno trattenendosi dal chiedere se sussistono le condizioni per una mutanda di scorta, non resta che la vestizione del jeans a pelle, tra una silente e cameratesca ilarità degli studenti Shinseikai. E' possibile identificare il bipede smutandato all'uscita dello spogliatoio per le evidenti movenze da Elvis Prestley miste ad una inaspettata celerità nel ritorno a casa.
I lucchetti di Hello-Kitty.
Gli armadietti a salto quantico sono stati aggiornati con un upgrade ortogonale: la prima fila orizzontale e l'ultima fila verticale hanno degli occhielli in bismuto (numero atomico: 83) adatti ad ospitare lucchetti di sezione e grandezza variabile. I lucchetti forniti dall'amministrazione della palestra hanno chiavi 'anime' lillipuziane con uno spettro ampio, da "Il mio primo diario segreto", passando per "Memole dolce Memole", fino ad arrivare alla chiave "Hello Kitty". Alla fine dell'ultima lezione ho estratto il mio portafoglio dall'armadietto, aspettando un salto quantico temporale che non si è verificato. Controllando meglio, ho ritrovato nello scomparto dei documenti di identità il passaporto di Akira Takasaki, il mitico chitarrista dei Loudness.
Il maledetto esercizio di Senpai Tullio.
Il Senpai Tullio, che viene sistematicamente selezionato dal Sensei alla fine delle ripetizioni (ad esempio, addominali) per la sua capacità di pronunciare i numeri giapponesi da uno a dieci in due secondi netti (eseguendo l'esercizio in maniera corretta, ovviamente), durante la fase di riscaldamento attiva non cessa mai di scaldare anche i nostri cuori.
Un esercizio in particolare allieta primati di età e sesso variabile, che arriva puntualmente in piena fase di obnubilamento da mancanza di ossigeno, con la sequenza riportata di seguito:
- Gli sguardi degli studenti si incrociano dubbiosi.
- La tensione sale alle stelle, l'esercizio potrebbe essere invocato.
- Si pensa (di nascosto) "ecco, adesso lo chiama".
- Senpai Tullio aspetta - ad arte - qualche secondo per creare false aspettative.
- Si pensa (di nascosto) "forse l'abbiamo sfangata".
- Senpai Tullio mostra la posizione iniziale, che presuppone inequivocabilmente l'esercizio ammazzafiato senza esplicitarne l'interezza.
- Si pensa (di nascosto) "...azz".
- Senpai Tullio mostra l'esercizio.
- Non si pensa neanche di nascosto, si risparmiano le energie.
- Senpai Tullio urla l'Hajime.
Shinseikai è anche eseguire il maledetto esercizio di Senpai Tullio con il sorriso. E sicuramente il sorriso, alla fine dell'esercizio, c'è.
- Si pensa (di nascosto) "lo avevo detto che lo chiamava".
Bello il Mercoledì. Un giorno Shinseikai tra due giorni Shinseikai.
A domani.
A domani.
Tuesday, October 12, 2010
Martedì.
M come Martedì.
Mokuso - la concentrazione necessaria per affrontare la giornata, non solo nel Dojo.
Melissa e Mirco, quando erano bimbi e volevano rimanere in braccio, una vita fa.
Mawatte - affrontare la direzione opposta, cambiare tutto quando è necessario.
Musica, alle volte un riproduttore musicale proprio non serve, se la musica è dentro.
Mae Mae Geri - colpire con la gamba avanzata, e cogliere al volo l'occasione.
Malincuore, di chi non può recarsi nel Dojo perché a tutt'altro affaccendato.
Mawashi Geri - ruotare non solo con la gamba, ma con tutto il corpo, anca e spalla.
Mattina, è ora di iniziare la giornata, pensando ad oggi come ad un regalo.
Mokuso - la concentrazione necessaria per affrontare la giornata, non solo nel Dojo.
Melissa e Mirco, quando erano bimbi e volevano rimanere in braccio, una vita fa.
Mawatte - affrontare la direzione opposta, cambiare tutto quando è necessario.
Musica, alle volte un riproduttore musicale proprio non serve, se la musica è dentro.
Mae Mae Geri - colpire con la gamba avanzata, e cogliere al volo l'occasione.
Malincuore, di chi non può recarsi nel Dojo perché a tutt'altro affaccendato.
Mawashi Geri - ruotare non solo con la gamba, ma con tutto il corpo, anca e spalla.
Mattina, è ora di iniziare la giornata, pensando ad oggi come ad un regalo.
Saturday, October 2, 2010
Il Dono.
2 Ottobre 2049
Caro diario,
18 Ottobre 2049
Caro diario,
la scorsa settimana ho ricevuto un breve messaggio dall'avvocato di mio nonno che diceva di chiamarlo per avere notizie sulla scatola, cosa che ho fatto quasi subito dopo. L'avvocato è un ometto fine come una matita che indossa sempre lo stesso vestito tetro e retro.
Mentre parlavo con lui all'Oloconf, i miei pensieri andavano in direzione della mia agognata vacanza post-diploma, e non certo ad una stupida scatola lasciata in eredità da mio nonno, andatosene un paio di settimane fa (beato lui, nel sonno), e chiusa da un lucchetto le cui chiavi sono in mano all'ometto-matita.
Peraltro, mio nonno era un gran rompicoglioni, tirchio come un cardo - ha lasciato i suoi averi ad una strana fondazione - e c'erano fin troppe persone al suo capezzale (figli e nipoti) cercando di scambiare battute sociali col morto in casa. Evitato.
