Wednesday, June 1, 2011

Mirco

Il giovane e segaligno poeta staccò la penna, intrisa d’inchiostro e sudore, da quello che una volta era un virgineo foglio di carta, elegante e spessa, quasi avesse un nerbo e carattere preciso invece di comparir mero supporto al pensiero altrui. Il suo respiro era affannato, e sussultando cercava di sugger l’aria e riposar membra che però non avevano corso, né faticato sui campi riarsi dall’estate.
Non sono un poeta, pensò. Sono uomo di scienza.
La stanchezza del ragazzo, però, era reale, tanta la passione nel far danzare i propri pensieri e celebrarli sul palco dell’arte di raccontar cose che vengono dal proprio dentro e farle capire a chi risiede stabilmente nel proprio fuori.

“… Ma sedendo e mirando - interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Spazi …”
 
Una sinfonia di parole, sequenze che si intrecciano, si guardano e si rifiutano, si corteggiano e si amano, si fuggono e si cercano, e si illuminano l’une con le altre. Le parole a formare una scala a pioli dove ogni passo ci affatica ma ci rende più vicini alla meta, al tutto.

Il ricercatore e presunto cantore non era soddisfatto, però. Un emistichio fuori posto, subito cancellato. Una parola, come una nota in un dorico assolo che poteva essere omessa, o forse legata. “sovrumani Spazi”, ripensò il solitario artista. Ecco il passo di danza sbagliato! Le labbra dello scrittore fremettero d’impazienza, quasi ad anticipare l’elegante movimento del pennino che corresse, sulla filigrana, il verso incriminato e continuò lo scritto ed il viaggio interiore in:

 
“… Ma sedendo e mirando, interminato
Spazio di là da quella, e sovrumani
Silenzi, e profondissima quiete
Io nel pensier mi fingo, ove per poco
Il cor non si spaura.”

“Grazie, o dea dell’arte e dell’amore” pensò, grato delle parole ispirate che continuavano a rimaner vive anche dopo esser state chiuse e sigillate nel foglio di carta a perenne sfida contro la memoria e il tempo. La gratitudine per sé e per la propria musa ispiratrice portò il raccontatore in uno stato di ebbrezza, dove le parole quasi si inanellavano senza sforzo alcuno, e con continua attenzione per non rompere la preziosa ma fragile sequenza:

“Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio.”

Il vorrei-esser-un-cantastorie si concesse un piccolo lusso a cui, in genere, non era avvezzo: la rilettura di quanto scritto fino a quel momento. La composizione era soddisfacente, le parole giuste, giusto il tono. Non si beava mai di quanto era da sé composto, cercava in continuazione il perfettibile, la piccola magagna, l’asperità da limare, il concetto da accorciare, l’emozione da cantare, l’erbaccia in agguato in un cespuglio di lavanda e rose. E non riuscì a trovarlo, dannandosi per la sua emotività e come sempre capendo che ciò rappresentava la spinta a scrivere, la discesa su cui iniziare a correre per far andare veloci le parole tanto quanto i pensieri.

Ma c’era qualcosa.

Non riuscì a capire subito se era un metter o un levare, un troppo o un poco, un vuoto o un pieno. Si accorse troppo tardi di una goccia di sudore che cadde sulla carta, fortunatamente mancando la propria scrittura. L’acqua evaporò rapidamente, attirando l’attenzione del letterato. “L’acqua, madre d’ogni bene.” pensò.
L’acqua, la vita, la sua gioventù, le passeggiate in riva al mare, insieme ai suoi pensieri e la sua voglia di fuggire e salpar per nuove rotte. Il mare.
L’artista-ricercatore riprese la penna e vergò, di getto, il foglio concludendo il proprio lavoro:

“Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
E il naufragar m’è dolce in questo mare.”

E, dopo la poesia, l’infinito silenzio.

Tuesday, May 31, 2011

Melissa.



Non ricordo come tutto è iniziato. Anzi, lo ricordo benissimo.

Incontrai Melissa qualche tempo fa, mentre passeggiavo in una zona centrale della mia città, era caldo ma non troppo, c’era il sole ma non troppo, c’era gente ma non troppa, l’aria mossa ma non troppo. Ricordo una coppia di pensionati che trascinavano le zampe di chi è stanco, lasciando dietro di loro un binario di gelato al cioccolato che si scioglieva, ma non troppo, mentre cercavano di schivare i banconi dei venditori ambulanti e lo sciame di avventrici che rovistavano i capi d’abbigliamento ben ordinati e disposti come una tipica fila italiana davanti ad uno sportello delle Poste.

Non mi chiamò lei direttamente, ma si fece sentire. Era più giovane, ma con lo stesso caratterino. Voi non conoscete Melissa, io si. Il sorriso di Melissa ha il riflesso di mille iceberg scintillanti e non contaminati dal buco dell’ozono, la sua camminata è un passo di danza, il suo scatto è quello del Borzov dei tempi andati prima che iniziasse a doparsi, le sue battute taglienti come trappole per lupi marsicani. Una volta le dissi: “Non andare al limite, perchè ti farai male”. Lei mi rispose: “Pensa per te, ‘che non ti reggi in piedi, stupido bipede monodotato”. Dal tono medieval-Kantiano capii subito di avere a che fare con un cipiglio ribelle gentilmente depositato su un labirinto di voglia di vivere, frammisto a sprazzi di genio e di gentil depressione. E m’interrogai per giorni sul monodotato. Ma sto andando fuori tema.

Dicevo, si fece sentire lei. Fui sorpreso dapprima, ma dopo 16 minuti non lo ero più. Lei era li, mi invitava da qualche parte, ma dopo pochi istanti voleva fare qualcos’altro. E io perdevo la pazienza, o almeno si capiva dai miei intermittenti sbuffi nasali abarth. Voleva autonomia ma essere seguita, voleva l’acqua ma anche il vino, voleva tutto e niente, profumi e balocchi, viaggi e dormite, voleva luce solare e tenebroso buio.

Poi decise che non poteva continuare a vivere da sola, anche se le Melisse sono primati molto selettivi e scelgono con cura le proprie compagnie. Prese una giraffa (all’epoca più piccola, ora il suo collo la sovrasta di una Melissa e mezza) e la spupazzò, la allevò con molta tenerezza e dedizione, e con la giraffina (in divenire un Giraffone) si mise alla ricerca della propria identità.  Le chiesi più di una volta cosa stesse cercando, ed ogni volta, in forma anglobarocca, mi rispose: “None of your business, traballante tondino pieno di boria e foriero di consigli non richiesti”. Dal tono sicumerico-introspettivo, capii che il caratterino non le era cambiato affatto, e che il labirinto di voglia di vivere era diventata una città tentacolare, variegata di fantasie veloci ed accelerazioni emotive oltre la velocità del suono. Ma sto ancora andando fuori tema.

Negli anni che seguirono, adottò altri due compagni di strada, che la seguivano quasi sempre e con poca manutenzione a carico: qualche pasto caldo e un giaciglio. Il primo era un extraterrestre proveniente da Arcturus, alto la metà di lei, con denti auguzzi, peluria di verso variabile e cipiglio analogo proporzionale all’altezza (interminabili discussioni, ma divertimento garantito). Il secondo company pet era una bambola bionda automatica ancora più bassa dell’ufetto dentiaguzzo e che essenzialmente aveva due modalità operative corrispondenti a due bottoni pigiabili sulla schiena: Pipa e Lagna. La modalità Pipa attivava l’automa spostando il dito pollice destro all’interno del cavo orale e stimolando l’atto del succhiare (facendo la mossa della Pipa, appunto). Tale modalità poteva solo essere interrotta dall’attivazione della modalità Lagna, dove la bambola scoppiava in un pianto dirotto e stavolta sproporzionato rispetto alle sue effettive dimensioni.

Alle volte potevi trovare Melissa, il Giraffone, l’alieno e la bambola passeggiare per le vie del centro, e Melissa non era certo tenera con tutti e tre. Ma era paziente. Il Giraffone voleva l’erba, e poi non la mangiava, e Melissa si industriava per inventare situazioni che stimolassero i pochi succhi gastrici del quadrupede. L’alieno (chissà in base a quali condizioni) lanciava strali verbali incomprensibili, o richieste formulate al contrario, e Melissa cercava di decodificarle, e di soddisfarle se possibile. La bambola ogni tanto era difettosa, si bloccava sulla modalità Lagna e ogni volta Melissa le dava una saracca sulla schiena per riportarla alla modalità Pipa.
Quando succedevano tutte e tre le cose insieme Melissa andava in conflitto di interessi (soprattutto il suo) e iniziava a ballare il tango elettrico argentino suonato a volume 16 su 10, che quindi sembrava una sinfonia di undici chitarristi metallari rinchiusi a vita in una prigione segreta e poi fatti uscire per 15 di minuti di assoluto relax.

Poi Melissa cambiò piano dimensionale, e non ebbe più la compagnia al seguito. Un giorno si chiuse nel suo appartamento, studiò testi di filosofia e statistica, di sociologia delle masse ed epistemologia delle messe, studiò l’intera opera di Alberoni, ne staccò delicatamente ogni pagina e la riciclò in sala da bagno, lesse la Bibbia, il Corano, il Necronomicon, i Racconti Romani di Moravia e le allegre poesie di Leopardi. E i mesi passarono. E Melissa studiava. Studiava l’impero Romano e l’impero Berlusconiano, il Medioevo e il Nuovoevo, il Paleolitico e le nuove dittature. E mesi su mesi passarono, lenti come un film di Sergio Leone visto sotto acido. E Melissa continuò a studiare, come per estinguere un’inarrestabile sete di sapere. Studiò economia e finanza, italiano e inglese, gastronomia e scienza dei razzi, etica e cibernetica. Fino a che, in una bella giornata di primavera, usci sul balcone, respirò a fondo, e disse sottovoce: “Mi sono rotta i coglioni”. Dall’espressione artistico-ermeneutica, capii che era in atto un altro cambiamento. E che la città tentacolare che rappresentava la sua voglia di vivere era diventata un universo, dove i corpi celesti dell’intuito, della spontaneità e dell’esperienza si attraggono e respingono con leggi Maggiori ancora non conosciute. Ma oramai sono sicuramente fuori tema.

