Wednesday, March 30, 2011

Sequenza numero quattro.

"Unisci i puntini"

Non ricordo se già l'ho scritto, o se è solo un falso ricordo, ma farò finta che sia un argomento nuovo.
Dai, alzi la mano chi non ha mai impugnato, almeno una volta, la "Settimana Enigmistica". L'apoteosi della reazione. Il trionfo del classico. La letteratura colta del - per fortuna brevissimo - fancazzismo estivo.
Lo comprava la mamma, da lei ho imparato il Cruciverba Sillabico, le pagine per Solutori Abili, il rispetto per il Bartezzaghi e suoi congiunti, i Rebus, le Sciarade, le vignette del Tenero Giacomo e la contemplazione della fotografia in bianco e nero - in prima di copertina - di primati famosi più o meno moderni fotografati con un dagherrotipo. 
Imparavo guardando (lei che scriveva), ascoltando (lei che arrivava alla soluzione parlando da sola) e leggendo (le soluzioni già scritte). Simultaneamente, mio padre scrutava con nonchalance e  sguardo da Polifemo un quotidiano evitando di commentare le notizie.
Cosa mi rimaneva da fare, visto che la rivista ludico-estiva era - quasi - tutta risolta?
Le alternative (poche) andavano dal "Che cosa apparirà?" al "Unisci i puntini". Ed è proprio questa la metafora che ho utilizzato con Luca qualche giorno fa.
Si parlava di Karate. Shinseikai.
Esprimevo la mia perplessa frustrazione - dovuta al noviziato - nel trasferire quanto appreso dalla pratica dei Kihon (le basi: tecniche di pugno, di parata, di calcio, di movimento, di respirazione) correttamente nella pratica del Kumite (l'arte del combattimento). Proprio qualche lezione prima mi era sembrato di vedere un collegamento tra le due attività, durante un Kumite. Quello che ho imparato nelle basi è venuto (un poco più del solito) naturalmente durante lo sparring.
Qualcuno aveva acceso una candela in una stanza enorme e buia. 
Questa illuminazione è durata abbastanza da farmi capire che il collegamento esiste, e si chiama allenamento. La candela, poi, si è spenta, qualcuno ci ha soffiato sopra ed è ritornato il buio del principiante. 
La metafora utilizzata con Luca era proprio quella dell'unire i puntini
Quelle che sembrano tecniche singole (il disegno di un puntino su un foglio) appaiono meno significative se considerate disgiunte rispetto alle altre (gli altri puntini).
I maestri vedono i puntini già uniti, e quindi il disegno risultante. Gli agonisti sono capaci di unire i puntini dal numero 1 al numero 60 in pochi secondi. 
E io?
Passo il mio tempo al Dojo disegnando puntini. Alle volte traccio qualche linea. Quella volta avevo quasi visto una figura, derivata dai puntini che avevo disegnato. Non è durato molto, ma lo ricordo bene. Poi ho guardato una seconda volta, e ho visto solo i puntini. La figura era scomparsa, volata via nell'aere come un papillon de printemps.
Dannazione. Domani porterò i fiammiferi, se la candela si spegnerà farò in modo di riaccenderla.

(riguardo il disegno, il Sensei capirà)





Thursday, March 24, 2011

Honor Thy Father

Figli miei, lasciate che vi racconti di mio padre.
Mio padre era un uomo enorme.
Caracollavo con le mie scarpette da infante inizio anni sessanta, e camminando per la casa mi trovavo davanti un omone che aveva tutto in proporzione. Le mani erano due badili da cantiere, i piedi due portaerei, ed il cappello era grande come una cesta natalizia. Gigantesco, faceva talmente tanta ombra che d'estate non avevo bisogno dell'ombrellone e del cappellino.
Quando parlava era il tuono senza il lampo premonitore. Un suo avvertimento sonoro faceva tremare i pavimenti e spostare i mobili, dando dei continui grattacapi alla mamma che in pochi secondi rimetteva tutte le cose al loro posto. 
Crescevo, ma lui rimaneva un titano.
A scuola andavo mediamente bene, qualche problema con i numeri e qualche soddisfazione con le parole. L'unico tema delle elementari dove fui preso in giro riguardava proprio il mio papà: gli attribuivo un'altezza di sei metri, e quella frase fu vergata in rosso dalla maestra, con due punti interrogativi appaiati. Non riuscii mai a capire il perché di quella correzione: mio padre era alto sei metri.
Crescevo, e lui rimaneva alto come una montagna.
Lo vedevo che usciva prima di me, la mattina. Alle volte con gli occhiali da sole, alle volte con il cappello, con l'aria di chi va a sfidare il mondo. Una volta andai a trovarlo al lavoro: aveva una divisa, e credo - in quell'occasione - di aver visto l'uomo più bello del mondo. Non era solo alto, era anche elegante, ed indossava una specie di medaglia che sembrava d'oro massiccio. Per me era un ufficiale vestito in nero ed oro, e volevo essere lui.
Crescevo velocemente, e mi avvicinavo rimanendo comunque più basso.
L'adolescenza scacciò il bambino che era in me, e lo sostituì con un altro, meno simpatico.
Lui mi guardava, cercava di darmi consigli, suggerimenti e scorciatoie. Io non potevo ascoltare, ero troppo preso da pensieri che riguardavano solo me, e nessun altro.
La fase egotista durò per un po'. Lui era sempre lì.
Crescevo ancora. Divenni padre. Un certo numero di volte.
E, pian piano, capii il senso di molte frasi che ritornavano dal passato, come un riverbero di voce proveniente da qualche parte, che rimbalza nella tua testa e che stimola e fa scaturire altri ricordi, ed altre frasi.
Ora sono - tecnicamente - adulto. Verso i cinquanta. Ho la fortuna di avere voi, figli miei. Una bella famiglia. Ho la fortuna di praticare una disciplina dura. Ho la fortuna di praticare sport, di praticare la riproduzione musicale non meccanica, di avere alti e bassi e di essere nato e cresciuto in un luogo dove queste fortune sono possibili.
E, soprattutto, ho la fortuna di poterlo incontrare, e di potergli dire le uniche tre parole che - forse -  possono scalfire una montagna di granito come lui, ricordandogli che qualsiasi poesia, racconto, giocattolo, cadeau, non potranno mai descrivere quel che si prova per il proprio papà.


Tuesday, March 8, 2011

Sequenza numero tre.

Primo: non prenderle.

Quando studi la disciplina Shinseikai ti accorgi di molte cose che, normalmente, tendono ad essere date per scontate, e quindi sottovalutate: una buona (ottima) guardia può aumentare le tue possibilità di rimanere in piedi, la capacità di nascondere le tue difficoltà (un respiro rumoroso indica stanchezza tanto quanto le vituperate mani sui fianchi), affrontare il tuo avversario (o il tuo sparring partner) con strategia e tattica giusta, e molto altro ancora.
L'aver osservato un frammento di lezione privata, erogata dal Sensei, mi ha dato la possibilità di rubare con gli occhi alcune tecniche di difesa efficaci ed il loro posizionamento in priorità. Uno sport a contatto pieno prevede, appunto, il contatto, ed è (credo) inevitabile ricevere tecniche che l'avversario è ben felice di propinare tanto quanto te.
L'esempio che si è impresso nella mia mente riguardava la difesa da una delle tecniche base, un  mawashi geri gedan (calcio circolare basso). Mi permetto di riportare le priorità (in ordine inverso, dalla più bassa alla più alta) elencate dal Sensei:

Priorità Due: effettuare uno squat (piegamento verso il basso) della gamba in difesa per ammortizzare e diminuire - se possibile - l'impatto proveniente dal sune (tibia, verso il ginocchio) sull'area interessata. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Uno: effettuare un sune uke, richiamando appropriatamente la gamba in difesa al corpo con una direzione di 45° rispetto alla tecnica di attacco, che allo stesso tempo ammortizza e devia il colpo rendendolo inefficace. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Zero: effettuare un sabaki, scattando all'indietro con una spinta proveniente dalla gamba avanzata (mae), mandando a vuoto l'avversario e lasciandoci pronti per una possibile e rapida tecnica di attacco.

E' bello scoprire - ogni volta - che lo studio di un'arte marziale basata sulla disciplina del corpo e della mente, basata sulla formazione di un gruppo coeso e pronto ad aiutare i membri che ne hanno bisogno e soprattutto basata sullo spirito giusto cerca di evitare - sempre - il contatto inutile. Forse è proprio vero. Il sabaki è movimento, controllo, e preparazione della prossima mossa, qualcosa che può esserci utile nella vita di tutti i giorni.

Friday, March 4, 2011

Sequenza numero due.

Superato un ostacolo, ce n'è subito un altro.
Quando pensi di essere entrato in sintonia con l'ambiente in cui ti viene richiesto di essere parte attiva - da protagonista, da gregario o da semplice spettatore -  succede sempre qualcosa che ti riporta ad una condizione non ideale. Qualche esempio:

Devi cantare con il tuo gruppo, fino alla sera prima eri in forma e ora scopri di avere il mal di gola.
Devi sostenere un allenamento importante,  e ti svegli la mattina con la schiena bloccata o non propriamente funzionante.
Devi parlare ad un audience di un tema specifico, preparato da giorni, e l'argomento è cambiato e più ostico.

L'uomo fortunato, quindi, non è solo chi riesce a ricordare i propri sogni, ma chi riesce - tra le altre cose - a gestire il cambiamento. Per dirla con qualcuno: constant change is here to stay. Un appunto per me: non perdere tempo a lamentarti. Se vuoi davvero cambiare le cose, devi essere il primo ad accettare i cambiamenti.
Il cambiamento è vita.