E quindi la domanda è: cosa c'entro io con quella scatola, visto che
Punto Uno non me lo sono mai filato,
Punto Due non sono neanche l'ultimo dei suoi nipoti (Alexito Jr. ha 14 anni e da come cresce diventerà un FdM certificato e garantito prima di quelli della sua generazione) e
Punto Tre sono il nipote che ha visto meno di tutti, con cui ha parlato meno di tutti, e quello che meno di tutti si fa notare.
Non ho i capelli verdi di Melania, non ho 74 piercing come Molosso, non sono diventato famoso come Xandros, non sono emigrato all'estero come Marcolino. Perché a proprio me? Gli altri mi guardano in cagnesco. Mancava solo questa.
5 Ottobre 2049
Caro diario,
delusione estrema. Sono andato dal lapis, che ha aperto la scatola, grigia, anonima, con dei segni strani sopra scritti in verticale. Ne ha tirato fuori un libro. UN LIBRO. Grigio, anonimo, con gli stessi strani segni riportati in verticale.
...
Poteva almeno lasciarmi un lingotto di iridio, il vecchiopirla.
Il disappunto è stato così grande che ho preso due Serenax per dormire e ho passato il resto della serata davanti alla NeuroVisione.
7 Ottobre 2049
Caro diario,
ieri ho aperto il libro e non ci ho capito nulla. Sembrano scritti in sequenza, da una data nel 2009 in poi, che riportano parole che non capisco, in forme diverse. Alcune sembrano ispirate da scrittori del passato, altre sembrano brani di novelle brevi, ed altre ancora sono cronache di quei tempi e del Grande Vecchio che frequentava un luogo dove si parlava una lingua incomprensibile (ho controllato su GoogleMind, sembra nipponico classico) e ci si riuniva per fare attività fisica. Leggendo tra le pagine, ho anche capito che queste parole venivano pubblicate sulla Griglia, che a qui tempi veniva chiamata InterRete. E' la prova finale che Nonno era un pazzo, pieno di se stesso. Scuotendo il libro ne è uscito un biglietto, con un nome, un titolo ed un indirizzo. Nell'altro lato una scritta di suo pugno, dedicata a me, che diceva:
"A Leo: trova un buon maestro, e troverai la passione".
Mio padre sta chiamando da mezz'ora, devo rispondere altrimenti addio all'assegno mensile.
12 Ottobre 2049
Caro diario,
la storia della scatola e del libro è iniziata come una rottura di gonadi, ma piano piano mi sta intrigando. Ieri ero in GraviScooter e mi trovo a passare vicino all'indirizzo segnato sul biglietto. Ho deciso di dare un'occhiata, e fatta una piccola deviazione, mi trovo sul posto. Spengo il Gravi e mi avvicino. Il luogo sembra deserto, e un po' vecchio. Una specie di box basso e largo, con delle finestrelle dalle quali non viene alcuna luce, e senza nessuna scritta. Busso.
Aspetto.
Decido di andarmene.
Torno indietro.
Busso.
Aspetto.
Me ne vado. Il luogo, oltre alla desertitudine ed alla vetustà, mi sembra minaccioso. Rimango un minuto seduto sul Gravi nell'attesa che il box si risvegli e sputi fuori una sorpresa, che puntualmente non arriva.
Accendo il Gravi e me ne torno a casa, mio nonno era una fregatura bisbetica, e l'intrigo era tutto nella mia testa.
18 Ottobre 2049
Caro diario,
due giorni fa porto il Gravi a fare un giro per l'aria mefitica della città e passo per la via indicata nel biglietto: il box è acceso. Devio dal mio percorso per avvicinarmi al luogo, con il reattore al minimo, quasi senza far rumore. Mi fermo a distanza di sicurezza, quasi intenzionato a scapparmene via. La curiosità ha il sopravvento, spengo il reattore, mi avvicino alla porta. Rimango impalato davanti alla porta come una tavola di legno, e poi decido di bussare, ma prima di colpire la porta con le nocche la porta si apre.
Ne spunta un vecchio, alto, asciutto, capelli rosso irlandesi virati al bianco, che mi guarda con aria neutra. Sulla maglietta gli stessi segni riportati sulla scatola e sul libro.
Desideri qualcosa, ragazzo?
Bruongiornuo (quando parlo con sconosciuti mi emoziono, la lingua inciampa ed emette suoni non voluti), e gli consegno il biglietto.
Tiene il biglietto tra le mani, lo gira, vede la scritta.
Gli occhi del biancorosso lampeggiano per un singolo attimo, che viene immediatamente nascosto come a salvaguardare qualche emozione che non può essere mostrata.
Mi guarda. Scruta attentamente il viso, poi passa al corpo e mi rendo conto che il tutto non può essere durato più di mezzo secondo.
Gabba, mi dice.
Guardo di lato, imbarazzato.
Veramente mi chiamo Leonida. Leo, per gli amici. Gabba era il nomignolo del vec... di mio nonno.
Dov'è tuo nonno?
Abbasso il tono di voce.
Se ne è andato il mese scorso.
L'asciutto continua a guardarmi con gli occhi neri, molto poco irlandesi.
Accenna ad un sorriso. Abbassa gli occhi. Scuote la testa. Li rialza.
Devo parlarti. Vuoi entrare, ragazzo?
Ragazzo un pezzo di abbacchio, ho 18 anni, penso.
Faccio un cenno di assenso dislessico come il precedente saluto ed entro.
...
...
...
Esco dal box quando è buio, ho proprio perso il senso del tempo. Mi volto. Il vecchio fa un movimento strano con i pugni chiusi ed emette un suono. Credo sia il suo modo di salutare. Mi dice di tornare quando voglio, se mi andrà.
Simpatico e solenne allo stesso tempo. Chiude la porta con la stessa dignità con cui l'ha aperta.