Quando partì per il suo viaggio mi lasciò un biglietto, che ancora conservo tra le mie cose più care. Da allora non ho più avuto il piacere di guardarla, di vederla muoversi come un principe tra i principi, di notarla appena mentre fluttuava da una situazione all’altra. Voi non la conoscete Melissa, io si. Come acqua di fonte. Può gelarti come acqua di fonte d’estate, e ristorarti come acqua di fonte d’inverno. La sua lealtà verso le scelte è stata d’esempio anche a persone che hanno il doppio della sua età, come una memoria che riacquista colore al variare dell’intensità emotiva. Che ti riempie, ti pervade, e dentro diventa viva come una bestia senza nome fatta di spine ed anche di velluto. Ma oramai il tema è quasi finito.

Ancora oggi, alle volte, mi pare di intravederla, tra la folla. La seguo, ed una volta raggiunta, scopro che invece di Melissa c’è un’altra persona con occhi di bovina espressione e voce di capresco ciarlare. E anche se la sua assenza mi colpisce, le mie mani sfiorano, ancora, lo scribacchiato fogliettino-reliquia ormai consunto e ridotto ad un velo. Non ricordo quel che c’è scritto. Anzi, lo ricordo benissimo:

           
            Il mondo è troppo piccolo per me.   

Sunday, May 1, 2011

Backspacer.

Tante volte ho pensato alla sequenza numero sette. Ed in tante guise, una differente dall'altra. Ed ognuna non descrive abbastanza la centrifuga che sembra avere preso il posto del cuore. Le passo in rassegna mentalmente, come carte da gioco: sembrano tutte prese da mazzi di carte differenti, sembrano tutte mie ma nessuna carta veramente mi appartiene. L'unico elemento veramente attivo in questi giorni è stato il tasto Backspace. Più inizio a scrivere e più cancello. 

Il fatidico giorno levai le membra dal mio giaciglio, contemplando, nella penombra - solo per pochi istanti - la forma del cuscino che lentamente ritornava alla quiescenza, pensando: oggi è il giorno dell'esame Shinseikai. Sembrò tutto normale, e tutto diverso. La casa silente, il coacervo di caciaroni fuori, la voglia di essere già lì, karategi indossato, pronto per il riscaldamento, e la voglia di aspettare ancora un momento propizio per la prova d'esame, ben conscio che aspettare - alle volte - non è consentito.
Cancello. Non sono io.

Lo studente guarda fra le dieci dita
la bianca cintura che vi tiene stretta;
e indugia - tanto è candida e perfetta -
ad indossarla come preferita.
Ma dato il giro primo ecco s'affretta:
e quel che stringe par cosa scipita
per l'occhio intento all'esame che l'aspetta...

Cancello. Troppo tronfia. La poesia, nel 2011, interessa a pochi.

Questo non è un punto di arrivo, ma solo un punto di partenza.
Ogni lezione, in realtà, è una prova d'esame.
La cintura gialla non ti alza di un centimetro.
Cancello. Il mondo è già pieno di bellissimi aforismi.

Ho già cancellato, in sequenza:
- Un acrostico SHINSEIKAI fatto in rima inclusiva.
- Un breve racconto ambientato negli anni '70. Ometto la trama, potrei riusarla.
- Una lettera al Sensei.
- L'esame visto dagli occhi dei miei figli, utilizzando il loro gergo.
- Un montaggio video fatto con un brano che richiama il titolo di questo post.
- La combinazione di tutto quello scritto sopra in un post ciclopico.


Rimangono alcune righe scribacchiate, un sogno, una cintura gialla - nuova di pacca - ed una cintura bianca, che porto sempre in borsa. 
La cintura bianca è uno stato mentale, un luogo ed uno stimolo. 
E' quello che sento di essere, è da dove sono partito e dove potrei tornare se manca lo spirito giusto, e lo stimolo a crescere ed evitare pericolosi autocompiacimenti.

Friday, April 15, 2011

Sequenza numero sei.

Accetta gli errori.

Non solo i tuoi, ma anche quelli degli altri. Possono essere un momento di crescita.

Monday, April 11, 2011

Sequenza numero cinque.

Lui.

E' imprevedibile, Lui
Lo nomino al maschile, non sono sicuro del suo sesso, non credo ne abbia uno. E non credo abbia importanza. Facile dire che non ricordo esattamente quando mi sono accorto, per la prima volta, di Lui.
Credo sia stato durante i primi anni di scuola, le mie elementari in bianco-e-nero. 
Papone con la cravatta e una camicia grande quando un lenzuolo King Size, mamma con i denti in fuori, sorella-bambola a fianco, assoluta mancanza di aggeggi elettronici in casa, a parte una televisione ritardata (partiva prima il sonoro e poi - dopo minuti - le immagini) e un giradischi con chassis in legno, marca GRUNDIG, con il selettore in bachelite per i dischi da 33 - 45 - 78 giri. Quel giradischi mi ha accompagnato dai quarantaquattro gatti a Emerson, Lake & Palmer. Niente male.
Insomma, anni sessanta, verso la fine. 
Eravamo a scuola. Dovevo recitare una poesia. Scelsi il Carducci. Mi piaceva, Giosuè: "Il divino del pian silenzio verde". Sentivo - durante la lettura -  che mi si gonfiavano gli occhi come due spugne intrise nel lavello, e che rigorosamente nascondevo in clandestinità perché - cazzarola - l'uomo vero non piange (o almeno, i miei compagnucci delle elementari così dicevano, e io ci credevo).

Gabriele, vieni alla cattedra.

Ecco, toccava a me. La fila dei banchi sembrava non avesse mai fine, un regolare mosaico rigatosbiaditosempreuguale, da cui sentivo il bisbigliare dei primi chiacchericci maliziosi - l'ha chiamato - tocca a Gabriele - va alla lavagna.  
Mi girai verso la classe, e Lui si manifestò. Forse non per la prima volta, ma per la prima volta ne sentii la presenza certa. Gli occhi dei compagni di classe sembravano divertirlo ed incitarlo a far di meglio. Cosa che fece. Il mio viso diventò una variante interessante del rosso Sangria. 
Lui fece del suo meglio per farmi balbettare e rendere la mia voce insipida, incolore e monotona, ma non mi sconfisse. Andai avanti, e completai il bucolico poema con appena un po' di fiatone, ma (importante) senza la voce rotta.
Quell'evento mi segnò. Almeno un pochino. Capii molte cose, tra cui:
  • Dovevo assolutamente proseguire con la lettura di poesie. La voce non era un gran che, ma sentivo che la poetica mi stimolava a prendere i sette chili di Zingarelli, scorrere le parole che non conoscevo e giocare a becca la parola più buffa.
  • Diventavo rosso. Un effetto collaterale che lui rilasciava a comando, nelle situazioni in cui tale tinteggiatura era più indesiderata. Avrei (più tardi) scelto l'hobby del cantante rock proprio per esorcizzare questo virage, ricreando in ogni concerto la situazione della mia classe delle elementari per sconfiggere Lui e i suoi dannati trucchetti.
  • La cosa più importante: Lui esisteva, e ne avevo avuto la prova. Forse non l'avevo veramente sconfitto, ma il riconoscere la Sua esistenza era il primo passo per evitare le Sue trappole (parafrasando Frank Herbert).
Da quel giorno imparai - ogni volta - a combatterlo, controllarlo, addomesticarlo, a ridurre la sua influenza: ecco perché - nonostante io sia introverso e fondamentalmente riservato - non mi tiro indietro nel parlare in pubblico, nel condurre seminari e presentazioni, nel suonare musica ad alto voltaggio davanti a centinaia di persone. Significa affrontarLo al meglio per poterLo sconfiggere. E quasi sempre ci riesco.

Era qualche tempo che non mi faceva visita. Non mi ero scordato di Lui, ma forse avevo sottovalutato la Sua resilienza. 
E, durante una lezione di Karate Shinseikai, è ritornato.
Credevi fossi scomparso? Ride.
Subito dopo il comando Yoi, nella posizione di pronto per eseguire una tecnica, ho sentito la Sua presenza, e l'ho riconosciuto. E' sempre Lui.

Chi è Lui?
Una specie di morsa al cuore che rende il respiro più sottile, ed i pensieri sfocati. 
Il vapore che si deposita sul vetro della finestra, e rende il paesaggio non distinguibile proprio quando ti viene chiesto di descrivere i dettagli di quello che hai davanti. 
La smemorina del Dojo quando hai bisogno di tutti i tuoi ricordi.
Il sussulto di un errore che rende l'errore ancor più palese.

Sono alla sequenza numero cinque. La sequenza numero sette (il mio primo esame Shinseikai) è vicina, molto vicina, e Lui - forse - potrebbe pregiudicarne l'esito. Ci ho pensato su, e stavolta non cercherò di combatterlo. So che Lui sarà con me per sempre, anche durante l'esame. Tanto vale accoglierLo e proporre una pacifica convivenza. Chissà, magari mi darà una mano. Gli aprirò la porta (ciao, fratello!), gli darò un sincero abbraccio, un sorriso sornione e lo convincerò a mettersi di lato, non davanti.