Wednesday, March 2, 2011

Sequenza numero uno.

Fortunato l'uomo che riesce sempre a ricordare i propri sogni.
Da grande diventerà scrittore, poeta, verseggiatore incauto, stornellista o sceneggiatore dei dialoghi del Grande Fratello n. 109, sottopagato e - ovviamente - in nero.
Per tutti gli altri comuni mortali, ricordare un sogno è un avvenimento che condiziona il risveglio e la mattina, e che sbiadisce poi durante il corso del giorno.
Ancora ricordo il sogno di stanotte.

Siamo nel Dojo.
Fine allenamento.
Circoletto del gruppo dei Megatteri (persone di una certa stazza/altezza/peso/età, composto da me, Ivano, Dario, Luca, Lorenzo) intorno al Sensei. Si discute di Karate (ma guarda un po'), dell'imminente Kyu, degli acciacchi, degli agonisti, e di altre cose.
"Quando si terrà l'esame?" chiede qualcuno, credo Dario.
"Aprile, e forse anche dopo." risponde il Sensei.
"E il programma?" chiedo io.
"Dovresti già averlo." mi assicura il terzo Dan.
Silenzio.
Nessuno osa fare la domanda successiva.
Il Sensei nasconde un sorrisetto.
Luca prende coraggio. "E quando saremo pronti?"
Il Sensei esegue una micropausa ad arte, e ribatte: "Questo siete voi a saperlo".
Poi fa una pausa un po' più lunga, un sabaki con gli occhi, mi guarda, e dice: "Tu, sei pronto?"
...

E il sogno mi va a finire proprio sul più bello.
Ho provato a chiudere gli occhi di nuovo, ma il corpo mi ricorda che non sono dentro Inception e che il sogno è volato via.
Strano. Cerchiamo di delegare ai sogni quello che dovremmo già sapere nel diurno.
Sei pronto? Sei innamorato? Hai coraggio?
Solo tu puoi saperlo.


Wednesday, February 23, 2011

Vero o Falso?

Pensiamo sempre noi stessi come qualcosa di speciale, difficilmente raccontabile se non per mezzo di discorsi profondi o di metafore più o meno efficaci. E con noi, non sono di immediata comunicazione le nostre riflessioni. Alcune rimangono lì, in attesa di raffinamento. Altre salgono pian piano su e ci convincono di qualcosa. Altre ancora vanno velocemente verso l'alto e formano le nostre idee. Processi interni, che normalmente afferiscono all'area psicologica.
Poi, nel mezzo di una conversazione casuale, sono altre persone - esterne alle proprie sensazioni o ad un contesto particolare - che ci porgono - quasi violentemente - una illuminante verità su cui riflettiamo (magari) da mesi, a cui eravamo arrivati con fatica e convinzione.

Esempio.
Alla fine di una session, il grande musicista Marco Carpita mi chiede informazioni sulla disciplina Shinseikai, e da quanto tempo sono praticante.
Meno di due anni, rispondo.
Allora hai iniziato da poco. Non dovresti essere cintura gialla? - mi dice.
Gli dico che che il passaggio di cintura è soggetto ad un tosto ed attento esame Shinseikai, e che non c'è alcuna 'corsia preferenziale'.
Mi guarda. E mi dice, comprensivo: "Non ti regala niente proprio nessuno".
Vero.

Altro esempio.
Accompagnando Alex e Lara alla sessione di nuoto, si discute tra genitori la pratica del nuoto e dello sport in generale. Chi corre, chi calcia, chi nuota. Esprimo la mia ammirazione e passione per il nuoto, che non pratico più da qualche tempo. Una delle mamme mi chiede perchè. Racconto in maniera minimale la mia minima esperienza e i minimi risultati nel mondo del Karate.
Sgrana gli occhi, e mi dice: "Allora alleni anche la mente, oltre che il corpo."
Vero.

Mai sopravvalutarti, mai sottovalutare gli altri, nel Karate come nella vita. Nel Karate un colpo può mandarti al tappeto, nella vita una semplice verità detta da altri può farti sentire presuntuoso, e farti cadere ugualmente.

Tuesday, February 22, 2011

Baby steps.


Gli specchi del Dojo si limitano - silenziosi - a riflettere figure che scattano velocemente, e che sembrano rallentare per dar luogo ad un nuovo guizzo. I suoni sono sincronizzati ai movimenti, amplificati dal riverbero della sala adibita a Dojo e dagli allenamenti passati. Mi guardo ad uno degli specchi con l'angolo di un'occhiata sbilenca. Una macchia bianca, statica ma fuori fuoco.

Tecnicamente ho diciotto mesi. Non mesi qualsiasi. Mesi Shinseikai.

Un bimbadulto allevato nel Dojo, che indossa il Karategi, imprigionato nel corpo di un quasiquarantottenne che cerca di parlottare il linguaggio degli adulti (i Kihon), alle volte gioca con bambini più grandi (i Kumite) e spesso si limita a guardare cose e forme che non riesce a comprendere appieno (i Kata).  Tra qualche tempo sarà il periodo dei "perchè?", e degli interrogativi insoluti che cercano risposta. Ad ogni perchè ne seguirà un altro, come in una catena cinetica che il Sensei si premura di spiegare durante le lezioni.

Il bimbo è in posizione di partenza/attesa del comando. Cerca di liberare la mente da pensieri inutili, che ritornano dalla porta di servizio rimbalzando sulla possibilità di svolgere un allenamento A (dove pensa di aver eseguito bene i comandi e le tecniche, e verrà in seguito smentito), un allenamento B (dove crede di aver eseguito bene comandi e tecniche ma in realtà non l'ha fatto e viene smentito subito, pronto cassa) o un allenamento C (dove sente di aver sbagliato tutto e invoca un microscopio per recuperare l'Ego oramai ridotto a livello ångström). Pensando alle tre possibilità (A, B o C) la mente si riempie ed il bimbo perde la concentrazione ("perché la perdo?") e perde - soprattutto - il tempo per eseguire correttamente comando e relativa tecnica.

Forse il Karate corrisponde proprio a svuotare la mente di pensieri e del loro eco, per far posto alla concentrazione ed alla voglia di praticare. Del resto, il talento è anche perservare nell'allenamento. E non solo del Karate, ma anche di altre discipline. Correre, ad esempio. Scrivere. 

L'importante è ricominciare.


Tuesday, January 4, 2011

Dark Matter

Inside the vehicle the cold is extreme
Smoke in my throat kicks me out of my dream
I try to relax but it's warmer outside
I fail to connect, it's a tragic divide

This has become a full time career
To die young would take only 21 years
Gun down a school or blow up a car
The media circus will make you a star

Dark matter flowing out on to a tape
Is only as loud as the silence it breaks
Most things decay in a matter of days
The product is sold the memory fades

Crushed like a rose
In the river flow
I am I know

Thursday, December 30, 2010

Buoni propositi.

Una breve lista di buoni propositi Shinseikai per il nuovo anno:

- Restare calmi.
- Tenere le orecchie bene aperte.
- Respirare correttamente.
- Non perdere la concentrazione.
- Tenere la guardia alta.
- Adeguare la preparazione atletica.
- Mettere l'Ego ben al di sotto della Passione.

E i vostri?

Tuesday, December 28, 2010

Fratelli.

Prologo.
Erano fratelli. Non nel senso biologico della parola, ma nella dimensione più profonda, non immediatamente percepibile da agenti esterni, non intuibile con l’umano talento del comprendere qualcosa senza le sufficienti informazioni. Erano diversi ed uguali, ed alle volte, in intimità, era possibile vedere l’invisibile legame che li univa, come una corrente d’aria che lambiva i loro volti senza toccarli.

Uno era straidato su un letto d’ospedale, l’altro seduto a fianco. Sorridevano stancamente a turno, come a darsi il cambio in una ciclistica fuga in salita, l’inseguitore e la lepre che giocano a cedere all'altro il proprio ruolo per esser certi di arrivare al traguardo. C’era qualcosa di speciale negli occhi di entrambi, forse un consapevole momento di non ripetibilità. Come la vita. O la vita che se ne va.

Uno stava morendo, l’altro gli era accanto, pensando...

L’incontro.
Giacomo era un ragazzino introverso, pelle e ossa, carnagione chiaropallida, la tendenza a virare lo sguardo verso il basso e l’abitudine di schiarirsi la gola quando doveva dire qualcosa, anche di non importante. I genitori si erano separati l’anno prima, e viveva con la mamma, seguendola nel trasferimento ad un altro capoluogo dove avevano altre abitazioni, altri accenti, altre usanze. Era una strana giornata di autunno: vento tiepido ma atmosfera che lasciava presagire l'arrivo del rigore invernale come imminente. Giacomo si stava avviando al suo primo giorno nella nuova scuola, nella nuova città, nella nuova vita - con l’anno scolastico già iniziato, la città ben avviata, e la vita intorno a lui che correva senza ansimare.

Bussò alla porta semitrasparente della classe, causando un silenzio insopportabile e la magnetizzazione di tutti gli sguardi ostili degli studenti seduti sui banchi. Aspettò l’assenso della professoressa ed entrò piano, cercando di non sprofondare nella vergogna e nel fastidio di essere guardato ortogonalmente da quegli occhi senza colore e senza una curiosità sana. La voce della prof che scandiva il suo nome alla funerea audience era di carta vetrata, a grana grossa, e Giacomo - in quel preciso momento - sperò di scomparire. O almeno di essere ossidoridotto a livello subatomico. L'ossidoriduzione attraverso radioestesia - puntualmente - non si verificò, e Giacomo venne accompagnato dalla voce abrasiva al suo banco. Giacomo sedette, guardò a sinistra, a destra, controllando gli sguardi cinerei che man mano si spegnevano, e ricominciò a respirare.