MI scopro a pensare. Non sapevo queste cose del nonno. Ancora non ho ben capito che cosa facevano insieme, ma ho intuito che il vecchio era una specie di insegnante, e mio nonno uno studente.
Una frase mi è rimasta in mente. Un suono sconosciuto, seguito da "disciplina della giusta verità". Non so riprodurre quel suono, ma proverò a scriverlo e a cercarlo su GoogleMind.
E stasera niente NeuroVisione. Proverò a rileggere il libro, magari riesco a capirci qualcosa.
Sunday, September 26, 2010
Dorando.
Fa caldo, anche se sono mille chilometri a nord.
L'estate albionica preannuncia una maratona massacrante, con il caldo - implacabile - che ti pugnala il respiro e drena le tue forze, sublimandole senza fartene accorgere.
Vedo tutti i podisti intorno a me. Il sudore è come una vernice di coppale sui nostri corpi, ed è copioso ancor prima della partenza. Vicino a me c'è un altro italiano. Si chiama Umberto. Ci ignoriamo.
...
Non si parla molto, sembra di andare in guerra. Gli sguardi di tutti sono rivolti verso i corpi degli altri, come a carpirne segrete informazioni su resistenza, durata, disciplina.
E' il 24 di Luglio, questo lo ricordo. Del 1908. Ci ho messo un po' per ricordarlo, l'inizio del nuovo secolo è bellamente passato nella soffitta dei ricordi. Ma non so assolutamente che ora sia. Il sole è molto alto, ma non è mezzogiorno. Dalle ombre degli atleti, sembrano le due del pomeriggio. C'è un castello, davanti a me, grigio, enorme, regale, un comando di nobili urlato contro il cielo.
...
La tensione sale. Capisco che ci siamo. Vedo una donna in ghingheri che si avvicina a noi, scortata da quattro guardie. Parlotta con i giudici. I muscoli iniziano a stringersi, i volti si scavano, l'uomo inizia ad uscire dal corpo, per far posto all'animale.
Sento un grido. Si parte. La massa scatta. Un respiro asincrono fatto di sudore, fiato, polvere, passi pensanti. Sono in mezzo al gruppo, non riesco a vedere la testa della corsa, ma cerco di non preoccuparmi. Bisognerà risparmiare energie, la gara sarà lunga e densa.
...
La mandria dei corridori rimane compatta, anche se inizio a sentire i primi respiri affannati intorno a me. Non ho modo di sapere da quanto stiamo correndo, le mie gambe dicono da circa un'ora. Ho un fazzoletto in tasca, bianco, regalato da un amico nella mia Correggio. Lo estraggo dalla tasca, e mentre corro ne faccio un copricapo calandolo sulla testa. Mi aiuterà a sopportare i raggi del sole. Che è un democratico. Ci colpisce tutti, impietosamente.
...
Il gruppo si è allungato, inizio a sentire la fatica. Le gambe sono pesanti, come al termine del più lungo allenamento effettuato quest'anno. Significa che sono nei tre quarti di gara. Credo di essere tra i primi, forse in terza o quarta posizione. Avrei voglia di bere acqua, e di chiedere informazioni su chi mi precede, ma ho troppa paura di non ripartire. Devo continuare. Forse è proprio vero quello che mi raccontava Pagliani, è meglio stare da soli quando si corre. Si risparmia fiato, si risparmiano pensieri, anche quelli costano fatica.
...
Ho capito che quello davanti a me è in crisi, e aumento il passo. Il corpo si ribella, ma non posso fare altro, devo sfruttare l'occasione. Vincere è anche cogliere il momento. Credo che manchi poco all'arrivo, devo fare presto. Spingo sulle gambe più forte, e dopo una curva con un albero che ricorda quello della mia casa riesco a scorgere il mio avversario. E' biondo, e sembra camminare zoppicando. Forse zoppico anch'io, ma riesco a passarlo. Ed è l'ultima sensazione chiara che conservo della mia corsa. I lati del percorso diventano bui, mi accorgo di mani che indicano un ingresso molto grande. Ma il buio inghiotte l'immagine, e non vedo più nulla.
...
Qualcuno mi sostiene, e mi parla, ed io non capisco, e non potrei comunque comprendere i suoni che mi circondano. I tonfi del cuore suonano come tamburi nella mia testa, e ad ogni colpo è dolore. Continuo a camminare. Non so dove mi trovo.
Cado.
Buio.
Vengo rialzato, in tempo per vomitare.
Cado di nuovo, la terra mi riempie la bocca. E non riesco a rialzarmi.
...
Riapro gli occhi, sono in una barella. Mi dicono che sono arrivato primo, ma non ho vinto. Non sono sicuro di capire. Chiudo gli occhi, mi fanno male. Qualcuno mi sfiora un fazzoletto bagnato sulle labbra. E le poche gocce che escono sembrano la stessa vita.
...
Il mio nome è Dorando Pietri. Sono un podista. Lavoro in una pasticceria a Carpi, e mi piace correre. Sono tutti così gentili con me. Mi domando il perché. In fondo, non ho vinto, ha vinto un americano. Ma correrò di nuovo. E gliela farò vedere.
Saturday, September 18, 2010
Sei gradi di turbolenza
Un sabato di nuvole, e caldo di settembre che te ne accorgi solo quando ti si è già appiccicato come un bacio non voluto. Inizio la giornata con i fragorosi rumori provocati dai bipedi e da qualche primate del mio sconveniente scondominio, inaspettati e fuori tempo, soprattutto alle seimenodieci di un sabato mattina.
Che non è un sabato normale.