Friday, April 1, 2011

Shinseikai: The End.

Ci sono delle volte in cui i pensieri riaffiorano, vengono a galla dal profondo, indossano una specie di giubbotto di salvataggio e guadagnano, finalmente, aria e luce.
E proprio stanotte ho capito che non posso continuare.
La disciplina che fino ad oggi ho praticato è dura, richiede sacrificio, dedizione, costanza, rinuncia, passione. Ma anche preparazione atletica, scatto, scioltezza, fiato.
Con gli anni ho maturato qualche qualità soft, tra quelle menzionate per prime. Durante tutti questi mesi ho cercato di migliorare, invece, sulla componente fisica, mettendoci del mio.
Ed i risultati, purtroppo, non sono arrivati.
Ho passato molti giorni considerando le varie opzioni, ho chiesto - ed ottenuto - il privilegio di effettuare qualche lezione privata per recuperare il gap tra me e gli altri studenti della Scuola, ma con risultati limitati e - credo - non sufficienti.
Non mi rimane che sventolare bandiera bianca. Non ha senso, per me, continuare a praticare la disciplina Shinseikai senza poter avere accesso a risultati di qualche tipo, né ha senso continuare questo blog, dove per mesi ho avuto il piacere di annotare sensazioni, storie, sguardi, amicizia e sudore. Questa avventura è stata un pezzo - importante - della mia vita. Ricordate quella battuta da film? "Sono stato chiamato in molti modi, ma mai nostalgico." 
Bisogna guardare avanti, e lo farò, anche se mai dimenticherò cosa vuol dire essere stato uno studente - partendo da meno di zero - di una disciplina come quella Shinseikai.
Ringrazio il Maestro, che tanto mi ha regalato, e a cui purtroppo non sono riuscito a regalare altrettanto. E ringrazio anche voi del vostro tempo. E vi ricordo che oggi è il primo d'Aprile, e che  alle divinità dei bendaggi e delle pomate d'Arnica piacendo, ci si vede Martedì al Dojo.

Wednesday, March 30, 2011

Sequenza numero quattro.

"Unisci i puntini"

Non ricordo se già l'ho scritto, o se è solo un falso ricordo, ma farò finta che sia un argomento nuovo.
Dai, alzi la mano chi non ha mai impugnato, almeno una volta, la "Settimana Enigmistica". L'apoteosi della reazione. Il trionfo del classico. La letteratura colta del - per fortuna brevissimo - fancazzismo estivo.
Lo comprava la mamma, da lei ho imparato il Cruciverba Sillabico, le pagine per Solutori Abili, il rispetto per il Bartezzaghi e suoi congiunti, i Rebus, le Sciarade, le vignette del Tenero Giacomo e la contemplazione della fotografia in bianco e nero - in prima di copertina - di primati famosi più o meno moderni fotografati con un dagherrotipo. 
Imparavo guardando (lei che scriveva), ascoltando (lei che arrivava alla soluzione parlando da sola) e leggendo (le soluzioni già scritte). Simultaneamente, mio padre scrutava con nonchalance e  sguardo da Polifemo un quotidiano evitando di commentare le notizie.
Cosa mi rimaneva da fare, visto che la rivista ludico-estiva era - quasi - tutta risolta?
Le alternative (poche) andavano dal "Che cosa apparirà?" al "Unisci i puntini". Ed è proprio questa la metafora che ho utilizzato con Luca qualche giorno fa.
Si parlava di Karate. Shinseikai.
Esprimevo la mia perplessa frustrazione - dovuta al noviziato - nel trasferire quanto appreso dalla pratica dei Kihon (le basi: tecniche di pugno, di parata, di calcio, di movimento, di respirazione) correttamente nella pratica del Kumite (l'arte del combattimento). Proprio qualche lezione prima mi era sembrato di vedere un collegamento tra le due attività, durante un Kumite. Quello che ho imparato nelle basi è venuto (un poco più del solito) naturalmente durante lo sparring.
Qualcuno aveva acceso una candela in una stanza enorme e buia. 
Questa illuminazione è durata abbastanza da farmi capire che il collegamento esiste, e si chiama allenamento. La candela, poi, si è spenta, qualcuno ci ha soffiato sopra ed è ritornato il buio del principiante. 
La metafora utilizzata con Luca era proprio quella dell'unire i puntini
Quelle che sembrano tecniche singole (il disegno di un puntino su un foglio) appaiono meno significative se considerate disgiunte rispetto alle altre (gli altri puntini).
I maestri vedono i puntini già uniti, e quindi il disegno risultante. Gli agonisti sono capaci di unire i puntini dal numero 1 al numero 60 in pochi secondi. 
E io?
Passo il mio tempo al Dojo disegnando puntini. Alle volte traccio qualche linea. Quella volta avevo quasi visto una figura, derivata dai puntini che avevo disegnato. Non è durato molto, ma lo ricordo bene. Poi ho guardato una seconda volta, e ho visto solo i puntini. La figura era scomparsa, volata via nell'aere come un papillon de printemps.
Dannazione. Domani porterò i fiammiferi, se la candela si spegnerà farò in modo di riaccenderla.

(riguardo il disegno, il Sensei capirà)





Thursday, March 24, 2011

Honor Thy Father

Figli miei, lasciate che vi racconti di mio padre.
Mio padre era un uomo enorme.
Caracollavo con le mie scarpette da infante inizio anni sessanta, e camminando per la casa mi trovavo davanti un omone che aveva tutto in proporzione. Le mani erano due badili da cantiere, i piedi due portaerei, ed il cappello era grande come una cesta natalizia. Gigantesco, faceva talmente tanta ombra che d'estate non avevo bisogno dell'ombrellone e del cappellino.
Quando parlava era il tuono senza il lampo premonitore. Un suo avvertimento sonoro faceva tremare i pavimenti e spostare i mobili, dando dei continui grattacapi alla mamma che in pochi secondi rimetteva tutte le cose al loro posto. 
Crescevo, ma lui rimaneva un titano.
A scuola andavo mediamente bene, qualche problema con i numeri e qualche soddisfazione con le parole. L'unico tema delle elementari dove fui preso in giro riguardava proprio il mio papà: gli attribuivo un'altezza di sei metri, e quella frase fu vergata in rosso dalla maestra, con due punti interrogativi appaiati. Non riuscii mai a capire il perché di quella correzione: mio padre era alto sei metri.
Crescevo, e lui rimaneva alto come una montagna.
Lo vedevo che usciva prima di me, la mattina. Alle volte con gli occhiali da sole, alle volte con il cappello, con l'aria di chi va a sfidare il mondo. Una volta andai a trovarlo al lavoro: aveva una divisa, e credo - in quell'occasione - di aver visto l'uomo più bello del mondo. Non era solo alto, era anche elegante, ed indossava una specie di medaglia che sembrava d'oro massiccio. Per me era un ufficiale vestito in nero ed oro, e volevo essere lui.
Crescevo velocemente, e mi avvicinavo rimanendo comunque più basso.
L'adolescenza scacciò il bambino che era in me, e lo sostituì con un altro, meno simpatico.
Lui mi guardava, cercava di darmi consigli, suggerimenti e scorciatoie. Io non potevo ascoltare, ero troppo preso da pensieri che riguardavano solo me, e nessun altro.
La fase egotista durò per un po'. Lui era sempre lì.
Crescevo ancora. Divenni padre. Un certo numero di volte.
E, pian piano, capii il senso di molte frasi che ritornavano dal passato, come un riverbero di voce proveniente da qualche parte, che rimbalza nella tua testa e che stimola e fa scaturire altri ricordi, ed altre frasi.
Ora sono - tecnicamente - adulto. Verso i cinquanta. Ho la fortuna di avere voi, figli miei. Una bella famiglia. Ho la fortuna di praticare una disciplina dura. Ho la fortuna di praticare sport, di praticare la riproduzione musicale non meccanica, di avere alti e bassi e di essere nato e cresciuto in un luogo dove queste fortune sono possibili.
E, soprattutto, ho la fortuna di poterlo incontrare, e di potergli dire le uniche tre parole che - forse -  possono scalfire una montagna di granito come lui, ricordandogli che qualsiasi poesia, racconto, giocattolo, cadeau, non potranno mai descrivere quel che si prova per il proprio papà.


Tuesday, March 8, 2011

Sequenza numero tre.

Primo: non prenderle.

Quando studi la disciplina Shinseikai ti accorgi di molte cose che, normalmente, tendono ad essere date per scontate, e quindi sottovalutate: una buona (ottima) guardia può aumentare le tue possibilità di rimanere in piedi, la capacità di nascondere le tue difficoltà (un respiro rumoroso indica stanchezza tanto quanto le vituperate mani sui fianchi), affrontare il tuo avversario (o il tuo sparring partner) con strategia e tattica giusta, e molto altro ancora.
L'aver osservato un frammento di lezione privata, erogata dal Sensei, mi ha dato la possibilità di rubare con gli occhi alcune tecniche di difesa efficaci ed il loro posizionamento in priorità. Uno sport a contatto pieno prevede, appunto, il contatto, ed è (credo) inevitabile ricevere tecniche che l'avversario è ben felice di propinare tanto quanto te.
L'esempio che si è impresso nella mia mente riguardava la difesa da una delle tecniche base, un  mawashi geri gedan (calcio circolare basso). Mi permetto di riportare le priorità (in ordine inverso, dalla più bassa alla più alta) elencate dal Sensei:

Priorità Due: effettuare uno squat (piegamento verso il basso) della gamba in difesa per ammortizzare e diminuire - se possibile - l'impatto proveniente dal sune (tibia, verso il ginocchio) sull'area interessata. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Uno: effettuare un sune uke, richiamando appropriatamente la gamba in difesa al corpo con una direzione di 45° rispetto alla tecnica di attacco, che allo stesso tempo ammortizza e devia il colpo rendendolo inefficace. Ma ne esiste una migliore.