"Ciao. Sono Alfredo Quattordici"

Non aveva notato la presenza al suo banco. Non aveva notato che i banchi erano per due persone. Girò la testa verso la voce, ed ammutolì, lasciando le labbra schiuse per diversi millimetri. Era un ragazzino come lui, ma era... diverso. Aveva la pelle scura, con qualche riflesso metallico, un vestito strano, due occhi profondi e grandi. Non aveva capelli. E sorrideva.
Oh capperi.
Giacomo sapeva benissimo cos'era un androide, anche se non ne aveva mai visto uno. Finora.
Giacomo cercò di ricambiare il sorriso alla meglio. Era stato il primo sorriso che aveva ricevuto da quando si era trasferito nel nuovo capoluogo, ed il sorriso di ritorno che aveva prodotto non si era rivelato un gran che. Il microdubbio lo rose scatenando la reazione incontrollata della mano nella tasca alla ricerca di qualcosa, un pegno da lasciare al ragazzino che l'aveva salutato per primo, vista la sua cronica manchevolezza con il parlato. Estrasse dalla tasca una pallina di acciaio, di quelle per costruire le forme geometriche. Pensò che come pegno iniziale di una amicizia robotica fosse veramente un disastro di irriverenza, ma in tasca aveva null'altro e non poteva far passare il momento. Alzò le sopracciglia due volte, e passò la pallina nelle mani - perfette - dell'altro, che prima lo guardò grato e incuriosito, e poi posizionò lo sguardo sulla pallina come se fosse il Koh-I-Noor. Il resto della lezione di quel giorno, per i due, passò senza importanza, tra le occhiatacce dei lugubri che lampeggiavano ad intermittenza.


L'amicizia.
Alfredo Quattordici venne a sapere parecchie cose su Giacomo e sul posto da dove veniva. Il padre di Giacomo era un Ingegnere che costruiva palazzi, e la mamma invece una Biomeccanica. Quando i suoi tornavano dal lavoro, la sera, litigavano fino all'ora di andare a letto. O almeno, Giacomo li sentiva in blatero fino al tocco di Morfeo. La situazione si trascinò per diverso tempo, e forzò la naturale pigrizia di Giacomo a cercare una ragione per rimanere, almeno qualche ora, fuori di casa quando gli strombazzanti rientravano dalle loro occupazioni. E questa ragione era ancora da trovare, ora che il papà e la mamma avevano deciso di percorrere due strade separate.

Anche Giacomo imparò parecchie cose da Alfredo Quattordici. La sua pelle era un composto di titanio, ed il numero dopo il nome era una convenzione imposta dalla legge. Ogni dodici mesi doveva rientrare - per una settimana - in un Centro Specializzato per il Cambiamento, dove veniva applicata una procedura che adeguava il suo corpo all'età anagrafica. Non mangiava, ma poteva apprendere. Era guardato malissimo dai suoi coetanei e generalmente osteggiato quasi apertamente (i movimenti per i diritti dei Pensanti sarebbero pienamente maturati solo cinquant'anni dopo), ma nessuno osava toccarlo per paura della sua forza e resistenza fisica. Era stato adottato dai suoi genitori perché non potevano avere figli, e legalmente inserito nella nuova famiglia tramite regolare richiesta all'Anonima Androidi.

Erano una strana coppia di ragazzini, che passavano molto tempo insieme, che alle volte non parlavano, e che venivano costantemente sbeffeggiati dalla comunità studentesca con vari epiteti, da 'Carne con Scatola' a 'gli RH Negativo'.  Alfredo Quattordici ne soffriva un po', ma non lo faceva vedere. Giacomo ne soffriva un po', ma non riusciva a nasconderlo. Spesso li vedevi passeggiare sulla camminata del laghetto vicino al centro residenziale, giocando a far rimbalzare i sassi come ranocchie o sdraiati sull'erba a lasciar passare il tempo raccontando sogni e speranze. Altre volte prendevano la Sotterranea e si recavano alla Vecchia Città, anche in zone non propriamente tranquille, Giacomo poteva contare sulla possanza fisica di Alfredo Quattordici, e Alfredo Quattordici sulla silente sagacia di Giacomo.

E proprio durante una di queste gite clandestine scoprirono un parco ben curato ed una palestra piccola, non pulitissima e tappezzata di vecchie fotografie, abitata da un Maestro, vecchio campione di arti marziali, che sarebbero diventati i luoghi dove trascorrere il tempo una volta finite le lezioni.

L'adolescenza.
Il tempo scorreva al ritmo dei Cambiamenti di Alfredo Quattordici ed alle alterazioni tricologiche di Giacomo. Alfredo Quattordici era molto bravo nella coordinazione e nella riproduzione dei movimenti del corpo, che cercava di insegnare a Giacomo. Giacomo era portato per la letteratura e le scienze, e si rendeva disponibile alle ripetizioni per Alfredo Quattordici. Avevano stretto un patto: l'uno doveva aiutare l'altro a superare le proprie difficoltà e debolezze nell'area in cui l'altro dimostrava eccellenza e talento.

Al parco, nelle giornate di sole, Alfredo Quattordici seguiva Giacomo nei suoi voli di fantasia e nei suoi giochi di rime.
"Cosa devo scrivere?" chiedeva Alfredo Quattordici.
"Non pensare a cosa devi scrivere, pensa a cosa vuoi scrivere." ribatteva Giacomo. 
"Vorrei scrivere il silenzio, e la natura.".
"Ottimo. Fai danzare le parole, cercale fino a che non si muovono come un corpo di ballo.".
"Vediamo... Inseguo il silenzio e lui fugge via".
"Bene. Bella frase. Cosa ti viene in mente per accompagnarla?"
"Devo fare la rima con via..."
"Daaai. Non devi farlo innaturalmente. Se la rima viene, lasciala, ma se la cerchi non la troverai.".
"Tra gli alberi corre, nel vento si perde".
"Buona, ma puoi migliorarla.".
"Come?".
"Cerca di descrivere meno, e di sentire di più. Cosa vuoi dire veramente?".
"Che cammino tra gli alberi e il silenzio mi fa paura, ed allo stesso tempo... è bello.".
"Ci sei vicino.".
"Inseguo il silenzio, si perde nel vento
 Il tempo tra gli alberi, cammina lento"
Giacomo sorrise. "Hai visto. Hai scritto una rima. Come ti è venuta?"
"Non lo so.".
"Ecco perchè l'hai scritta. E' la rima che ha cercato te, e non viceversa.".
Alfredo Quattordici sorrise, ed abbracciò Giacomo con lo sguardo.

Nella palestra del vecchio campione, quando pioveva, Giacomo seguiva Alfredo Quattordici nelle sue perfette rappresentazioni dei movimenti che aveva copiato guardando il vecchio maestro nei suoi allenamenti pomeridiani.  Giacomo guardava Alfredo Quattordici rappresentare le figure con la stessa aria assorta e rapita che Alfredo Quattordici assumeva quando Giacomo cantava i suoi versi. Alfredo Quattordici cantava la poesia del corpo con naturalezza, senza balbettii o indecisioni.
Alfredo Quattordici e Giacomo erano appaiati: uno proponeva una serie di movimenti di braccia, gambe e corpo in sequenza, e l'altro cercava di replicarli.
Alfredo Quattordici annunciò la sequenza, che eseguì subito dopo. 
"Guardia sinistra, Calcio circolare basso sinistro, Pugno sinistro, Gancio Destro, Piccolo Montante sinistro.".
Giacomo riprodusse la sequenza, aspettando le indicazioni di Alfredo Quattordici.
Alfredo Quattordici, con voce bassa, iniziò il commento.
"Hai sbagliato la posizione di guardia, le gambe devono essere leggermente piegate - come molle pronte a scattare. Il calcio circolare non era abbastanza... circolare, devi ruotare prima il piede e la gamba opposta e poi, con tutto il corpo, girare l'altra gamba cercando l'impatto in una zona che è circa dieci centimetri sotto il ginocchio. Hai eseguito le tecniche di braccia senza movimenti di anca e spalla, mancando il bersaglio e, nel caso del Piccolo Montante sinistro, la zona che hai colpito era molto più alta, quindi la tecnica si è dimostrata inefficace e...".
Alfredo Quattordici si interruppe, era entrato il Maestro.
Il Maestro si avvicinò quasi levitando sul pavimento, guardò prima Giacomo, poi Alfredo Quattordici, e tra il bonario ed l'ironico disse "E' arrivato il Maestro, il Maestro di Shinseikai.". L'altezza (percepita) dei due ragazzi raggiunse il livello del tatami, salutarono mogi il Maestro e si misero a disposizione nel lato in cui gli studenti usualmente studiavano forme e movimenti. Tutti e due credettero che la parola pronunciata dal maestro fosse il suo nome, e tra loro - da quale momento - lo chiamarono così.

La vita amorosa di Giacomo non era costellata di successi. Alfredo Quattordici aveva chiaramente percepito l'interesse di Giacomo per una brunetta vestita di scuro, che evitava accuratamente ogni possibile occhiata, dedicandosi invece a ricevere e rimandare guardatine a fusti delle classi superiori. Altrettanto chiaramente aveva percepito un'adorazione sfrenata, nei confronti di Giacomo, da parte di una ragazzina meno appariscente, con occhiali al seguito, che Giacomo ignorava (o meglio, faceva finta di ignorare). Questa storia dell'amore e delle infatuazioni monodirezionali occupò i cicli macchina di Alfredo Quattordici per molto tempo, senza soddisfare la sua curiosità o arrivare ad una plausibile spiegazione.