E' un sabato speciale. Un sabato in cui si condividono esperienze, insegnamenti, massime ed aforismi, sudore, qualche manata, un paio di segreti, alle volte qualche risatina collettiva. E quindi non mi arrabbio. Decido che la vita è troppo breve per prendermela con chi ha abitudini scarsamente civili, e mi godo il silenzioso respiro della mia famiglia che dorme.
Cerco di rantolare silenziosamente verso i miei aggeggi che funzionano ad elettricità aspettandomi di annegare nella serendipity della Rete, e poi mi blocco.
Cambio idea.
E' ora (antelucana) di pensare ad una strategia per l'allenamento di oggi. Tra i miei due emisferi palleggia un pensiero sentito nel Dojo, e riferito dal Maestro durante una sessione dello scorso anno: "Ogni match va studiato per bene, con una strategia precisa". E, quando devo pensare, non posso completamente affidarmi a strumenti o frocerie tecnologiche in cui scorra energia elettrica. Nel mio lavoro cerco - da decenni - di utilizzare la metafora della storyboard per dare forma ai pensieri. Forse, credo, mi aiuterà anche in questo caso. Mi convinco. Prendo il foglio.
2 - Non solo non c'è alcun cucchiaio, ma il foglio di carta non è vuoto.
Caro il mio foglio riciclato, appartenevi ad un albero, ad una delle cose più belle ch'io abbia mai visto, e quindi cercherò di utilizzarti al meglio. Il tuo lato bianco mi guarda con ciclopico occhio di disprezzo, ma faccio finta di non aver visto. Non sarò in grado di scrivere il "Declino e caduta dell'impero romano" di Gibbon, ma prometto di usare la mia buona fede per tracciare segni che oggi siano in grado di aiutarmi. Ringrazio anticipatamente il foglio e mi trasformo in un plotter a grafica vettoriale.
Divido il foglio in sei sezioni. Numero le sezioni in arabica guisa, e traccio nella casella uno un punto di domanda.
Qual è il tuo obiettivo?
Mmm. La domanda sembra facile. Prepararmi. A cosa? All'allenamento di oggi. Il Maestro si è espresso chiaramente, questo sabato si segue una delle tre K. Ed è il Kumite. Mi tornano in mente i tre concetti-fondamenta del Karate, anche inteso come disciplina formativa: Kihon (le basi), Kumite (lo sparring) ed i Kata (le forme). La K di questo sabato sarà il Kumite. Significa cervello acceso, sempre. E poi tutto il resto.
Passo alla casella numero due, e la mia mano traccia un altro punto interrogativo. I miei occhi lo guardano mentre la mente compone la domanda completa.
Come intendi perseguirlo?
Stavolta il punto gobbo rimane da solo un po' di più. Pensa, Gabba, pensa. Inizio a scrivere qualche frase: "Gestisci il riscaldamento", seguita da "Respira bene", "Usa le combinazioni", "Metti a frutto quello che stai studiando". Le combinazioni. Bene. E' un'idea. E in fase di brainstorming, le idee non vanno scartate a priori. In genere, dopo la produzione di un'idea, si lascia passare del tempo per farla sedimentare, raggrumare, consolidare affinché sia modellata e raffinata. Non ho tempo per farlo. Immerso negli onanismi mentali che oramai mi sono propri da anni, mi accorgo che il tempo è fuggito, sono le setteetrenta e quindi debbo passare dai pensieri a forma di sbrodolature barocche a quelli simili ad un twitteraggio. Combinazioni. Come faccio?
3 - Corri, coniglio, corri.
Semplice, caro il mio stupidino. Sei talmente sommerso di acronimi e di sigle e di riferimenti a riferimenti tra falsi sorrisi e amicizie vere che hai scordato le rime. Ricordi? AABB, ABAB, ABA-BCB-CDC ... Baciata, Alternata, Incatenata. Ricordi, oppure la concitata corsa coincide con cruda condotta cerebrale? Bravo, continua con i tuoi tautogrammi, l'adorazione per Umberto Eco ed il tuo onanismo mentale congenito, poi voglio proprio vedere cosa farai sul ring. Onan il Barbaro?
Sbuffo e mi rimetto al lavoro, anzi, al piacere. Se assegno una tecnica ad una lettera posso ricordare le combinazioni semplicemente ricordando il gruppo di lettere. Ho ancora quattro caselle da riempire. Inizio con l'assegnazione nella casella numero tre.
Mawashi Geri (G)edan, Mawashi Geri (C)hudan, Gyaku (T)suki.
GCT. Lo ricorderò. Passo alla casella quattro.
(S)anbon Tsuki, Mawashi Geri (C)hudan, (M)ae Mae Geri.
SCM. Lo ricorderò. Passo alla casella cinque, mentre penso a Bartezzaghi ed al mio odio innato verso i Sudoku.
(Y)oko Geri, Mawashi Geri (G)edan , (K)ubi Zumo Hiza Geri.
YGK. Se sarò fortunato lo ricorderò. Passo alla casella numero sei, l'ultima. Non voglio scrivere una combinazione. Voglio scrivere una cosa che non potrò cancellare dalla mia memoria.
"Lascia l'Ego fuori dal Dojo".
Ho fatto il mio compitino, ma solo la frase nella casella numero sei mi sembra abbia un senso. Anche lontano dalle arti marziali. Piego il foglio in maniera diligente, mi preparo ad uscire. Continua ad essere nuvoloso.
Forse pioverà.
Forse pioverà.