Priorità Zero: effettuare un sabaki, scattando all'indietro con una spinta proveniente dalla gamba avanzata (mae), mandando a vuoto l'avversario e lasciandoci pronti per una possibile e rapida tecnica di attacco.

E' bello scoprire - ogni volta - che lo studio di un'arte marziale basata sulla disciplina del corpo e della mente, basata sulla formazione di un gruppo coeso e pronto ad aiutare i membri che ne hanno bisogno e soprattutto basata sullo spirito giusto cerca di evitare - sempre - il contatto inutile. Forse è proprio vero. Il sabaki è movimento, controllo, e preparazione della prossima mossa, qualcosa che può esserci utile nella vita di tutti i giorni.

Friday, March 4, 2011

Sequenza numero due.

Superato un ostacolo, ce n'è subito un altro.
Quando pensi di essere entrato in sintonia con l'ambiente in cui ti viene richiesto di essere parte attiva - da protagonista, da gregario o da semplice spettatore -  succede sempre qualcosa che ti riporta ad una condizione non ideale. Qualche esempio:

Devi cantare con il tuo gruppo, fino alla sera prima eri in forma e ora scopri di avere il mal di gola.
Devi sostenere un allenamento importante,  e ti svegli la mattina con la schiena bloccata o non propriamente funzionante.
Devi parlare ad un audience di un tema specifico, preparato da giorni, e l'argomento è cambiato e più ostico.

L'uomo fortunato, quindi, non è solo chi riesce a ricordare i propri sogni, ma chi riesce - tra le altre cose - a gestire il cambiamento. Per dirla con qualcuno: constant change is here to stay. Un appunto per me: non perdere tempo a lamentarti. Se vuoi davvero cambiare le cose, devi essere il primo ad accettare i cambiamenti.
Il cambiamento è vita.

Wednesday, March 2, 2011

Sequenza numero uno.

Fortunato l'uomo che riesce sempre a ricordare i propri sogni.
Da grande diventerà scrittore, poeta, verseggiatore incauto, stornellista o sceneggiatore dei dialoghi del Grande Fratello n. 109, sottopagato e - ovviamente - in nero.
Per tutti gli altri comuni mortali, ricordare un sogno è un avvenimento che condiziona il risveglio e la mattina, e che sbiadisce poi durante il corso del giorno.
Ancora ricordo il sogno di stanotte.

Siamo nel Dojo.
Fine allenamento.
Circoletto del gruppo dei Megatteri (persone di una certa stazza/altezza/peso/età, composto da me, Ivano, Dario, Luca, Lorenzo) intorno al Sensei. Si discute di Karate (ma guarda un po'), dell'imminente Kyu, degli acciacchi, degli agonisti, e di altre cose.
"Quando si terrà l'esame?" chiede qualcuno, credo Dario.
"Aprile, e forse anche dopo." risponde il Sensei.
"E il programma?" chiedo io.
"Dovresti già averlo." mi assicura il terzo Dan.
Silenzio.
Nessuno osa fare la domanda successiva.
Il Sensei nasconde un sorrisetto.
Luca prende coraggio. "E quando saremo pronti?"
Il Sensei esegue una micropausa ad arte, e ribatte: "Questo siete voi a saperlo".
Poi fa una pausa un po' più lunga, un sabaki con gli occhi, mi guarda, e dice: "Tu, sei pronto?"
...

E il sogno mi va a finire proprio sul più bello.
Ho provato a chiudere gli occhi di nuovo, ma il corpo mi ricorda che non sono dentro Inception e che il sogno è volato via.
Strano. Cerchiamo di delegare ai sogni quello che dovremmo già sapere nel diurno.
Sei pronto? Sei innamorato? Hai coraggio?
Solo tu puoi saperlo.


Wednesday, February 23, 2011

Vero o Falso?

Pensiamo sempre noi stessi come qualcosa di speciale, difficilmente raccontabile se non per mezzo di discorsi profondi o di metafore più o meno efficaci. E con noi, non sono di immediata comunicazione le nostre riflessioni. Alcune rimangono lì, in attesa di raffinamento. Altre salgono pian piano su e ci convincono di qualcosa. Altre ancora vanno velocemente verso l'alto e formano le nostre idee. Processi interni, che normalmente afferiscono all'area psicologica.
Poi, nel mezzo di una conversazione casuale, sono altre persone - esterne alle proprie sensazioni o ad un contesto particolare - che ci porgono - quasi violentemente - una illuminante verità su cui riflettiamo (magari) da mesi, a cui eravamo arrivati con fatica e convinzione.

Esempio.
Alla fine di una session, il grande musicista Marco Carpita mi chiede informazioni sulla disciplina Shinseikai, e da quanto tempo sono praticante.
Meno di due anni, rispondo.
Allora hai iniziato da poco. Non dovresti essere cintura gialla? - mi dice.
Gli dico che che il passaggio di cintura è soggetto ad un tosto ed attento esame Shinseikai, e che non c'è alcuna 'corsia preferenziale'.
Mi guarda. E mi dice, comprensivo: "Non ti regala niente proprio nessuno".
Vero.

Altro esempio.
Accompagnando Alex e Lara alla sessione di nuoto, si discute tra genitori la pratica del nuoto e dello sport in generale. Chi corre, chi calcia, chi nuota. Esprimo la mia ammirazione e passione per il nuoto, che non pratico più da qualche tempo. Una delle mamme mi chiede perchè. Racconto in maniera minimale la mia minima esperienza e i minimi risultati nel mondo del Karate.
Sgrana gli occhi, e mi dice: "Allora alleni anche la mente, oltre che il corpo."
Vero.

Mai sopravvalutarti, mai sottovalutare gli altri, nel Karate come nella vita. Nel Karate un colpo può mandarti al tappeto, nella vita una semplice verità detta da altri può farti sentire presuntuoso, e farti cadere ugualmente.

Tuesday, February 22, 2011

Baby steps.


Gli specchi del Dojo si limitano - silenziosi - a riflettere figure che scattano velocemente, e che sembrano rallentare per dar luogo ad un nuovo guizzo. I suoni sono sincronizzati ai movimenti, amplificati dal riverbero della sala adibita a Dojo e dagli allenamenti passati. Mi guardo ad uno degli specchi con l'angolo di un'occhiata sbilenca. Una macchia bianca, statica ma fuori fuoco.

Tecnicamente ho diciotto mesi. Non mesi qualsiasi. Mesi Shinseikai.

Un bimbadulto allevato nel Dojo, che indossa il Karategi, imprigionato nel corpo di un quasiquarantottenne che cerca di parlottare il linguaggio degli adulti (i Kihon), alle volte gioca con bambini più grandi (i Kumite) e spesso si limita a guardare cose e forme che non riesce a comprendere appieno (i Kata).  Tra qualche tempo sarà il periodo dei "perchè?", e degli interrogativi insoluti che cercano risposta. Ad ogni perchè ne seguirà un altro, come in una catena cinetica che il Sensei si premura di spiegare durante le lezioni.

Il bimbo è in posizione di partenza/attesa del comando. Cerca di liberare la mente da pensieri inutili, che ritornano dalla porta di servizio rimbalzando sulla possibilità di svolgere un allenamento A (dove pensa di aver eseguito bene i comandi e le tecniche, e verrà in seguito smentito), un allenamento B (dove crede di aver eseguito bene comandi e tecniche ma in realtà non l'ha fatto e viene smentito subito, pronto cassa) o un allenamento C (dove sente di aver sbagliato tutto e invoca un microscopio per recuperare l'Ego oramai ridotto a livello ångström). Pensando alle tre possibilità (A, B o C) la mente si riempie ed il bimbo perde la concentrazione ("perché la perdo?") e perde - soprattutto - il tempo per eseguire correttamente comando e relativa tecnica.

Forse il Karate corrisponde proprio a svuotare la mente di pensieri e del loro eco, per far posto alla concentrazione ed alla voglia di praticare. Del resto, il talento è anche perservare nell'allenamento. E non solo del Karate, ma anche di altre discipline. Correre, ad esempio. Scrivere. 

L'importante è ricominciare.


Tuesday, January 4, 2011

Dark Matter

Inside the vehicle the cold is extreme
Smoke in my throat kicks me out of my dream
I try to relax but it's warmer outside
I fail to connect, it's a tragic divide

This has become a full time career
To die young would take only 21 years
Gun down a school or blow up a car
The media circus will make you a star

Dark matter flowing out on to a tape
Is only as loud as the silence it breaks
Most things decay in a matter of days
The product is sold the memory fades

Crushed like a rose
In the river flow
I am I know

Thursday, December 30, 2010

Buoni propositi.

Una breve lista di buoni propositi Shinseikai per il nuovo anno:

- Restare calmi.
- Tenere le orecchie bene aperte.
- Respirare correttamente.
- Non perdere la concentrazione.
- Tenere la guardia alta.
- Adeguare la preparazione atletica.
- Mettere l'Ego ben al di sotto della Passione.

E i vostri?

Tuesday, December 28, 2010

Fratelli.