La vita sociale di Alfredo Quattordici non era costellata di successi. Giacomo percepiva ostilità e pregiudizio nei confronti di Alfredo Quattordici, che gli rimanevano attaccati come una visibile aura anche quando era solo. Gli androidi venivano visti - in essenza - come un male necessario, una rappresentazione dell'uomo quando l'uomo non era disponibile. Un sostituto. Giacomo pensava sinceramente che Alfredo Quattordici avesse qualità e sensibilità non comuni anche nel genere organico, e che la loro differenza strutturale non avrebbe mai messo a repentaglio una vera amicizia. Più Alfredo Quattordici veniva sottoposto ad ostracismo, più il legame con lui acquistava forza e resistenza all'altrui imbecillità.

L'età adulta.
Giacomo diventò un Biomeccanico, come sua madre, e data l'enorme richiesta di personale specializzato trovò lavoro quasi immediatamente in una multinazionale che costruiva parti di ricambio e software per uomini in età avanzata, lavorando nel reparto di ricerca e sviluppo.
Alfredo Quattordici diventò personal trainer, e riuscì ad agganciare il filone delle attrici famose in OloTV, che consideravano gli androidi come l'unione - ideale - tra una guardia del corpo e un istruttore con un talento speciale per potenziare corpo e psiche.
Non riuscivano ad incontrarsi tutti i giorni, anche se lavoravano nella stessa città, ma avevano mantenuto la vecchia abitudine di incontrarsi al parco per comporre sonetti (se splendeva il sole) o nella vecchia, polverosa, indimenticabile e romantica palestra a far flessioni e sentire i suggerimenti del Maestro, sempre arzillo ma accompagnato da un bastone di legno non lavorato su cui poggiava i combattimenti vissuti ed accumulati durante gli anni.
Intorno al trentunesimo Cambiamento di Alfredo Quattordici, in un pomeriggio di sole nel parco, Giacomo iniziò ad inventare e declamare un sonetto che parlava di un incontro casuale, di batticuore ed inappetenza, di fiori regalati e voglia di urlare felicità al mondo. Alfredo Quattordici non aveva mai provato sensazioni simili, ma aveva capito che Giacomo era innamorato. Si fermò, i grandi occhi aperti che fissavano lo spazio avanti a sé, ed iniziò a sussultare impercettibilmente. Giacomo, a sua volta, capì che Alfredo Quattordici stava piangendo. Di gioia.
Un paio di Cambiamenti dopo Giacomo e la compagna ebbero la fortuna di avere un figlio, maschio. Giacomo non ebbe il minimo dubbio sul nome: sarebbe stato quello del suo Amico della vita, senza il numero che continuava a rinchiudere suo Fratello nella schiera dei quasi uomini. Il piccolo Alfredo non divenne solo la luce di Giacomo e signora, ma anche quella dell'androide che figli non poteva avere.
Gli incontri al parco e nella piccola palestra continuarono, in tre.

Tempo dopo, durante un'estate particolarmente calda, Alfredo Quattordici iniziò a manifestare qualche anomalia. Non riusciva ad esprimersi correttamente, soffriva di balbuzie, rimaneva fermo e silente più della sua abituale ed inorganica flemma.
"Dovresti farti visitare.".
"D-d-da-a chi? Il mio progetto è sta-a-a-a-to abbandonato...." lunga pausa " dieci anni fà.".
"Proverò a vedere in azienda, facciamo tanto per gli uomini attraverso componenti robotiche, potremmo aver fatto qualcosa per gli androidi attraverso parti organiche." cercò di farsi coraggio Giacomo, ma la sua voce era traballante, senza cognizione nè convinzione, sospettando qualcosa di serio.

I sospetti di Giacomo furono confermati da uno specialista:  Alfredo Quattordici aveva raggiunto uno stadio in cui ogni Cambiamento poteva essere fatale. Il suo involucro non poteva più essere cambiato, ed allo stesso tempo l'involucro stava causando la degradazione o la perdita delle funzionalità più elevate. Le sue investigazioni in azienda diedero esito negativo: tutti i capitali per la ricerca e sviluppo venivano indirizzati per la sostituzione di parti organiche con componenti biomeccaniche, e non viceversa.
Alfredo Quattordici stava morendo.

Epilogo.
... a tutti quegli anni passati insieme, e al significato della parola fratello.
Giacomo sedeva, e non riusciva a smettere di sorridere, e di piangere. Non c'era bisogno di questo, per scoprire cos'è un fratello. Non c'è bisogno di perderlo, per capire affetto, amore, rispetto. Avrebbe voluto esser lui, un organico, su quel letto, al suo posto.
Alfredo Quattordici schiuse le labbra, a fatica.
"Vivi ... ama per me, fratello".
Cercò la mano di Giacomo, e gli passò l'oggetto che aveva custodito, con robotica cura, per tutto l'arco della sua vita: una piccola sfera d'acciaio, il pegno dell'amicizia che neanche la morte riesce a scalfire.

 [Un sentito grazie ad Isaac e Cyril per l'ispirazione :-)]

Friday, December 17, 2010

La Lista Nera.

Grazie alle mie presunte o vere capabilities di hacker, sono riuscito ad identificare l'indirizzo IP dell'iPhone del Sensei, utilizzare nmap per effettuare lo scanning di tutte le porte TCP e UDP non bloccate, rilevare la presenza di un microserver SSH installato tramite JailBreak sul telefono e quindi connettermi - da remoto - cercando di forzare la password attraverso un brute-force attack. Con soli 28 minuti di tentativi, giusto il tempo per un brunch, ho effettuato il fetch della password e sono riuscito ad accedere alla famosa blacklist del Sensei, di cui faccio il publishing di uno snippet in real time, e che conto di rivendere a giornali specializzati per raccogliere fondi con cui conto di comprare un manuale per scrivere in italiano non inquinato dall'informatica o acronimi e una dentiera post-rappresaglia-Sensei.

  • Gabba si lamenta del suo Sensei.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei.
  • Gabba fa gesti strani ed equivoci con la mano.
  • Luca scappa via per giocare a calcetto invece di partecipare al turno non-agonisti.
  • Gabba si addormenta e russa.
  • Lorenzo si rifiuta di prendere la dose di bromuro.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei.
  • Tullio non sa fare la doppia capriola carpiata come se fosse Antani.
  • Gabba parla troppo o non parla affatto.
  • Gabba scambia il Gedan con il Jodan e viceversa.
  • Gabba ha l'iPhone 4.
  • Antonio mangia dolci di nascosto e in contumacia.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei (Ma perchè tre volte, chiedo. Lascia fare, mi risponde.)

Il resto sarà pubblicato a puntate su 'Picchiare Oggi' in edizione limitata.  Adesso esco, vado a fare una visita ad un venditore di urne cinerarie che mi potrebbe far comodo, fanno degli sconti speciali agli spilungoni...

Wednesday, December 15, 2010

Un racconto Shinseikai: i tre cercatori.

A volte si incontrano storie così intense che sembrano scritte per romanzi stampati su carta di second'ordine. E se anche il genere - commedia, tragedia, satira - viene dimenticato, e il finale lasciato nello scantinato dei ricordi - l'assassino è il maggiordomo - qualcosa comunque ci rimane dentro.
Non sappiamo bene cos'è, non sappiamo descriverlo adeguatamente, ma ci da fastidio quel sassolino nel cuore che lascia effetti collaterali strani e inaspettati, come gli occhi umidi, una discreta difficoltà nell'esprimersi correttamente e un tumulto interiore a prova di mille camomille.
Questa è una di quelle storie. Ve la racconto così come l'hanno raccontata a me, e la persona che me l'ha raccontata non è un tipo affidabile, per cui prendere o lasciare.
E' ambientata in un paese lontano, dove non c'è una sola lingua ma tanti idiomi e tante maniere per dire quello che, nel mio paese, si dice con una sola parola. E, senza ulteriore indugio, eccola qui.