4 - Il piegaspazio e l'inizio lezione
Piegare lo spazio (Space Folding: per chi non ha letto il ciclo di Dune, di Frank Herbert, corrisponde al viaggiare senza muoversi) dalla mia abitazione al Dojo, di Sabato mattina, mi rende leggermente euforico nonostante l'intrusione, nel piazzale antistante, di presunti Sapiens che caricano tonnellate di derrate alimentari come se il giorno dopo si trovassero catapultati nella "Strada" di Cormac McCarthy. Li ignoro, parcheggio fuori, non c'è problema. E' un sabato speciale. Ci si allena. E si è così fortunati nel farlo!
Penso a chi non può venire e li saluto con una pacca sulla spalla, e mi aspetto di vederli il prossimo martedì. Il corridoio davanti al Dojo inizia ad animarsi. Francesco, Alessandro, Michael, il Sensei, e via via tutti gli altri. Si entra.
Vedo con piacere più Karategi di quanto mi aspettassi per una mattinata di sabato. Ciò mi rende felice. Poi vedo il Sensei che non sta indossando il Karategi, ma i pantaloncini da K-1. Ciò non mi rende felicissimo. Il Sensei finisce di indossare il vestiario da K-1, e poi indossa l'espressione da K-1. Ciò mi rende abbastanza preoccupato.
Ci si allunga nello spazio che ci è concesso, ed il segnale del Maestro arriva dopo una breve e precisa spiegazione su contenuti e finalità della lezione.
(Riscaldamento.)
La mia temperatura interna continua a salire fino a quando il Sensei chiama la fine della sezione e annuncia l'attività principale della giornata. Sale sul ring. Iniziano i turni di sparring leggero con i miei colleghi, i miei Senpai che ogni volta mi insegnano qualcosa di nuovo. I periodi sono scanditi da quel fetentone del Timer che incarna alla perfezione la relatività einsteiniana (il tempo del Kumite è abnormalmente lungo, quello del recupero impietosamente striminzito). Passo il mio turno con Cico e la sua calma interiore, il turno con Cesare, che mi incita alla flessibilità ed a una corretta respirazione, il turno con Irene mentre ci aggiustiamo reciprocamente la guardia e mentre il fiato inizia a mancare, e di nuovo con Cesare mentre la lucidità inizia ad evaporare. Ho perso il conto delle campanelle. Il tempo del recupero mi sembra insufficiente, mi piego più di una volta e Cesare più di una volta mi tira su incitandomi a continuare fino alla fine, a non mollare.
Arriva un'altra campanella. Ed arriva la chiamata del Sensei.
"Gabriele!"
"OSU!"
5 - "Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico."
Salgo sul ring, sembra che ci sia nebbia, e cerco di scacciarla perchè sono (ancora) consapevole che in realtà è solo dentro la mia testa. Il foglietto. Dov'è il foglietto? Dannazione.
Mi rendo conto di averlo lasciato a casa. E, soprattutto, mi rendo conto di aver dimenticato tutto.
Quali erano le combinazioni?
YGM?
GCM?
Perchè non le ricordo?
...
La campanella bastarda suona gongolando e pregustando lo spettacolo, ed inizia lo sparring con il Maestro.
(Kumite leggero.)
(Ancora nebbia.)
(Ancora nebbia.)
In un determinato istante credo di sentire la voce del Sensei che mi dice "mancano pochi secondi". La campanella ha un suono triste, come se l'infame tintinnante avesse voluto suonare qualche manciata di secondi in ritardo. Il Sensei chiama la fine dello sparring, si avvicina e mi regala un consiglio, che poi riferisce all'intero gruppo. Si passa al Mokuso, si pensa a cosa migliorare, e il Maestro ci parla, ci incoraggia, ci saluta, ci regala un appuntamento al prossimo martedì.
Cosa ho imparato oggi?
Non puoi attuare una strategia se non hai le forze per farlo. E' tuo dovere disegnarla, ma è tuo dovere arrivare lucido al momento in cui devi metterla in pratica. Senza lucidità e calma, la tua strategia è il foglio rimasto sul tavolo della cucina. E' lontana e poco utile.
6 - Payback
Tornando a casa, la mia biondona (Lara) mi saluta con un bacino e mi dice: "Papà, credo tu abbia scordato questo" lasciandomi nella mano il foglio regolarmente piegato.
Sorrido. Ho scordato il foglietto, ma non la lezione di oggi.
Tuesday, September 14, 2010
Chiedimi la parola.
Chiedimi pure un testo che dipinga a tutto tondo
quello che sembro, quando vesto il bianco
che nasconda e tiri all'ombra quando stanco
e quando il Dojo rappresenta il mondo.
Ah, studente ch'entra baldo nel tuo Dojo
ambendo al loco della vuota mano,
e sembra pronto ad affrontar l'arcano
ma n'esce tristo, abbacchiato e mogio.
Chiedimi pure le basi che ho imparato
e combinazioni che continuerò a sbagliare
Chiedimi forza, per continuare
e per correggere quello che ho sbagliato.
quello che sembro, quando vesto il bianco
che nasconda e tiri all'ombra quando stanco
e quando il Dojo rappresenta il mondo.
Ah, studente ch'entra baldo nel tuo Dojo
ambendo al loco della vuota mano,
e sembra pronto ad affrontar l'arcano
ma n'esce tristo, abbacchiato e mogio.
Chiedimi pure le basi che ho imparato
e combinazioni che continuerò a sbagliare
Chiedimi forza, per continuare
e per correggere quello che ho sbagliato.
Friday, September 10, 2010
Shinseikai e certezze
Studiare una disciplina dura come un'arte marziale, complessa come una partita di scacchi, intrigante come un film inedito di Hitchcock, pesante come una carbonara preparata in una certa osteria che conosco - oltre al sacrificio ed alla continuità - induce anche certezze.
Ne elencherò solo qualcuna, per amor di brevità: la lista potrebbe essere lunga quanto l'elenco degli evasori fiscali residenti e strombazzanti in Tristalia.