Prologo.
Erano fratelli. Non nel senso biologico della parola, ma nella dimensione più profonda, non immediatamente percepibile da agenti esterni, non intuibile con l’umano talento del comprendere qualcosa senza le sufficienti informazioni. Erano diversi ed uguali, ed alle volte, in intimità, era possibile vedere l’invisibile legame che li univa, come una corrente d’aria che lambiva i loro volti senza toccarli.

Uno era straidato su un letto d’ospedale, l’altro seduto a fianco. Sorridevano stancamente a turno, come a darsi il cambio in una ciclistica fuga in salita, l’inseguitore e la lepre che giocano a cedere all'altro il proprio ruolo per esser certi di arrivare al traguardo. C’era qualcosa di speciale negli occhi di entrambi, forse un consapevole momento di non ripetibilità. Come la vita. O la vita che se ne va.

Uno stava morendo, l’altro gli era accanto, pensando...

L’incontro.
Giacomo era un ragazzino introverso, pelle e ossa, carnagione chiaropallida, la tendenza a virare lo sguardo verso il basso e l’abitudine di schiarirsi la gola quando doveva dire qualcosa, anche di non importante. I genitori si erano separati l’anno prima, e viveva con la mamma, seguendola nel trasferimento ad un altro capoluogo dove avevano altre abitazioni, altri accenti, altre usanze. Era una strana giornata di autunno: vento tiepido ma atmosfera che lasciava presagire l'arrivo del rigore invernale come imminente. Giacomo si stava avviando al suo primo giorno nella nuova scuola, nella nuova città, nella nuova vita - con l’anno scolastico già iniziato, la città ben avviata, e la vita intorno a lui che correva senza ansimare.

Bussò alla porta semitrasparente della classe, causando un silenzio insopportabile e la magnetizzazione di tutti gli sguardi ostili degli studenti seduti sui banchi. Aspettò l’assenso della professoressa ed entrò piano, cercando di non sprofondare nella vergogna e nel fastidio di essere guardato ortogonalmente da quegli occhi senza colore e senza una curiosità sana. La voce della prof che scandiva il suo nome alla funerea audience era di carta vetrata, a grana grossa, e Giacomo - in quel preciso momento - sperò di scomparire. O almeno di essere ossidoridotto a livello subatomico. L'ossidoriduzione attraverso radioestesia - puntualmente - non si verificò, e Giacomo venne accompagnato dalla voce abrasiva al suo banco. Giacomo sedette, guardò a sinistra, a destra, controllando gli sguardi cinerei che man mano si spegnevano, e ricominciò a respirare.

"Ciao. Sono Alfredo Quattordici"

Non aveva notato la presenza al suo banco. Non aveva notato che i banchi erano per due persone. Girò la testa verso la voce, ed ammutolì, lasciando le labbra schiuse per diversi millimetri. Era un ragazzino come lui, ma era... diverso. Aveva la pelle scura, con qualche riflesso metallico, un vestito strano, due occhi profondi e grandi. Non aveva capelli. E sorrideva.
Oh capperi.
Giacomo sapeva benissimo cos'era un androide, anche se non ne aveva mai visto uno. Finora.
Giacomo cercò di ricambiare il sorriso alla meglio. Era stato il primo sorriso che aveva ricevuto da quando si era trasferito nel nuovo capoluogo, ed il sorriso di ritorno che aveva prodotto non si era rivelato un gran che. Il microdubbio lo rose scatenando la reazione incontrollata della mano nella tasca alla ricerca di qualcosa, un pegno da lasciare al ragazzino che l'aveva salutato per primo, vista la sua cronica manchevolezza con il parlato. Estrasse dalla tasca una pallina di acciaio, di quelle per costruire le forme geometriche. Pensò che come pegno iniziale di una amicizia robotica fosse veramente un disastro di irriverenza, ma in tasca aveva null'altro e non poteva far passare il momento. Alzò le sopracciglia due volte, e passò la pallina nelle mani - perfette - dell'altro, che prima lo guardò grato e incuriosito, e poi posizionò lo sguardo sulla pallina come se fosse il Koh-I-Noor. Il resto della lezione di quel giorno, per i due, passò senza importanza, tra le occhiatacce dei lugubri che lampeggiavano ad intermittenza.


L'amicizia.
Alfredo Quattordici venne a sapere parecchie cose su Giacomo e sul posto da dove veniva. Il padre di Giacomo era un Ingegnere che costruiva palazzi, e la mamma invece una Biomeccanica. Quando i suoi tornavano dal lavoro, la sera, litigavano fino all'ora di andare a letto. O almeno, Giacomo li sentiva in blatero fino al tocco di Morfeo. La situazione si trascinò per diverso tempo, e forzò la naturale pigrizia di Giacomo a cercare una ragione per rimanere, almeno qualche ora, fuori di casa quando gli strombazzanti rientravano dalle loro occupazioni. E questa ragione era ancora da trovare, ora che il papà e la mamma avevano deciso di percorrere due strade separate.

Anche Giacomo imparò parecchie cose da Alfredo Quattordici. La sua pelle era un composto di titanio, ed il numero dopo il nome era una convenzione imposta dalla legge. Ogni dodici mesi doveva rientrare - per una settimana - in un Centro Specializzato per il Cambiamento, dove veniva applicata una procedura che adeguava il suo corpo all'età anagrafica. Non mangiava, ma poteva apprendere. Era guardato malissimo dai suoi coetanei e generalmente osteggiato quasi apertamente (i movimenti per i diritti dei Pensanti sarebbero pienamente maturati solo cinquant'anni dopo), ma nessuno osava toccarlo per paura della sua forza e resistenza fisica. Era stato adottato dai suoi genitori perché non potevano avere figli, e legalmente inserito nella nuova famiglia tramite regolare richiesta all'Anonima Androidi.

Erano una strana coppia di ragazzini, che passavano molto tempo insieme, che alle volte non parlavano, e che venivano costantemente sbeffeggiati dalla comunità studentesca con vari epiteti, da 'Carne con Scatola' a 'gli RH Negativo'.  Alfredo Quattordici ne soffriva un po', ma non lo faceva vedere. Giacomo ne soffriva un po', ma non riusciva a nasconderlo. Spesso li vedevi passeggiare sulla camminata del laghetto vicino al centro residenziale, giocando a far rimbalzare i sassi come ranocchie o sdraiati sull'erba a lasciar passare il tempo raccontando sogni e speranze. Altre volte prendevano la Sotterranea e si recavano alla Vecchia Città, anche in zone non propriamente tranquille, Giacomo poteva contare sulla possanza fisica di Alfredo Quattordici, e Alfredo Quattordici sulla silente sagacia di Giacomo.

E proprio durante una di queste gite clandestine scoprirono un parco ben curato ed una palestra piccola, non pulitissima e tappezzata di vecchie fotografie, abitata da un Maestro, vecchio campione di arti marziali, che sarebbero diventati i luoghi dove trascorrere il tempo una volta finite le lezioni.

L'adolescenza.
Il tempo scorreva al ritmo dei Cambiamenti di Alfredo Quattordici ed alle alterazioni tricologiche di Giacomo. Alfredo Quattordici era molto bravo nella coordinazione e nella riproduzione dei movimenti del corpo, che cercava di insegnare a Giacomo. Giacomo era portato per la letteratura e le scienze, e si rendeva disponibile alle ripetizioni per Alfredo Quattordici. Avevano stretto un patto: l'uno doveva aiutare l'altro a superare le proprie difficoltà e debolezze nell'area in cui l'altro dimostrava eccellenza e talento.

Al parco, nelle giornate di sole, Alfredo Quattordici seguiva Giacomo nei suoi voli di fantasia e nei suoi giochi di rime.
"Cosa devo scrivere?" chiedeva Alfredo Quattordici.
"Non pensare a cosa devi scrivere, pensa a cosa vuoi scrivere." ribatteva Giacomo. 
"Vorrei scrivere il silenzio, e la natura.".
"Ottimo. Fai danzare le parole, cercale fino a che non si muovono come un corpo di ballo.".
"Vediamo... Inseguo il silenzio e lui fugge via".
"Bene. Bella frase. Cosa ti viene in mente per accompagnarla?"
"Devo fare la rima con via..."
"Daaai. Non devi farlo innaturalmente. Se la rima viene, lasciala, ma se la cerchi non la troverai.".
"Tra gli alberi corre, nel vento si perde".
"Buona, ma puoi migliorarla.".
"Come?".
"Cerca di descrivere meno, e di sentire di più. Cosa vuoi dire veramente?".
"Che cammino tra gli alberi e il silenzio mi fa paura, ed allo stesso tempo... è bello.".
"Ci sei vicino.".
"Inseguo il silenzio, si perde nel vento
 Il tempo tra gli alberi, cammina lento"
Giacomo sorrise. "Hai visto. Hai scritto una rima. Come ti è venuta?"
"Non lo so.".
"Ecco perchè l'hai scritta. E' la rima che ha cercato te, e non viceversa.".
Alfredo Quattordici sorrise, ed abbracciò Giacomo con lo sguardo.