Qualche tempo fa, in un posto in capo al mondo, ho conosciuto un gruppo di Cercatori, che aveva lo scopo di snasare, trovare ed impossessarsi di qualcosa che non era possibile trovare nel proprio paese. I Cercatori erano in tanti: io me ne ricordo tre.
Uno era soprannominato il Maestro, praticava una disciplina dura, era sempre in movimento e alle volte lo vedevi correre. Dico, non riuscivi proprio a vederlo. Era una macchia sfocata, subito sparita, ma lo sapevi che era lui.
Uno era soprannominato il Profondo, sapeva scendere nelle profondità della terra, dove c'è solo calore, lava e morte, e riusciva sempre a cavarsela. Aveva due mani come due badili, e le usava per andare giù e per tornare su.
Uno era soprannominato il Cantore, sapeva descrivere le cose con liriche e poesie, a giocava sempre a far le rime. Di quello che scriveva uno teneva e dieci buttava. E se gli chiedevi "Perchè butti quel che scrivi" rispondeva "Perché è già scritto".
Me li ricordo bene, erano tre spilungoni, ma diversi. Quelle rare volte che entravano in locanda insieme gli inservienti facevano segni strani riguardo la loro altezza.
E proprio una sera d'inverno li incontrai in una taverna, mangiavano una zuppa calda.
Chiesi di accomodarmi, e mi offrirono il loro piatto. Inchinai il capo per ringraziare, e dopo aver finito la mia razione chiesi loro cosa cercavano.
Il Maestro disse "Cerco il mio limite. Cerco di capire quello che valgo. Cerco di migliorarmi e nuove maniere per arricchire la mia disciplina ed essere un Maestro migliore".
Il Profondo disse "Cerco una strada nuova. So scendere all'inferno e risalire, e anche se rischio la vita ogni volta vorrei capire se esistono altre strade da percorrere".
Il Cantore disse "Cerco l'ispirazione per scrivere qualcosa che posso rileggere. Cerco di scrivere qualcosa che possa ispirare anche gli altri".
Guardammo il fuoco nel camino, per un po', e poi ci si salutò per coricarci.
Non li vidi più per diverso tempo.
Tornai alla taverna molte volte, chiesi di loro, ma non li trovai.
Passò la stagione del freddo e delle piogge, ed arrivò quella dei fiori. E, una sera, trovai il Maestro, il Profondo ed il Cantore allo stesso tavolo, ma con il camino spento.
Erano proprio loro, ma avevano un'altra aria. Erano diversi. Chiesi se potevo sedere al loro tavolo, e feci portare tre piatti in tavola per sdebitarmi della loro gentilezza invernale, sorrisero ed accettarono l'invito.
Quando ebbero finito di mangiare si confidarono.
Il Maestro, a bassa voce, disse "Ho cercato e trovato il mio limite, l'ho superato tra mille e trenta avversari, difficoltà e dolori, e ho capito qual è il mio prossimo ostacolo da superare: un nuovo limite che scruta il vecchio limite come se fosse un infante".
Il Profondo, guardando la finestra, disse "Ho trovato una strada nuova, e va verso l'alto, non dove c'è roccia e lava e morte, ma verso le cime della montagna, tra nuvole e acqua, e sarà ancora più difficile da percorrere".
Il Cantore rimase in silenzio. Prese un foglio di carta, ed iniziò a scrivere: "Ho accompagnato il Maestro ed il Profondo nelle loro avventure, cercando l'ispirazione. Ho trovato storie, gioie, lacrime, persone. Ho trovato così tante cose che le parole non mi sembrano abbastanza."
Li vidi uscire, uno ad uno, con espressioni differenti, lunghi come tronchi d'albero, e mi domandai cosa chieder loro quando li avrei rivisti.


Dicevo, quello che mi ha raccontato questa storia non è uno affidabile. E' uno che gira per taverne. Ma la storia sembra credibile. Ho chiesto ad un mio amico, un bravissimo disegnatore, di tenere gli occhi aperti, tante volte li trovasse insieme da qualche parte.
Se li troverà, mi farà un disegno, così avrò la prova che i Cercatori esistono e che stanno inseguendo qualcosa che non è solo la loro ombra.


Saturday, December 11, 2010

Made in Japan: Strange Days

Anche i menestrelli e i contastorie alle volte si inceppano come un vinile troppo ascoltato. La quantità di informazioni e sensazioni accumulata in pochi giorni inizia a stimolare qualche effetto collaterale, sono pieno di idee e non ho il talento e lo stile per vergarle su carta (si fa per dire), e il lessico, i trucchi ed i modi di scrivere che mi sono stati insegnati fino ad oggi non sono abbastanza. Sono giorni strani.

È dicembre pieno e sembra primavera, la vista di un Gaijin (uno straniero) mi provoca un negativo sobbalzo interiore, penso a togliermi le scarpe prima di entrare nella microcamera, sulla scala mobile mi posiziono automaticamente sulla sinistra, sono circondato da persone che si mettono in fila e non cercano di passare avanti, i pasti caldi e buoni costano meno di dieci euro, tecnicamente compio 47 rivoluzioni solari, sono a Tokyo, in Giappone, ho visto un maestro ed un amico dimostrare il coraggio di essere uomo, ho conosciuto un altro amico che è stato il mio Virgilio, invento storie immaginifiche che traslate in scrittura sembrano panni non lavati, rimango senza fiato nei giardini e nei templi di questo paese, il mio inglese ha raggiunto livelli stradali, impugnare un cucchiaio sembra un gesto goffo, e - non ultimo - mi domando se riuscirò ancora a scrivere qualcosa di sensato nel prossimo futuro.

In questi strani giorni ci sarebbe materiale per mille storie, storie strane e belle. Prima o poi le troverò, quelle dannate parole, ma non ora. C'è un tempo ed un luogo per tutto, ed ora è tempo di viverlo, prima di scriverlo.
Auguri Gabba, sei un tipo fortunato. Hai passato i compleanni precedenti a pensare, passa questo ed eventuali altri a vivere, donare felicità, amare chi è lontano, sorridere di più.

"Cherish your life while you're still around"
:-)


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Location:Tokyo, Japan

Wednesday, December 8, 2010

Made in Japan: Shinseikai e cuore.

Parte I - L'arrivo.

L'aria, nella hall dell'albergo, inizia a diventare elettrica. Il nostro sguardo è fisso sulla porta scorrevole dell'entrata, aspettando l'arrivo di Tanaka Kancho, che si palesa sorridente e pronto per portarci nel luogo dove si insegna la via. I passi verso la stazione di Kyoto sono elastici e silenziosi, e le poche parole di Tanaka Kancho vengono intercettate e tradotte da Lorenzo, il nostro intermediatore con i suoni, i segni ed i sogni di questo mondo così lontano.
Il viaggio in treno sembra interminabile, e man mano che ci allontaniamo da Kyoto il contatto con la realtà sembra essere cambiato, l'esterno è poco illuminato, le scritte in inglese svaniscono, le scritte in Romaji sono tenute al minimo, si parlotta a bassa voce, parte qualche sorriso sovrapposto alla tensione per l'evento che si sta per compiere.
Alla stazione ci accolgono i membri Shinseikai con le loro vetture e sorrisi larghi come meloni giapponesi. Non sembra di essere in trasferta, ma a casa!
Le strade sono buie, non illuminate, e Kyoto sembra essere distante come Arcturus, si scambia qualche parola in macchina, sempre con Lorenzo nei panni di Google Translate, fino all'arrivo in una struttura illuminata.
Si esce dalla notte per entrare nella scuola, nell'evento, nell'emozione.

Parte II - I bambini Shinseikai.

Ci è concesso l'onore di seguire attivamente il turno dei bambini, con il riscaldamento, i Kihon, ed il Kumite. I miei occhi si velano e rimangono umidi nel vedere questi esserini, vestiti con il Karategi, che ci guardano sorpresi e divertiti mentre ripassiamo le basi insieme a loro. In loro vedo le facce dei miei figli e mi commuovo, e spero che non si veda: chissà cosa fanno Melissa e Mirco, e Alex e Lara. Ogni tanto incrocio lo sguardo con qualcuno di loro. I più coraggiosi tengono lo sguardo e sorridono, e il cuore mi si scioglie, e non posso fare a meno di riflettere su quanto due culture siano diverse e quanto i sentimenti possano renderci molto simili.
Arriva il momento del Kumite. Capiamo che i bambini dovranno affrontarci, ci disponiamo larghi sul tatami, e ad un comando di Sensei Iwasaki i bambini scattano per venirci incontro, spesso gareggiando a chi arriva primo per affrontare il Gaijin di turno. Qualcuno sorride, qualcuno ha uno sguardo beffardo, qualcuno è imbronciato: tutti si battono come leoncini, e qualcuno è talmente piccolo che non posso fare a meno di incoraggiarlo (Ganbatte!) mentre tira Tsuki e Geri con una frequenza e potenza impressionante per la loro età. La lezione dei teneri bimbi giapponesi volge al termine con la concentrazione, lo stretching ed il saluto finale, che mi regala un'emozione da raccontare quando lo spazio ed il tempo saranno propizi.

Parte III - La prova.

La prova di Filippo parte piano, ma acquista subito il ritmo e la potenza di un esame duro, e speciale. Le basi (i Kihon), le tecniche ai Pao (i colpitori) si susseguono in maniera impressionante, lasciando pochissimo spazio a distrazioni o a pericolosi cali di concentrazione. Tutta l'attenzione dei giudici, ed in particolare del giudice Quarto Dan Shinseikai, è rivolta a Filippo. Cerco di guardare e di interpretare le movenze e le espressioni facciali dell'esaminatore, con scarsi risultati. Il Glaciale non fa una grinza, ma riesco a scorgere tantissimi cenni con il capo - dall'alto verso il basso - che nel linguaggio dei segni comune, valido per fortuna anche in Giappone, equivale all'approvazione. Dopo l'equivalente di due lezioni Shinseikai (e chi frequenta il Dojo sa perfettamente qual è l'impegno richiesto) viene il turno dei Sabaki, gli spostamenti laterali utilizzati per difesa ed attacco. Filippo sceglie il suo partner (guarda caso, il Sensei Iwasaki), ed illustra al Glaciale diverse tecniche che ammutoliscono tutti gli studenti, e non solo loro.
Il Glaciale stavolta annuisce palesemente, e non l'ho solo intuito. L'esame sembra interminabile, ed il meglio deve ancora venire.
È il turno dei Kata (le forme), movimenti belli, ipnotici, mortali. Il Dojo è silenzioso, riempito dai suoni delle forme ed il fruscio del Karategi, a volte morbido, a volte teso. I Kata lasciano posto alla prova dei trenta Kumite, trenta combattimenti senza interruzioni, trenta ostacoli che durano un minuto e mezzo che durante l'esecuzione - credetemi - sono molto, molto più lunghi.
I combattimenti si susseguono ed il tempo inizia ad allungarsi, e sembra non finire mai. Molti degli avversari vengono messi al tappeto, si rialzano, anche a fatica, e continuano a combattere: non è concessa nessuna scorciatoia, nessuna via breve, c'è solo fatica, sudore, coraggio, e soprattutto lo spirito giusto.
Man mano tutti gli studenti, e anche gli avversari, iniziano con gli occhi (noi italiani anche con la voce) ad incoraggiare Filippo per affrontare avversari che non indietreggiano, non si tirano indietro, combattono come un vero Samurai sa fare. "GANBATTE, FILIPPO" urlo, non ti arrendere, la strada è ancora lunga.
Il Glaciale scrive sulla lavagna segni provenienti da Marte, ed io ho perso il conto, non riesco a volgere gli occhi dal tatami, come mesmerizzato.
Gli ultimi Kumite sono eseguiti con le cinture nere, la prova - da dura - diventa quasi impossibile.
Cosa ci porta a superare i nostri limiti? Lo spirito giusto. Il ricordo di persone care. Il ricordo di chi non c'è più. Il coraggio. L'aiuto di tutti gli studenti del Dojo. La forza di combattere per chi non può farlo. L'immagine dei propri cari. La determinazione.
Il trentesimo squillo del timer ci trova in lacrime, le nostre e quelle del nostro Sensei. Non ho più paura di commuovermi. Non ho più paura.
Il Dojo diventa lacrime, applausi, urla. Il Dojo diventa festa.