La scrittura del Post.
Scrivere un Post sul blog Shinseikai comporta l'attraversamento (in maniera scientificamente ripetibile) delle fasi seguenti:
- Illuminazione su idea riguardante struttura, forma e contenuti
- Panico di fronte alla pagina di testo vuota
- Scrittura dei primi due paragrafi
- Cancellazione intera del temporaneo elaborato
- Cambio repentino idea
- Scrittura titolo (tanto lo cambio)
- Trance agonistica e scrittura dei contenuti
- Rilettura del testo e trasformazione dell'espressione facciale in "inadeguatezza"
- Cambio titolo (hai visto, l'ho cambiato)
- Invio post al pubblico ludibrio
Una volta pubblicato, il post non viene riletto, ma rimbalza nella testa dell'ideatore fino a spegnere la propria energia cinetica nel debito d'ossigeno del prossimo allenamento. Dopodiché, pronti a ricominciare l'ardir perenne della singolar tenzone tra il confezionatore di parole ed il fotonico foglio bianco.
Il pugno di Irene.
Certezza recente, sviluppata nella calura estiva, ma ha già sapore di ricorrenza. Due amici che si incontrano hanno infinite opzioni: l'abbraccio, il bacio casto, il cenno di intesa, la pacca sulla spalla o su altri apparati più o meno intimi, l'occhietto, il battimano, l'OSU!, il paso-doble e potrei continuare per un po'. Io e Irene ci meniamo con combinazioni di Oi-Tsuki e/o Yaku-Tsuki. Penso che continuerà per un po', o almeno fino a che uno dei due dichiara un armistizio.
Ad Arduino, l'inchino.
Attesa in un angolo del Dojo mentre gli agonisti tirano fuori corpo, anima, pezzi di polmone e prossemiche manate. Rumore nel corridoio, monete infilate nella macchinetta sganciabibite: dico tra me e me, questo è Arduino.
Mi giro.
E' lui. Accenna ad un sorriso lato destro, ci salutiamo alla giapponese (con l'inchino, appunto), ed appoggia su un lato del ring la sua mistura cangiante di acqua, sali minerali, e sostanze comprate dal dispensatore di vitamine liquide. Visto che Messer Arduino è al terzo anno di Dojo - e frequentato con successo - la prossima volta gli chiederò di condividere la sua pozione magica, o almeno di darmene una scodella come Asterix.
Filippo e il Sensei.
Sono la stessa persona, ma due persone diverse. Alle volte li incontro tutti e due al lavoro, ma preferisco tenerli separati. Mi è anche capitato di incontrare Filippo, nel Dojo, soprattutto prima delle 19.30, in orario estivo. Un'apparizione breve, un battito di ciglia, e poi ho guardato bene: era il Sensei. Filippo mi parla, il Sensei invece appunta quello che dico, quello che faccio e i conseguenti errori su una lista gelosamente conservata a futura memoria di mazzate centralizzate e distribuite da erogare con modalità note solo a lui.
Un giorno di questo prendo questa lista e la faccio vedere a Filippo, sono curioso di sapere cosa ne pensa.
Ivano e il clima post-bellico.
Ogni concentrazione di uomini dislocati in uno spogliatoio, al termine di qualsivoglia attività fisica, provoca la produzione e la condivisione delle note "corbellerie da spogliatoio", oramai divenute figure giuridiche civili e penali. Nell'ambiente Shinseikai, la diffusione è rigidamente controllata e gestita dal gruppo di studenti. Un ruolo particolare è coperto da Ivano, che crea, alimenta, fantasizza e smista storie Shinseikai universalmente riconosciute come uniche. Le sentenze di Ivano sono soggette a copyright internazionale sui diritti di autore, ed allo status "Indicazione Geografica Tipica". La sua frase "Ecco, io la penso così, poi..." è stata personalmente valutata per l'inserimento nella Library of Congress statunitense.
Dario e la conta contatti.
Una volta finito l'allenamento si va a casa. Ci si spoglia. Si cerca di mangiar qualcosa prima di crollare sul ronfatoio. E poco prima di chiudere gli occhi per il meritato riposo, lo sguardo si posa su tre o quattro lividi da contatto, e si pensa "Questi lividi... mmmh... questo è colpa di quello @#@¥~* di Dario", che è stato tuo partner nell'esecuzione delle tecniche apprese durante la lezione. La condizione è assolutamente speculare per Dario, che conta i suoi. La conta segreta non viene mai comunicata, e non si hanno notizie certe su chi sia in vantaggio.
La lista potrebbe continuare all'infinito. E forse lo farà.
Tuesday, August 31, 2010
La gabbia fredda
[Martedì, 24 Agosto, 2010]
Se non mangi, mangerai
Se non scrivi, morirai
Una pagina bianca di un blog è dura come il primo allenamento di una nuova stagione. Assomiglia ad uno specchio assopito nella penombra di una sera bollente tardo-estiva, quando non ti muovi e la tua fronte cola, e il ricordo del freddo sembra impossibile. Non ti guardi allo specchio. Lo specchio non riflette, o forse non riesci a vederne bene i contorni.
O, più semplicemente, non guardi lo specchio per timore di incontrare uno sguardo diverso da quello che aspetti. Immobile, inizi a ricordare come tutte le partenze sono difficili, ed è la difficoltà che le rende speciali. E che ti rende vivo.
Inizi a sospettare che il famigerato blocco dello scrittore esista non solo nelle fantasie dei grandi letterati e di chi ha il talento e la disciplina per raccontar storie, ma sia presente anche nelle piccolezze di un blog e di chi tenta di raccontare non solo pensieri, ma anche forme.