Nella palestra del vecchio campione, quando pioveva, Giacomo seguiva Alfredo Quattordici nelle sue perfette rappresentazioni dei movimenti che aveva copiato guardando il vecchio maestro nei suoi allenamenti pomeridiani.  Giacomo guardava Alfredo Quattordici rappresentare le figure con la stessa aria assorta e rapita che Alfredo Quattordici assumeva quando Giacomo cantava i suoi versi. Alfredo Quattordici cantava la poesia del corpo con naturalezza, senza balbettii o indecisioni.
Alfredo Quattordici e Giacomo erano appaiati: uno proponeva una serie di movimenti di braccia, gambe e corpo in sequenza, e l'altro cercava di replicarli.
Alfredo Quattordici annunciò la sequenza, che eseguì subito dopo. 
"Guardia sinistra, Calcio circolare basso sinistro, Pugno sinistro, Gancio Destro, Piccolo Montante sinistro.".
Giacomo riprodusse la sequenza, aspettando le indicazioni di Alfredo Quattordici.
Alfredo Quattordici, con voce bassa, iniziò il commento.
"Hai sbagliato la posizione di guardia, le gambe devono essere leggermente piegate - come molle pronte a scattare. Il calcio circolare non era abbastanza... circolare, devi ruotare prima il piede e la gamba opposta e poi, con tutto il corpo, girare l'altra gamba cercando l'impatto in una zona che è circa dieci centimetri sotto il ginocchio. Hai eseguito le tecniche di braccia senza movimenti di anca e spalla, mancando il bersaglio e, nel caso del Piccolo Montante sinistro, la zona che hai colpito era molto più alta, quindi la tecnica si è dimostrata inefficace e...".
Alfredo Quattordici si interruppe, era entrato il Maestro.
Il Maestro si avvicinò quasi levitando sul pavimento, guardò prima Giacomo, poi Alfredo Quattordici, e tra il bonario ed l'ironico disse "E' arrivato il Maestro, il Maestro di Shinseikai.". L'altezza (percepita) dei due ragazzi raggiunse il livello del tatami, salutarono mogi il Maestro e si misero a disposizione nel lato in cui gli studenti usualmente studiavano forme e movimenti. Tutti e due credettero che la parola pronunciata dal maestro fosse il suo nome, e tra loro - da quale momento - lo chiamarono così.

La vita amorosa di Giacomo non era costellata di successi. Alfredo Quattordici aveva chiaramente percepito l'interesse di Giacomo per una brunetta vestita di scuro, che evitava accuratamente ogni possibile occhiata, dedicandosi invece a ricevere e rimandare guardatine a fusti delle classi superiori. Altrettanto chiaramente aveva percepito un'adorazione sfrenata, nei confronti di Giacomo, da parte di una ragazzina meno appariscente, con occhiali al seguito, che Giacomo ignorava (o meglio, faceva finta di ignorare). Questa storia dell'amore e delle infatuazioni monodirezionali occupò i cicli macchina di Alfredo Quattordici per molto tempo, senza soddisfare la sua curiosità o arrivare ad una plausibile spiegazione.

La vita sociale di Alfredo Quattordici non era costellata di successi. Giacomo percepiva ostilità e pregiudizio nei confronti di Alfredo Quattordici, che gli rimanevano attaccati come una visibile aura anche quando era solo. Gli androidi venivano visti - in essenza - come un male necessario, una rappresentazione dell'uomo quando l'uomo non era disponibile. Un sostituto. Giacomo pensava sinceramente che Alfredo Quattordici avesse qualità e sensibilità non comuni anche nel genere organico, e che la loro differenza strutturale non avrebbe mai messo a repentaglio una vera amicizia. Più Alfredo Quattordici veniva sottoposto ad ostracismo, più il legame con lui acquistava forza e resistenza all'altrui imbecillità.

L'età adulta.
Giacomo diventò un Biomeccanico, come sua madre, e data l'enorme richiesta di personale specializzato trovò lavoro quasi immediatamente in una multinazionale che costruiva parti di ricambio e software per uomini in età avanzata, lavorando nel reparto di ricerca e sviluppo.
Alfredo Quattordici diventò personal trainer, e riuscì ad agganciare il filone delle attrici famose in OloTV, che consideravano gli androidi come l'unione - ideale - tra una guardia del corpo e un istruttore con un talento speciale per potenziare corpo e psiche.
Non riuscivano ad incontrarsi tutti i giorni, anche se lavoravano nella stessa città, ma avevano mantenuto la vecchia abitudine di incontrarsi al parco per comporre sonetti (se splendeva il sole) o nella vecchia, polverosa, indimenticabile e romantica palestra a far flessioni e sentire i suggerimenti del Maestro, sempre arzillo ma accompagnato da un bastone di legno non lavorato su cui poggiava i combattimenti vissuti ed accumulati durante gli anni.
Intorno al trentunesimo Cambiamento di Alfredo Quattordici, in un pomeriggio di sole nel parco, Giacomo iniziò ad inventare e declamare un sonetto che parlava di un incontro casuale, di batticuore ed inappetenza, di fiori regalati e voglia di urlare felicità al mondo. Alfredo Quattordici non aveva mai provato sensazioni simili, ma aveva capito che Giacomo era innamorato. Si fermò, i grandi occhi aperti che fissavano lo spazio avanti a sé, ed iniziò a sussultare impercettibilmente. Giacomo, a sua volta, capì che Alfredo Quattordici stava piangendo. Di gioia.
Un paio di Cambiamenti dopo Giacomo e la compagna ebbero la fortuna di avere un figlio, maschio. Giacomo non ebbe il minimo dubbio sul nome: sarebbe stato quello del suo Amico della vita, senza il numero che continuava a rinchiudere suo Fratello nella schiera dei quasi uomini. Il piccolo Alfredo non divenne solo la luce di Giacomo e signora, ma anche quella dell'androide che figli non poteva avere.
Gli incontri al parco e nella piccola palestra continuarono, in tre.

Tempo dopo, durante un'estate particolarmente calda, Alfredo Quattordici iniziò a manifestare qualche anomalia. Non riusciva ad esprimersi correttamente, soffriva di balbuzie, rimaneva fermo e silente più della sua abituale ed inorganica flemma.
"Dovresti farti visitare.".
"D-d-da-a chi? Il mio progetto è sta-a-a-a-to abbandonato...." lunga pausa " dieci anni fà.".
"Proverò a vedere in azienda, facciamo tanto per gli uomini attraverso componenti robotiche, potremmo aver fatto qualcosa per gli androidi attraverso parti organiche." cercò di farsi coraggio Giacomo, ma la sua voce era traballante, senza cognizione nè convinzione, sospettando qualcosa di serio.

I sospetti di Giacomo furono confermati da uno specialista:  Alfredo Quattordici aveva raggiunto uno stadio in cui ogni Cambiamento poteva essere fatale. Il suo involucro non poteva più essere cambiato, ed allo stesso tempo l'involucro stava causando la degradazione o la perdita delle funzionalità più elevate. Le sue investigazioni in azienda diedero esito negativo: tutti i capitali per la ricerca e sviluppo venivano indirizzati per la sostituzione di parti organiche con componenti biomeccaniche, e non viceversa.
Alfredo Quattordici stava morendo.

Epilogo.
... a tutti quegli anni passati insieme, e al significato della parola fratello.
Giacomo sedeva, e non riusciva a smettere di sorridere, e di piangere. Non c'era bisogno di questo, per scoprire cos'è un fratello. Non c'è bisogno di perderlo, per capire affetto, amore, rispetto. Avrebbe voluto esser lui, un organico, su quel letto, al suo posto.
Alfredo Quattordici schiuse le labbra, a fatica.
"Vivi ... ama per me, fratello".
Cercò la mano di Giacomo, e gli passò l'oggetto che aveva custodito, con robotica cura, per tutto l'arco della sua vita: una piccola sfera d'acciaio, il pegno dell'amicizia che neanche la morte riesce a scalfire.

 [Un sentito grazie ad Isaac e Cyril per l'ispirazione :-)]

Friday, December 17, 2010

La Lista Nera.

Grazie alle mie presunte o vere capabilities di hacker, sono riuscito ad identificare l'indirizzo IP dell'iPhone del Sensei, utilizzare nmap per effettuare lo scanning di tutte le porte TCP e UDP non bloccate, rilevare la presenza di un microserver SSH installato tramite JailBreak sul telefono e quindi connettermi - da remoto - cercando di forzare la password attraverso un brute-force attack. Con soli 28 minuti di tentativi, giusto il tempo per un brunch, ho effettuato il fetch della password e sono riuscito ad accedere alla famosa blacklist del Sensei, di cui faccio il publishing di uno snippet in real time, e che conto di rivendere a giornali specializzati per raccogliere fondi con cui conto di comprare un manuale per scrivere in italiano non inquinato dall'informatica o acronimi e una dentiera post-rappresaglia-Sensei.

  • Gabba si lamenta del suo Sensei.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei.
  • Gabba fa gesti strani ed equivoci con la mano.
  • Luca scappa via per giocare a calcetto invece di partecipare al turno non-agonisti.
  • Gabba si addormenta e russa.
  • Lorenzo si rifiuta di prendere la dose di bromuro.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei.
  • Tullio non sa fare la doppia capriola carpiata come se fosse Antani.
  • Gabba parla troppo o non parla affatto.
  • Gabba scambia il Gedan con il Jodan e viceversa.
  • Gabba ha l'iPhone 4.
  • Antonio mangia dolci di nascosto e in contumacia.
  • Gabba non regala uno o più iPad al suo Sensei (Ma perchè tre volte, chiedo. Lascia fare, mi risponde.)

Il resto sarà pubblicato a puntate su 'Picchiare Oggi' in edizione limitata.  Adesso esco, vado a fare una visita ad un venditore di urne cinerarie che mi potrebbe far comodo, fanno degli sconti speciali agli spilungoni...

Wednesday, December 15, 2010

Un racconto Shinseikai: i tre cercatori.