Parte IV - La festa.

Il Dojo si è trasformato. Da concentrazione, ad azione, a festa. I volti sono sorridenti, Filippo è un Terzo Dan. Mi si avvicinano tutti salutando, mi parlano in Giapponese, io non capisco ma sorrido - sinceramente - e ringrazio. È tempo delle foto di rito. Mi viene concesso l'onore di intrufolarmi nelle fotografie scattate da fotocamere e migliaia di cellulari bianchi rosa grigi neri perla fucsia gialli, tutti uguali, che lampeggiano allegramente come fossero fuochi d'artificio, che cercano di immortalare il momento, come se serbarlo fuori dal cuore fosse importante. E forse lo è davvero. Quante volte potrò essere qui ancora? Quali sogni possono avverarsi? Mentre velocemente ci cambiamo e ci riaccompagnano alla stazione, mi chiedo se un giorno potrò ritornare. Alle volte la fortuna capita una sola volta nella vita. A me è capitata quattro volte, e forse capiterà ancora. La fortuna, alle volte, trova alcuni ostacoli, duri come le pietre che Filippo ha spezzato nel Dojo di Kyoto. E spezzarle sempre dobbiamo, quelle pietre.
L'immagine che mi congeda dal Dojo di Kyoto è quella del saluto del maestro Iwasaki. Riesco solo ad inchinarmi ed a dire "Sensei...". Lui sorride, e si inchina (davanti a me, cintura bianca, ultimo arrivato) più in basso di me.
Gabba.

Tuesday, December 7, 2010

Made in Japan: La prova.

Oggi giorno d'esame. Poche parole, molta concentrazione, e la giusta tensione che ci accompagnerà fino a stasera.
Mokuso!





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Location:Kyoto, Japan

Monday, December 6, 2010

Made in Japan: Da Tokyo a Kyoto


Il trasferimento da Tokyo a Kyoto mi regala qualche momento di riflessione sui confini tra modernità e tradizione.
Basta una sola vita per comprendere la storia e la cultura di un popolo? E' sufficiente avere un approccio compilativo - o di ricerca - per comprendere dove inizia la tradizione e finisce la modernità? O forse bisognerebbe semplicemente 'vivere' l'esperienza attraverso la quotidianità?
Non credo di saperlo, non credo ci sia una soluzione. E, nel caso del Giappone, la sfida sembra essere impari. La barriera del linguaggio e la sua complessità intrinseca e storica mi impedisce qualsiasi contatto non occasionale con la cultura giapponese, di cui intravedo qualche spiraglio grazie alle pazienti spiegazioni (a volte ripetute) di Lorenzo.
Sono sul treno per Kyoto, una meraviglia tecnologica che permette ai vagoni di fermarsi esattamente dove le persone attendono, con una fila ordinata, di poter entrare. E sullo stesso treno, il controllore e la ragazza che vende i refreshments effettuano un grazioso inchino quando entrano e quando escono, come ad omaggiare il viaggiatore-cliente e ringraziarlo per aver portato il soldo quotidiano. Metafora banale, forse, ma vederla dal vivo è (fortunatamente) non così scontata.
Intanto mi godo un viaggio in un treno pulito, silenzioso, preciso. Un sostantivo e tre aggettivi che, nel paese da dove vengo, spesso non possono essere coniugati.
E, una volta arrivato a Kyoto, vorrei passare un parte del pomeriggio in un giardino così... ;-)












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Location:Kyoto,Japan

Sunday, December 5, 2010

Made in Japan: Kyoto Dreams

Ed eccomi qui, guardando il sole che sorge nella terra appropriata, sfruttando gli ultimi minuti prima di prendere il treno per Kyoto.
Il primo segmento di viaggio è volato via, ne restano due, che avranno temi diversi. Ascolto le ultime note dei corvi che mi fanno compagnia, mentre il giorno rischiara mente e corpo...


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Location:1丁目,Ota,Japan

Made in Japan: Kamakura Day

I treni, in Giappone, hanno qualcosa di ipnotico. La voce che annuncia la stazione sembra essere molto cortese ed allo stesso tempo distante, le persone - costantemente - intermediano la propria comunicazione attraverso cellulari, quasi tutti della stessa forma, qualcuno legge libri in verticale, qualcuno dorme, a volte qualcuno parla. Cose apparentemente normali, che qui diventano aliene e quindi più interessanti. Perché normali e diverse e straniere e gemelle. Il treno come metafora della comunicazione e dell'incomunicabilità, e non solo come mezzo di trasporto. Forse dovevo proprio venire in Giappone per scoprirlo.
Oggi il treno mi ha portato a Kamakura, un posto meraviglioso, che ho potuto assaporare grazie alla compagnia dei miei compagni di viaggio. Sensazioni difficili da spiegare, come se la capienza delle parole non rendesse giustizia alla potenza dell'impatto visivo.
Proverò a spiegarlo attraverso figure prese durante il giorno. Un'altra metafora, un presunto parolaio che (in)comunica attraverso fotografie di un giorno non ripetibile...











































E' vero, lo scopo di un viaggio non e' arrivare, ma oggi ero felice di essere arrivato a Kamakura. Non riesco ad immaginare una maniera più bella di chiudere la prima delle tre parti del mio soggiorno in Giappone.
Domani: Kyoto.


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Location:1丁目,Ota,Japan

Made in Japan: Shinseikai training e iperdensità.

L'esperienza giapponese sta diventando densa, e riportarla con parole inizia ad essere difficile. La giornata di ieri è durata 36 ore, con un buon training Shinseikai in una palestra dove si allenano i campioni di K-1, e dove - vicino ai sacchi - ho visto una foto con dedica di Andy Hug. Sono stato veramente colto dall'emozione, e spero di poterci ritornare. Ho perso il conto delle volte in cui sono stato in Metro e dei distretti che ho visitato, ho conosciuto Roberto, un artista eccezionale che vive e lavora a Tokyo, sono stato ad Asakusa per una visita al famoso tempio, poi una sana sessione Shinseikai e - stranamente sopravvissuto - appuntamento a Shibuya per cena.
Il tutto, frullato insieme, mi ha anestetizzato fino a stamattina, quando accendendo il telefono ho scoperto di avere fatto questa foto:






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Location:1丁目,Ota,Japan

Saturday, December 4, 2010

Made in Japan. Before the Storm.

Una mattinata di sole, temperatura gradevole, i corvi che per una volta non emettono quel tipico lamento assomigliante al richiamo di suocera, una giornata intera, da vivo e da spendere a Tokyo: una mattinata perfetta.
Alcuni pensieri ed episodi della giornata di ieri riaffiorano alla mente in maniera compressa, spicciola e adattata al modello giapponese, che cerco di elencare di seguito:

- Sia benedetto l'inventore del Washlet. Mai tecnologia fu più apprezzata in quei momenti dove sei solo e devi esprimere tutto te stesso (la toilette).
- L'inferno, se esiste, è un posto ipertecnologico e pieno di giocattolini da comprare, come il quartiere di Akihabara, ma tu non hai la carta di credito oppure ci lavori come uomo delle pulizie.
- La moda giapponese è esattamente incomprensibile come la moda Italiana. L'universalità del cattivo gusto.
- Non è vero che i giapponesi sono robotici e senza sentimenti, ieri sera abbiamo avuto due ospiti a cena e si sono dimostrati ampiamente organici, almeno fino alle 23. Poi sono andati in stand-by.
- Il mio lessico giapponese è aumentato del 100% in pochi giorni. Adesso so dire 'Mi scusi'.
- La metro di Tokyo dovrebbe essere preservata dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità.
- I giapponesi sono estremamente gentili, ma se devono passare attivano la modalità 'Muted Caterpillar' e per passare nuclearizzano come schiacciasassi gli sfortunati avventori innanzi posizionati.
- Ogni fermata della metro di Tokyo ha un suono singolo e distinguibile, come una suoneria di cellulare programmata da Bach sotto acido lisergico.

Oggi primo allenamento giapponese, seguirò il Maestro nella sua avventura. Spero che al ritorno non dovrò comprare un biglietto per ogni parte del mio corpo che prenderà la metro, andrei immediatamente fallito.


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Location:1丁目,Ota,Japan

Friday, December 3, 2010

Made in Japan: Size counts.