[Venerdì, 27 Agosto, 2010]
Ho deciso, lo faccio
Questo foglio lo straccio
La prima visita del Sensei nei tuoi muscoli striati ti arricchisce di una pletora di sensazioni, alcune già vissute e riposte nell'armadio dei ricordi, altre già vissute e sempre nuove.
Corda.
Un balletto - grazia, forza ed elasticità - su lame incandescenti, dove il senso del tempo viene alterato esponenzialmente. Dieci secondi, poi altri dieci, poi altri dieci. Il primo minuto viene completato a fatica. Ce ne sono altri.
La grazia e l'elasticità vengono meno, mentre le parole del Sensei nella tua mente iniziano a colorarsi del riverbero della fatica che non riesci a scacciare, ma a rimandare di qualche secondo prezioso, fino al suono liberatorio della campana vicino al ring.
Finita una campana, ce n'è un'altra. E poi un'altra. Respira. Recupera. Respira. Il respiro è vita, pensi, e il Sensei te lo legge sul volto. "Respira correttamente".
Kihon.
Hai il terrore di sbagliare. Una gabbia fredda dentro un'altra gabbia fredda, quella di non esprimere sensazioni esplosive nella giusta maniera. Forse il tuo scrivere è solo uno stereotipo, un'immagine nella mente che non trova corrispettivo nel mondo reale ma solo in te stesso. Gabba che scrive poesie alle elementari e alle medie, che scrive canzoni da adolescente, che ne esegue altre da adulto. Forse solo un sogno sbagliato.
Heikō Dachi. Comandi. Inizio. I movimenti sono un po' impacciati, e non acquistano precisione man mano che i minuti-come-ore trascorrono. Gabbia fredda dentro altra gabbia fredda. Rompere la gabbia fredda della staticità e rompere quella di una scrittura inutile. Due obiettivi ambiziosi. Due prigioni di ghiaccio da sciogliere.
Potenziamento.
Mentre pensi al tempo che ti separa dall'inizio di nuovo anno accademico Shinseikai, scorri nella mente, come diapositive in bianco e nero, le immagini e i suoni e le sensazioni che hai lasciato per due mesi e che ritroverai - in breve tempo - nel fatidico primo allenamento.
Le flessioni sono quasi dolorose, e capisci che sono un piccolo campione di quello che sarà il programma che ti aspetta. L'ora-come-giorno sembra non finire mai, così come sembrano senza fine i movimenti che scandisci con i numeri giapponesi. Quelli li ricordi bene, anche nel velato torpore della fatica.
Yame!
Ringrazi il Sensei per il tempo che ti ha dedicato, e continui ad essere preoccupato. Le parole non fluiscono. Il corpo non fluisce. Sei ancora dentro due gabbie. Fredde. Intuisci una relazione tra le due gabbie (parole-corpo) non meglio definita, e pensi che quando il corpo inizierà a sbloccarsi le parole seguiranno la fluidità che ti aspetti.
[Domenica, 29 Agosto, 2010]
Altro scritto, altro foglio
Nella gelida gabbia
Un granello, l'orgoglio
In tempesta di sabbia
L'orgoglio non riempie magicamente un foglio di carta vuoto, e non ti porta magicamente ad una buona sessione Shinseikai. Hai due finestre sul tuo schermo: la spiegazione tecnica del blocco dello scrittore su Wikipedia e il documentario con Nicholas Pettas sul Sumo che contiene il volto dello Yokozuna che riempie gran parte dello schermo.
Metti in secondo piano l'onanismo pseudoletterario per dedicare maggior attenzione alle parole dello Yokozuna, il Campione dei Campioni di Sumo. Capisci che il suo sguardo non trasuda orgoglio, ma dedizione. Le sue parole non contengono superbia, ma umiltà. I suoi occhi non trasmettono facili scorciatoie, ma sacrificio e costanza. E forse capisci che l'incapacità di scrivere è legata a doppio filo al desiderio di rimpicciolire l'EgOrgoglio e di esercitarsi. Talento come desiderio di allenarsi. Shinseikai, scrittura, desiderio.
Lentamente apri un'altra finestra. Inizi a scrivere.
Non so se quello che hai scritto ti piace, ma hai cominciato. Hai cominciato a scrivere. Pieghi un angolo della bocca in una smorfia equivalente all'antenato preistorico di un sorriso, e continui. E così farai con la disciplina Shinseikai.
Se non mangi, mangerai
Se non scrivi, morirai
Una pagina bianca di un blog è dura come il primo allenamento di una nuova stagione. Assomiglia ad uno specchio assopito nella penombra di una sera bollente tardo-estiva, quando non ti muovi e la tua fronte cola, e il ricordo del freddo sembra impossibile. Non ti guardi allo specchio. Lo specchio non riflette, o forse non riesci a vederne bene i contorni.
O, più semplicemente, non guardi lo specchio per timore di incontrare uno sguardo diverso da quello che aspetti. Immobile, inizi a ricordare come tutte le partenze sono difficili, ed è la difficoltà che le rende speciali. E che ti rende vivo.
Inizi a sospettare che il famigerato blocco dello scrittore esista non solo nelle fantasie dei grandi letterati e di chi ha il talento e la disciplina per raccontar storie, ma sia presente anche nelle piccolezze di un blog e di chi tenta di raccontare non solo pensieri, ma anche forme.
[Venerdì, 27 Agosto, 2010]
Ho deciso, lo faccio
Questo foglio lo straccio
La prima visita del Sensei nei tuoi muscoli striati ti arricchisce di una pletora di sensazioni, alcune già vissute e riposte nell'armadio dei ricordi, altre già vissute e sempre nuove.