A volte si incontrano storie così intense che sembrano scritte per romanzi stampati su carta di second'ordine. E se anche il genere - commedia, tragedia, satira - viene dimenticato, e il finale lasciato nello scantinato dei ricordi - l'assassino è il maggiordomo - qualcosa comunque ci rimane dentro.
Non sappiamo bene cos'è, non sappiamo descriverlo adeguatamente, ma ci da fastidio quel sassolino nel cuore che lascia effetti collaterali strani e inaspettati, come gli occhi umidi, una discreta difficoltà nell'esprimersi correttamente e un tumulto interiore a prova di mille camomille.
Questa è una di quelle storie. Ve la racconto così come l'hanno raccontata a me, e la persona che me l'ha raccontata non è un tipo affidabile, per cui prendere o lasciare.
E' ambientata in un paese lontano, dove non c'è una sola lingua ma tanti idiomi e tante maniere per dire quello che, nel mio paese, si dice con una sola parola. E, senza ulteriore indugio, eccola qui.


Qualche tempo fa, in un posto in capo al mondo, ho conosciuto un gruppo di Cercatori, che aveva lo scopo di snasare, trovare ed impossessarsi di qualcosa che non era possibile trovare nel proprio paese. I Cercatori erano in tanti: io me ne ricordo tre.
Uno era soprannominato il Maestro, praticava una disciplina dura, era sempre in movimento e alle volte lo vedevi correre. Dico, non riuscivi proprio a vederlo. Era una macchia sfocata, subito sparita, ma lo sapevi che era lui.
Uno era soprannominato il Profondo, sapeva scendere nelle profondità della terra, dove c'è solo calore, lava e morte, e riusciva sempre a cavarsela. Aveva due mani come due badili, e le usava per andare giù e per tornare su.
Uno era soprannominato il Cantore, sapeva descrivere le cose con liriche e poesie, a giocava sempre a far le rime. Di quello che scriveva uno teneva e dieci buttava. E se gli chiedevi "Perchè butti quel che scrivi" rispondeva "Perché è già scritto".
Me li ricordo bene, erano tre spilungoni, ma diversi. Quelle rare volte che entravano in locanda insieme gli inservienti facevano segni strani riguardo la loro altezza.
E proprio una sera d'inverno li incontrai in una taverna, mangiavano una zuppa calda.
Chiesi di accomodarmi, e mi offrirono il loro piatto. Inchinai il capo per ringraziare, e dopo aver finito la mia razione chiesi loro cosa cercavano.
Il Maestro disse "Cerco il mio limite. Cerco di capire quello che valgo. Cerco di migliorarmi e nuove maniere per arricchire la mia disciplina ed essere un Maestro migliore".
Il Profondo disse "Cerco una strada nuova. So scendere all'inferno e risalire, e anche se rischio la vita ogni volta vorrei capire se esistono altre strade da percorrere".
Il Cantore disse "Cerco l'ispirazione per scrivere qualcosa che posso rileggere. Cerco di scrivere qualcosa che possa ispirare anche gli altri".
Guardammo il fuoco nel camino, per un po', e poi ci si salutò per coricarci.
Non li vidi più per diverso tempo.
Tornai alla taverna molte volte, chiesi di loro, ma non li trovai.
Passò la stagione del freddo e delle piogge, ed arrivò quella dei fiori. E, una sera, trovai il Maestro, il Profondo ed il Cantore allo stesso tavolo, ma con il camino spento.
Erano proprio loro, ma avevano un'altra aria. Erano diversi. Chiesi se potevo sedere al loro tavolo, e feci portare tre piatti in tavola per sdebitarmi della loro gentilezza invernale, sorrisero ed accettarono l'invito.
Quando ebbero finito di mangiare si confidarono.
Il Maestro, a bassa voce, disse "Ho cercato e trovato il mio limite, l'ho superato tra mille e trenta avversari, difficoltà e dolori, e ho capito qual è il mio prossimo ostacolo da superare: un nuovo limite che scruta il vecchio limite come se fosse un infante".
Il Profondo, guardando la finestra, disse "Ho trovato una strada nuova, e va verso l'alto, non dove c'è roccia e lava e morte, ma verso le cime della montagna, tra nuvole e acqua, e sarà ancora più difficile da percorrere".
Il Cantore rimase in silenzio. Prese un foglio di carta, ed iniziò a scrivere: "Ho accompagnato il Maestro ed il Profondo nelle loro avventure, cercando l'ispirazione. Ho trovato storie, gioie, lacrime, persone. Ho trovato così tante cose che le parole non mi sembrano abbastanza."
Li vidi uscire, uno ad uno, con espressioni differenti, lunghi come tronchi d'albero, e mi domandai cosa chieder loro quando li avrei rivisti.


Dicevo, quello che mi ha raccontato questa storia non è uno affidabile. E' uno che gira per taverne. Ma la storia sembra credibile. Ho chiesto ad un mio amico, un bravissimo disegnatore, di tenere gli occhi aperti, tante volte li trovasse insieme da qualche parte.
Se li troverà, mi farà un disegno, così avrò la prova che i Cercatori esistono e che stanno inseguendo qualcosa che non è solo la loro ombra.


Saturday, December 11, 2010

Made in Japan: Strange Days

Anche i menestrelli e i contastorie alle volte si inceppano come un vinile troppo ascoltato. La quantità di informazioni e sensazioni accumulata in pochi giorni inizia a stimolare qualche effetto collaterale, sono pieno di idee e non ho il talento e lo stile per vergarle su carta (si fa per dire), e il lessico, i trucchi ed i modi di scrivere che mi sono stati insegnati fino ad oggi non sono abbastanza. Sono giorni strani.

È dicembre pieno e sembra primavera, la vista di un Gaijin (uno straniero) mi provoca un negativo sobbalzo interiore, penso a togliermi le scarpe prima di entrare nella microcamera, sulla scala mobile mi posiziono automaticamente sulla sinistra, sono circondato da persone che si mettono in fila e non cercano di passare avanti, i pasti caldi e buoni costano meno di dieci euro, tecnicamente compio 47 rivoluzioni solari, sono a Tokyo, in Giappone, ho visto un maestro ed un amico dimostrare il coraggio di essere uomo, ho conosciuto un altro amico che è stato il mio Virgilio, invento storie immaginifiche che traslate in scrittura sembrano panni non lavati, rimango senza fiato nei giardini e nei templi di questo paese, il mio inglese ha raggiunto livelli stradali, impugnare un cucchiaio sembra un gesto goffo, e - non ultimo - mi domando se riuscirò ancora a scrivere qualcosa di sensato nel prossimo futuro.

In questi strani giorni ci sarebbe materiale per mille storie, storie strane e belle. Prima o poi le troverò, quelle dannate parole, ma non ora. C'è un tempo ed un luogo per tutto, ed ora è tempo di viverlo, prima di scriverlo.
Auguri Gabba, sei un tipo fortunato. Hai passato i compleanni precedenti a pensare, passa questo ed eventuali altri a vivere, donare felicità, amare chi è lontano, sorridere di più.

"Cherish your life while you're still around"
:-)


- Posted using BlogPress from my iPad

Location:Tokyo, Japan

Wednesday, December 8, 2010

Made in Japan: Shinseikai e cuore.

Parte I - L'arrivo.

L'aria, nella hall dell'albergo, inizia a diventare elettrica. Il nostro sguardo è fisso sulla porta scorrevole dell'entrata, aspettando l'arrivo di Tanaka Kancho, che si palesa sorridente e pronto per portarci nel luogo dove si insegna la via. I passi verso la stazione di Kyoto sono elastici e silenziosi, e le poche parole di Tanaka Kancho vengono intercettate e tradotte da Lorenzo, il nostro intermediatore con i suoni, i segni ed i sogni di questo mondo così lontano.
Il viaggio in treno sembra interminabile, e man mano che ci allontaniamo da Kyoto il contatto con la realtà sembra essere cambiato, l'esterno è poco illuminato, le scritte in inglese svaniscono, le scritte in Romaji sono tenute al minimo, si parlotta a bassa voce, parte qualche sorriso sovrapposto alla tensione per l'evento che si sta per compiere.
Alla stazione ci accolgono i membri Shinseikai con le loro vetture e sorrisi larghi come meloni giapponesi. Non sembra di essere in trasferta, ma a casa!
Le strade sono buie, non illuminate, e Kyoto sembra essere distante come Arcturus, si scambia qualche parola in macchina, sempre con Lorenzo nei panni di Google Translate, fino all'arrivo in una struttura illuminata.
Si esce dalla notte per entrare nella scuola, nell'evento, nell'emozione.

Parte II - I bambini Shinseikai.

Ci è concesso l'onore di seguire attivamente il turno dei bambini, con il riscaldamento, i Kihon, ed il Kumite. I miei occhi si velano e rimangono umidi nel vedere questi esserini, vestiti con il Karategi, che ci guardano sorpresi e divertiti mentre ripassiamo le basi insieme a loro. In loro vedo le facce dei miei figli e mi commuovo, e spero che non si veda: chissà cosa fanno Melissa e Mirco, e Alex e Lara. Ogni tanto incrocio lo sguardo con qualcuno di loro. I più coraggiosi tengono lo sguardo e sorridono, e il cuore mi si scioglie, e non posso fare a meno di riflettere su quanto due culture siano diverse e quanto i sentimenti possano renderci molto simili.
Arriva il momento del Kumite. Capiamo che i bambini dovranno affrontarci, ci disponiamo larghi sul tatami, e ad un comando di Sensei Iwasaki i bambini scattano per venirci incontro, spesso gareggiando a chi arriva primo per affrontare il Gaijin di turno. Qualcuno sorride, qualcuno ha uno sguardo beffardo, qualcuno è imbronciato: tutti si battono come leoncini, e qualcuno è talmente piccolo che non posso fare a meno di incoraggiarlo (Ganbatte!) mentre tira Tsuki e Geri con una frequenza e potenza impressionante per la loro età. La lezione dei teneri bimbi giapponesi volge al termine con la concentrazione, lo stretching ed il saluto finale, che mi regala un'emozione da raccontare quando lo spazio ed il tempo saranno propizi.