Svegliarsi con qualche ora di anticipo ha sempre qualche vantaggio: ad esempio, stamattina sto godendo di una nipponica tempesta d'acqua (non la definirei pioggia), scrivendo il mio blog da una lobby con vista umida su vero giardino giapponese, lasciando al Sensei l'utilizzo della stanza condivisa (si dorme in due ma è utilizzabile da una sola persona alla volta).
La stanza ha un tatami, due letti altezza tatami (futon, credo si chiami l'oggetto), un ingresso omeopatico ed un bagno motorizzato Mitsubishi modello Terminator. Il tutto ha dimensioni lillipuzianamente gradevoli, che stimola una profonda riflessione sullo spazio vitale vero e presunto.

La mia giornata inizia ora, si va a caccia di esperienze, e di una colazione :-)


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Location:1丁目,Ota,Japan

Thursday, December 2, 2010

Made in Japan - Day One

Che giornata!
Sono a Ota (Tokyo), e non dormo da un certo numero di ore (26?). Condivido una stanza con il Sensei che è minuscola, bella e giapponese.
Le prime impressioni del mio Giappone sono mescolate ad adrenalina, caffè, tempura, sonno arretrato, illuminanti e profonde lezioni di cultura giapponese regalate da Lorenzo, suoni e colori diversi, stanchezza ed euforia. Non riesco a disegnare una metafora decente, ma credo che il Giappone sia come un pianeta gemello, ma eterozigote. Sono un ospite appena arrivato, che terrà la bocca chiusa ed occhi e orecchie bene aperti.
A domani


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Location:1丁目,Ota,Japan

Saturday, November 27, 2010

To sleep, perchance to dream.

Alle volte le parole non sono abbastanza. Cercherò di trovarle per descrivere il viaggio, anche se un grande scrisse "The point of a journey is not to arrive", lo scopo di un viaggio non è arrivare.


Wednesday, November 17, 2010

Giovedì

Saturday, November 13, 2010

Shinseikai Stars - Parte seconda: Un racconto.

E' un sabato mattina di metà novembre, alle volte fa freddo, alle volte fa caldo. Si chiama autunno, e le mezze stagioni ancora esistono, anche se per poco. Il Dojo è inagibile (lo stanno pulendo a fondo, succede ogni Anno Santo), ieri sera ci siamo allenati extra, e stasera ci si allenerà di nuovo. Quale migliore occasione per andare in gita, recuperare un po' di forze, scoprire luoghi caratteristici e ristorantini nascosti?
Decidiamo di partire alla ventura. Si va tra Lazio Toscana ed Umbria, non troppo lontano né troppo vicino. Il tempo è variabile, come se non si decidesse a piovere ma neanche a tirar fuori una soleggiata da squaglio e sudaccia improvvisa. Perfetto per il nostro scopo ed il nostro umore.
Ci contiamo: siamo io, Lorenzo, Massimiliano ed il Sensei. Luca è di turno in famiglia e declina l'invito. Faccio un rapido controllo delle risorse del giorno:
  • iPhone carico all'80%
  • Serbatoio pieno all'80%
  • Portafoglio con 80 Euro
  • Per la legge dell'80/20, 20% di voglia di guidare.
e quindi gli astri sono allineati, ricchezza sfrenata su quasi tutti i fronti.
Decidiamo con quale macchina andare. Quella del Sensei è troppo rossa, non va bene. Quella di Massimiliano è troppo piccola, non va bene. Quella di Lorenzo è troppo Mercedes, non va bene, e poi Lorenzo ha la cervicale ancora scossa dalle scosse del Sensei di ieri sera. Non rimane che la GabbaCar. 
Messo all'angolo, trasformo la difficoltà in un'opportunità e mi propongo come autista e chaperon, a patto di decidere per intero sulla colonna sonora del viaggio. Incautamente gli altri accettano la proposta, ma non sanno che li aspetta un'autostrada a base di Slayer, Metallica, Megadeth, Fear Factory, Motorhead, Fates Warning, Iron Maiden ed altri che farebbero impallidire il figlio cattivo del Predator di Schwarzenegger.

...

Si parte, e parte la musica.
Lorenzo inizia a raccontare aneddoti di vita dai più divertenti ai più toccanti, ed ogni volta, quando il suo accento vira verso il maremmano, si intuisce di arrivare allo Zenith del significato dell'universo. E poi quel significato viene tirato giù, sarcasticamente, come si tira giù un vestito dall'armadio, per dimostrarci che la vita va anche presa in giro.
Massimiliano parla del suo lavoro e della sua passione, di quello che sta combinando in questo periodo, della voglia di esplorare l'estero e di misurarsi con nuove esperienze, professionali ed umane.
Il Sensei parla del prossimo viaggio in Giappone, delle prove che dovrà sostenere, della preparazione psicofisica, di quello che vorrebbe vedere e di nuovo scoprire nel Sol Levante.
Io guido e ascolto. Mi piace ascoltare. Ogni tanto le conversazioni si incrociano, virano verso altro, ritornano lentamente a prima, si spostano, si scambiano, si intrecciano, si dividono e poi si ricongiungono. Si ride, si sorride, si parla. 
"Gabba, perché stai zitto?" - dice il Sensei.
"Ascolto."
Il Sensei prende l'iPhone dalla tasca, e scrive sulla sua lista nera: Gabba Ascolta.
Gli altri due ridono tra il toscano e il romano.

...

Verso le undici e mezza ci fermiamo in un autogrill per un ricambio idraulico. Si prende un caffè. Vado in cassa per pagare dopo breve e inutile colluttazione con il gruppo (perderei comunque), faccio lo scontrino, e cerco di avvicinarmi al bancone per un 3+1: tre normali e un decaffeinato. Il bancone in realtà è una fitta selva di primati già riprodotti (con prole) che sbranano brioches e svalangano cappuccini e caffè macchiati caldi su tazze fredde e viceversa. Non passerebbe neanche uno spillo. Inizio a muovere lo scontrino in aria con mosse di flamenco, cercando di attirare l'attenzione. Nulla di nulla. Si avvicina Lorenzo. 
"Beh... 'sti caffè?" - mi dice.
Io guardo la foresta di panze appoggiate al bancone e alzo le spalle.
E qui spunta il genio. Le definizioni di genio sono molteplici, e varie. La definizione che mi diverte di più è relativa al bipede che sa cogliere l'occasione e l'intuizione nello stesso istante. Lorenzo guarda prima il bancone, identifica la barista, e poi guarda Massimiliano che sta sfogliando una rivista.
"Massi, vieni un po qui, vieni."
Massimiliano si avvicina, Lorenzo bisbiglia qualcosa all'orecchio, Massimiliano si avvicina al bancone con un sorriso passepartout, dalla terza fila dice qualcosa alla barista che sorride a sua volta, annuisce, catapulta tre caffè più uno deca su un vassoio rococò con biscottini a lato, e lo porge al latore del sorriso. 17 secondi netti, contro il mio flamenco di 3 minuti e mezzo. Un caffè alla Pietro Mennea. Evito di guardarmi allo specchio quando usciamo dall'autogrill e torniamo alla macchina.

...

Sull'autostrada ci si rilassa guardando il paesaggio e le nuvole gonfie, massicce ma non minacciose, e si continua a parlare, a sognare il Giappone, a raccontar di campioni, di botte, di gaffe, di amori perduti e ritrovati, delle speculazioni internazionali di valuta (soprattutto Yen), ed il tempo - come raramente accade - ci è dietro e non davanti. Siamo quasi arrivati, mancano dieci minuti alla libagione, ed il sole decide di mostrarsi magnanimo, regalandoci anche i colori della campagna. 
Scendiamo dalla macchina, lentamente ci avviamo verso il posto prescelto al manducar di festa. Vediamo la serranda del ristorante chiusa, e sopra un cartello con scritto: "CHIUSO". Un vecchietto con la coppola, seduto su una sedia cambriana in legno massello guarda le nostre bocche spalancate e ci dice: "L'è chiuso".
Iniziamo a sospettare che non mangeremo nel posto prescelto.
Chiediamo al vecchietto il ristorante più vicino, e con un irresistibile accento ci ridireziona a dodici chilometri, cucina genuina senza alleggerimento portafoglio. Ci congeda (e congela) con una premonizione: "Badate, è sempre pieno di gente". Il sole, in quel momento, ci mostra la sua solidarietà e si nasconde dietro una nuvola grigia.
Ci rimettiamo in macchina, fiduciosi, trepidanti, un po' affamati.

...

Arriviamo al luogo indicatoci dall'avo. Un ingresso scarno al pianterreno, e sopra un'insegna: "Da Ornella". Proviamo ad entrare, il posto è pieno, sono le due passate e non di poco, e si rischia di non mangiare. Una signora corpulenta porta un tiramisù ad un tavolo, ci nota e sta per avvicinarsi. Un unico pensiero ci accomuna in telepatia: guardiamo tutti e tre Massimiliano, senza dire nulla. Lui ci guarda, e la sua faccia implora "Stavolta no...". Noi lo guardiamo, con l'espressione "Ti tocca". A mali estremi, estremi rimedi. Massimiliano, per spirito cameratesco, si adegua, e tira fuori un sorriso anabbagliante, seguito da un "C'è mica un tavolo per quattro, signora?". La signora guarda Massimiliano, sorride e risponde "Ve lo trovo io", e poi guarda noi, in sequenza. Il minuto successivo siamo al tavolo. Alle deità ed al Massimiliano volendo, si mangia. Dalla finestra il sole diventa di nuovo contento e si fa vedere.

...