Corda.
Un balletto - grazia, forza ed elasticità - su lame incandescenti, dove il senso del tempo viene alterato esponenzialmente. Dieci secondi, poi altri dieci, poi altri dieci. Il primo minuto viene completato a fatica. Ce ne sono altri.
La grazia e l'elasticità vengono meno, mentre le parole del Sensei nella tua mente iniziano a colorarsi del riverbero della fatica che non riesci a scacciare, ma a rimandare di qualche secondo prezioso, fino al suono liberatorio della campana vicino al ring.
Finita una campana, ce n'è un'altra. E poi un'altra. Respira. Recupera. Respira. Il respiro è vita, pensi, e il Sensei te lo legge sul volto. "Respira correttamente".
Kihon.
Hai il terrore di sbagliare. Una gabbia fredda dentro un'altra gabbia fredda, quella di non esprimere sensazioni esplosive nella giusta maniera. Forse il tuo scrivere è solo uno stereotipo, un'immagine nella mente che non trova corrispettivo nel mondo reale ma solo in te stesso. Gabba che scrive poesie alle elementari e alle medie, che scrive canzoni da adolescente, che ne esegue altre da adulto. Forse solo un sogno sbagliato.
Heikō Dachi. Comandi. Inizio. I movimenti sono un po' impacciati, e non acquistano precisione man mano che i minuti-come-ore trascorrono. Gabbia fredda dentro altra gabbia fredda. Rompere la gabbia fredda della staticità e rompere quella di una scrittura inutile. Due obiettivi ambiziosi. Due prigioni di ghiaccio da sciogliere.
Potenziamento.
Mentre pensi al tempo che ti separa dall'inizio di nuovo anno accademico Shinseikai, scorri nella mente, come diapositive in bianco e nero, le immagini e i suoni e le sensazioni che hai lasciato per due mesi e che ritroverai - in breve tempo - nel fatidico primo allenamento.
Le flessioni sono quasi dolorose, e capisci che sono un piccolo campione di quello che sarà il programma che ti aspetta. L'ora-come-giorno sembra non finire mai, così come sembrano senza fine i movimenti che scandisci con i numeri giapponesi. Quelli li ricordi bene, anche nel velato torpore della fatica.
Yame!
Ringrazi il Sensei per il tempo che ti ha dedicato, e continui ad essere preoccupato. Le parole non fluiscono. Il corpo non fluisce. Sei ancora dentro due gabbie. Fredde. Intuisci una relazione tra le due gabbie (parole-corpo) non meglio definita, e pensi che quando il corpo inizierà a sbloccarsi le parole seguiranno la fluidità che ti aspetti.
[Domenica, 29 Agosto, 2010]
Altro scritto, altro foglio
Nella gelida gabbia
Un granello, l'orgoglio
In tempesta di sabbia
L'orgoglio non riempie magicamente un foglio di carta vuoto, e non ti porta magicamente ad una buona sessione Shinseikai. Hai due finestre sul tuo schermo: la spiegazione tecnica del blocco dello scrittore su Wikipedia e il documentario con Nicholas Pettas sul Sumo che contiene il volto dello Yokozuna che riempie gran parte dello schermo.
Metti in secondo piano l'onanismo pseudoletterario per dedicare maggior attenzione alle parole dello Yokozuna, il Campione dei Campioni di Sumo. Capisci che il suo sguardo non trasuda orgoglio, ma dedizione. Le sue parole non contengono superbia, ma umiltà. I suoi occhi non trasmettono facili scorciatoie, ma sacrificio e costanza. E forse capisci che l'incapacità di scrivere è legata a doppio filo al desiderio di rimpicciolire l'EgOrgoglio e di esercitarsi. Talento come desiderio di allenarsi. Shinseikai, scrittura, desiderio.
Lentamente apri un'altra finestra. Inizi a scrivere.
Shinseikai V - Un racconto breve, parte 2.
"E' ora di svegliarsi, Gabba".
La nuvola dell'inconscio sonnolento è ruvida e spessa, ma non abbastanza da impedirmi di ricordare l'incauta sostituzione della voce-Sveglia con la voce maschile di Falsoni, il clown-tenore più famoso di Bagnalia.
Decido che la vera causa di ciò è da imputare ai miei problemi con le donne, e spero che questa rivelazione si sostanzi in un impeto di adrenalinica reazione che mi aiuti a scacciare le streghe del sonno.
Nulla.
La testa continua a centrifugare sabbia desertica in maniera inelegante, ma la paura di risentire la voce della Sveglia-maschio - peggiore della precedente caustica muliebre - mi fa azionare automaticamente il comando di spegnimento.
Stavolta, però, mi sono fatto furbo: l'impostazione per interrompere la sequenza del risveglio non è più vocale. A quest'ora del mattino la voce non sarebbe riconoscibile neanche dalla mia vecchia, figuriamoci dalla Sveglia.
Batto le mani due volte e mezza, la Sveglia maschio acchiappa al volo l'occasione e con tipica solidarietà maschile spiattella senza ombra di pietà e misericordia le informazioni della giornata, incluse quelle inutili, per poi spegnersi indifferente. Tipico da maschio, ha fatto i suoi comodi e poi se ne va.
E' un lunedì. Niente pausa asciutta, e se ci fosse stata, non sarei stato in grado di percepirla.
Il synthè continua a far schifo. Fa più schifo del solito. O forse i residui delle papille sono stanchi. Forse uscirò.
Non so se quello che hai scritto ti piace, ma hai cominciato. Hai cominciato a scrivere. Pieghi un angolo della bocca in una smorfia equivalente all'antenato preistorico di un sorriso, e continui. E così farai con la disciplina Shinseikai.
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