Primo secondo contorno e caffè, e data la presenza del Sensei tralasciamo il dolce, stasera ci si allena. Passeggiamo per il borgo tra vicoli di sanpietrini umidi ed angoli dove il tempo non solo si è fermato, ma ha deciso di non aggredire il passato. 
Un'ora dopo, il sole s'è un po' stancato ed inizia ad allungarsi come uno sbadiglio. Bisogna tornare, le borse da Dojo sono in macchina e stasera ci si allena. Si va.
Il viaggio di ritorno è più silente, la concentrazione necessaria per l'allenamento inizia a salire pian piano e di solito il viaggio di ritorno sembra sempre più corto.
Vicino Orte una pattuglia dei Carabinieri ci ferma per un controllo. Nessuno di noi tre osa chiedere a Massimiliano un sorriso da forze dell'ordine, potrebbe uscire un risultato non atteso. 
Sbrigata la formalità del controllo documenti, si prosegue verso Roma, dove arriviamo ch'è buio e si va al baretto vicino al Dojo per un ulteriore caffè. Stavolta i caffè non sono 3+1, sono un quattro secco, la caffeina mi serve per tirare due lezioni, agonisti e post-agonisti. 
Si ripensa alla giornata passata insieme, e pian piano tutti i Senpai e gli studenti iniziano a rendere il Dojo vivo.

...

Alla fine dell'allenamento, vado da Lorenzo e Massimiliano con l'espressione "E anche questa è andata...". Loro sorridono. Si avvicina il Sensei, ci chiede perché ridiamo. Ripensavamo alla pattuglia dei Carabinieri e al sorriso mancato, rispondiamo. Sorride anche il Sensei. Dobbiamo immortalare il momento, penso. Chiamo Luca e Dario per farci fare una foto insieme, quattro mani sono meglio di due. E, uscendo dal Dojo, il nostro sorriso non si spegne, non è a comando, ma viene da dentro.

Nella foto, da sinistra a destra: Lorenzo, Massimiliano Varrese, il Sensei ed io. Un abbraccio a Lorenzo e Massimiliano per aver passato qualche ora insieme, anche se virtuale, e uno al Maestro per la sua pazienza nel leggere invenzioni semplici di uno studente complicato.




Thursday, November 11, 2010

Romanzo Shinseikai.

Nell'attesa che il romanzo Shinseikai veda la luce, il collegamicostudente Luca Mascelloni ha creato, disegnato e realizzato la copertina.



Cosa ne dite?

Wednesday, November 10, 2010

Proverbi Shinseikai

Presto e bene devono andare bene insieme, altrimenti vai al tappeto.

Chi trova un amico trova un buon sparring partner.

Chi ha tempo non si è accorto che il timer della palestra è spento.

Ne uccide più lo tsuki della spada.

Al dojo non si invecchia.

Nel dubbio fai un sabaki.

La speranza è il pane delle cinture bianche.

L'uomo propone ed il Sensei dispone.

Il karategi è come il pesce, dopo tre allenamenti puzza.

L'occhio del Sensei ingrassa il cavallo fa male.

Il kumite è bello quando dura poco.

Meglio un giorno da karateka che mille sul divano.

Chi vivrà si allenerà.

Chi fa più pugni che non vuole, o t'ha gabbato o gabbar ti vuole.

Chi non era zoppo, impara a zoppicare.
...

E voi? Ne avete altri?

Tuesday, November 2, 2010

L'uomo in nero.


Cielo nero uomo nero portami via lontano lontano da qui insieme ai miei pensieri senza punti senza virgole senza pause raffiche di colpi difficili da parare e che non posso evitare portami via non per morire ma per rinascere ogni volta ogni notte di lacrime asciutte... 

L'uomo in nero guarda la sua maschera e poi se stesso, allo specchio. Il costume nasconde la maggior parte delle cicatrici e delle ferite accumulate in anni di lotte, di battaglie a volte vinte. Ricorda benissimo il costume appena confezionato, il suo odore, le cuciture artigianali eppure resistenti, funzionali allo scopo. Ricorda ancora meglio le evoluzioni del costume, da semplice intermediario tra il suo segreto ed il mondo esterno, a vera e propria armatura adatta a continuare il suo lavoro. La parola lavoro lo fa sorridere.

Lavoro... io non ho mai lavorato. Non nel senso classico della parola. Ho imparato presto ad ingoiare l'orgoglio per nascondere l'odio, a sostituire la rabbia con un sorriso di circostanza, a ripassare mentalmente le tecniche di combattimento facendo finta di bere superalcolici. E, con gli anni, il mio fardello è sempre più pesante, come se ogni anabasi notturna restringesse il tempo a mia disposizione, e sostituisse le mie ossa con pietre scheggiate...

L'uomo in nero indugia ancora sulla maschera. La guarda come se guardasse un altra parte di sé, e non come una complicata mistura di polimeri fusa ed adattata sul proprio volto. A quest'ora della notte le ombre della caverna danzano insieme al caleidoscopio di luci che provengono dalla sala computer, senza un preciso suono. L'uomo volge la testa verso il basso, ed aspetta che l'incubo di ogni notte arrivi, puntuale, come un coltello al cuore annunciato dal giorno prima.


In fondo che cosa cerco? Cerco giustizia. E per combattere il nemico, quello che ha violentato la mia infanzia, non c'è altro modo di affrontarlo se non con le stesse paure che hanno determinato il mio secondo volto. Non c'è tempo per i sofismi, non c'è tempo per eleganti allegorie. C'è solo il tempo di aspettare la notte, e di agire.


L'uomo in nero alza le braccia per indossare la maschera. Lo specchio, ora, riflette l'oscurità perfetta. L'adrenalina batte nelle tempie come la notte, come ogni notte, come ogni battaglia. L'uomo sorride, mentre il dolore al deltoide sinistro si riaffaccia ricordandogli la lotta e la caduta della notte scorsa. Un suo errore. Dopo tanti anni c'è sempre qualcosa da imparare. E stanotte se ne ricorderà.

Attrezzi nella cintura, ok. Armatura, ok. Coperta termica, ok. Comando di emergenza, ok. Vettura, ok. E' l'ora di andare. Ho paura, ma la paura passa presto. Quello che devo fare è ben più importante della mia paura, e rimarrà dopo che la paura sarà svanita.


L'uomo in nero si accinge ad uscire. Sarà un'altra notte di quelle. Un ometto scivola silenziosamente elegante dietro di lui, aprendo la porta della caverna.
"Farà tardi, padron Bruce.".
Non è una domanda, è un gentile e rassegnato commiato.
"Si, Alfred, prepara l'infermeria e non aspettarmi.".
Bruce Wayne va a dormire, e Batman inizia la sua notte. Oscura.


Sunday, October 31, 2010

Il Karate, un Fax e l'agilità.


Sono al lavoro, scravattato, in equilibrio tra cose da fare non rimandabili e affari del secolo dirompenti. Ottobre non ancora maturo, fa caldo e poi fa freddo e poi caldo e poi il mal di gola maledizione che non ci voleva ero appena guarito ma non importa mi allenerò con le fiamme nella trachea o senza, tanto è l'istesso.

Arriva un messaggio del Sensei.
"OSU!Quandohaicinqueminutiditempotidevochiedereunfavore".
Quando il Sensei chiede la mia attenzione lascia gli spazi nello spogliatoio dell'iPhone.

Paro il messaggio con un Sune Uke e tiro un messaggio di ritorno.
"Quando       vuoi       no        problem".
Quando voglio l'attenzione del Sensei abbondo negli spazi come fossero gratis.

Passano cinque minuti dove i colleghi costruiscono e distruggono imperi, edificano mausolei di parole e guardano e riguardano una striminzita e sgradevole brochure di prodotto come fosse l'Odissea.

Il mio not-so-smartphone vibra ancora. Guardo.
"OSU!Sonoin(nomecliente)edhobisognodimandareunfaxperl'iscrizioneallagaradel31Ottobre".
Affari Shinseikai. Aggiusto le priorità del Creato ed eseguo un renice di ogni singolo task dall'Arca di Noè ad oggi, lasciando spazio per il fax.

Faccio ballare le dita sulla virtual tastiera dell'iCoso ed invio fotonica risposta.
"Va       bene,       manda          dettagli        e        numero".
Passano altri cinque minuti e ricevo mail con le informazioni.
Mi reco al fax.
Faccio tredici (13) tentativi consecutivi senza riuscire ad inviarlo e capisco che dall'altra parte:

a) non hanno un fax
b) hanno un fax ma è spento o non funzionante
c) il fax è acceso ma la testa del ricevente no.

Dopo aver chiamato il numero capisco che la situazione è tra b) e c), ricordandomi del buon vecchio Gassmann e di quando interpretava il pugile suonato ("i cazzotti fanno male, fanno."). Un altro paio di tentativi e riesco a mandare il Fax per l'iscrizione alla gara di oggi. Stampo la ricevuta, e la metto in tasca.

Verso l'ora dello Shinseikai, mi reco con un mio mascellonico collega al Dojo, vedendo il Sensei Testarossa da lontano e sventolando il foglio della ricevuta in beffardo piglio cameratesco, con una fallace intenzione di volatile ricatto. 
Il Sensei alza un sopracciglio. Esibisce un Kagi-Tsuki a curvatura 9 senza pugno, per far scomparire il foglio dalla mia mano, che passa nella sua in pochi millisecondi.

Guardo la mano.
Prima c'era un foglio, ora non c'è più.
Con un espressione ebete vado nello spogliatoio e penso che (forse) uno dei segreti del Karate non è la forza, ma la leggerezza e l'agilità.