Parte III - La prova.

La prova di Filippo parte piano, ma acquista subito il ritmo e la potenza di un esame duro, e speciale. Le basi (i Kihon), le tecniche ai Pao (i colpitori) si susseguono in maniera impressionante, lasciando pochissimo spazio a distrazioni o a pericolosi cali di concentrazione. Tutta l'attenzione dei giudici, ed in particolare del giudice Quarto Dan Shinseikai, è rivolta a Filippo. Cerco di guardare e di interpretare le movenze e le espressioni facciali dell'esaminatore, con scarsi risultati. Il Glaciale non fa una grinza, ma riesco a scorgere tantissimi cenni con il capo - dall'alto verso il basso - che nel linguaggio dei segni comune, valido per fortuna anche in Giappone, equivale all'approvazione. Dopo l'equivalente di due lezioni Shinseikai (e chi frequenta il Dojo sa perfettamente qual è l'impegno richiesto) viene il turno dei Sabaki, gli spostamenti laterali utilizzati per difesa ed attacco. Filippo sceglie il suo partner (guarda caso, il Sensei Iwasaki), ed illustra al Glaciale diverse tecniche che ammutoliscono tutti gli studenti, e non solo loro.
Il Glaciale stavolta annuisce palesemente, e non l'ho solo intuito. L'esame sembra interminabile, ed il meglio deve ancora venire.
È il turno dei Kata (le forme), movimenti belli, ipnotici, mortali. Il Dojo è silenzioso, riempito dai suoni delle forme ed il fruscio del Karategi, a volte morbido, a volte teso. I Kata lasciano posto alla prova dei trenta Kumite, trenta combattimenti senza interruzioni, trenta ostacoli che durano un minuto e mezzo che durante l'esecuzione - credetemi - sono molto, molto più lunghi.
I combattimenti si susseguono ed il tempo inizia ad allungarsi, e sembra non finire mai. Molti degli avversari vengono messi al tappeto, si rialzano, anche a fatica, e continuano a combattere: non è concessa nessuna scorciatoia, nessuna via breve, c'è solo fatica, sudore, coraggio, e soprattutto lo spirito giusto.
Man mano tutti gli studenti, e anche gli avversari, iniziano con gli occhi (noi italiani anche con la voce) ad incoraggiare Filippo per affrontare avversari che non indietreggiano, non si tirano indietro, combattono come un vero Samurai sa fare. "GANBATTE, FILIPPO" urlo, non ti arrendere, la strada è ancora lunga.
Il Glaciale scrive sulla lavagna segni provenienti da Marte, ed io ho perso il conto, non riesco a volgere gli occhi dal tatami, come mesmerizzato.
Gli ultimi Kumite sono eseguiti con le cinture nere, la prova - da dura - diventa quasi impossibile.
Cosa ci porta a superare i nostri limiti? Lo spirito giusto. Il ricordo di persone care. Il ricordo di chi non c'è più. Il coraggio. L'aiuto di tutti gli studenti del Dojo. La forza di combattere per chi non può farlo. L'immagine dei propri cari. La determinazione.
Il trentesimo squillo del timer ci trova in lacrime, le nostre e quelle del nostro Sensei. Non ho più paura di commuovermi. Non ho più paura.
Il Dojo diventa lacrime, applausi, urla. Il Dojo diventa festa.

Parte IV - La festa.

Il Dojo si è trasformato. Da concentrazione, ad azione, a festa. I volti sono sorridenti, Filippo è un Terzo Dan. Mi si avvicinano tutti salutando, mi parlano in Giapponese, io non capisco ma sorrido - sinceramente - e ringrazio. È tempo delle foto di rito. Mi viene concesso l'onore di intrufolarmi nelle fotografie scattate da fotocamere e migliaia di cellulari bianchi rosa grigi neri perla fucsia gialli, tutti uguali, che lampeggiano allegramente come fossero fuochi d'artificio, che cercano di immortalare il momento, come se serbarlo fuori dal cuore fosse importante. E forse lo è davvero. Quante volte potrò essere qui ancora? Quali sogni possono avverarsi? Mentre velocemente ci cambiamo e ci riaccompagnano alla stazione, mi chiedo se un giorno potrò ritornare. Alle volte la fortuna capita una sola volta nella vita. A me è capitata quattro volte, e forse capiterà ancora. La fortuna, alle volte, trova alcuni ostacoli, duri come le pietre che Filippo ha spezzato nel Dojo di Kyoto. E spezzarle sempre dobbiamo, quelle pietre.
L'immagine che mi congeda dal Dojo di Kyoto è quella del saluto del maestro Iwasaki. Riesco solo ad inchinarmi ed a dire "Sensei...". Lui sorride, e si inchina (davanti a me, cintura bianca, ultimo arrivato) più in basso di me.
Gabba.

Tuesday, December 7, 2010

Made in Japan: La prova.

Oggi giorno d'esame. Poche parole, molta concentrazione, e la giusta tensione che ci accompagnerà fino a stasera.
Mokuso!





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Location:Kyoto, Japan

Monday, December 6, 2010

Made in Japan: Da Tokyo a Kyoto


Il trasferimento da Tokyo a Kyoto mi regala qualche momento di riflessione sui confini tra modernità e tradizione.
Basta una sola vita per comprendere la storia e la cultura di un popolo? E' sufficiente avere un approccio compilativo - o di ricerca - per comprendere dove inizia la tradizione e finisce la modernità? O forse bisognerebbe semplicemente 'vivere' l'esperienza attraverso la quotidianità?
Non credo di saperlo, non credo ci sia una soluzione. E, nel caso del Giappone, la sfida sembra essere impari. La barriera del linguaggio e la sua complessità intrinseca e storica mi impedisce qualsiasi contatto non occasionale con la cultura giapponese, di cui intravedo qualche spiraglio grazie alle pazienti spiegazioni (a volte ripetute) di Lorenzo.
Sono sul treno per Kyoto, una meraviglia tecnologica che permette ai vagoni di fermarsi esattamente dove le persone attendono, con una fila ordinata, di poter entrare. E sullo stesso treno, il controllore e la ragazza che vende i refreshments effettuano un grazioso inchino quando entrano e quando escono, come ad omaggiare il viaggiatore-cliente e ringraziarlo per aver portato il soldo quotidiano. Metafora banale, forse, ma vederla dal vivo è (fortunatamente) non così scontata.
Intanto mi godo un viaggio in un treno pulito, silenzioso, preciso. Un sostantivo e tre aggettivi che, nel paese da dove vengo, spesso non possono essere coniugati.
E, una volta arrivato a Kyoto, vorrei passare un parte del pomeriggio in un giardino così... ;-)












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Location:Kyoto,Japan

Sunday, December 5, 2010

Made in Japan: Kyoto Dreams

Ed eccomi qui, guardando il sole che sorge nella terra appropriata, sfruttando gli ultimi minuti prima di prendere il treno per Kyoto.
Il primo segmento di viaggio è volato via, ne restano due, che avranno temi diversi. Ascolto le ultime note dei corvi che mi fanno compagnia, mentre il giorno rischiara mente e corpo...


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Location:1丁目,Ota,Japan

Made in Japan: Kamakura Day

I treni, in Giappone, hanno qualcosa di ipnotico. La voce che annuncia la stazione sembra essere molto cortese ed allo stesso tempo distante, le persone - costantemente - intermediano la propria comunicazione attraverso cellulari, quasi tutti della stessa forma, qualcuno legge libri in verticale, qualcuno dorme, a volte qualcuno parla. Cose apparentemente normali, che qui diventano aliene e quindi più interessanti. Perché normali e diverse e straniere e gemelle. Il treno come metafora della comunicazione e dell'incomunicabilità, e non solo come mezzo di trasporto. Forse dovevo proprio venire in Giappone per scoprirlo.
Oggi il treno mi ha portato a Kamakura, un posto meraviglioso, che ho potuto assaporare grazie alla compagnia dei miei compagni di viaggio. Sensazioni difficili da spiegare, come se la capienza delle parole non rendesse giustizia alla potenza dell'impatto visivo.
Proverò a spiegarlo attraverso figure prese durante il giorno. Un'altra metafora, un presunto parolaio che (in)comunica attraverso fotografie di un giorno non ripetibile...











































E' vero, lo scopo di un viaggio non e' arrivare, ma oggi ero felice di essere arrivato a Kamakura. Non riesco ad immaginare una maniera più bella di chiudere la prima delle tre parti del mio soggiorno in Giappone.
Domani: Kyoto.


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Location:1丁目,Ota,Japan

Made in Japan: Shinseikai training e iperdensità.

L'esperienza giapponese sta diventando densa, e riportarla con parole inizia ad essere difficile. La giornata di ieri è durata 36 ore, con un buon training Shinseikai in una palestra dove si allenano i campioni di K-1, e dove - vicino ai sacchi - ho visto una foto con dedica di Andy Hug. Sono stato veramente colto dall'emozione, e spero di poterci ritornare. Ho perso il conto delle volte in cui sono stato in Metro e dei distretti che ho visitato, ho conosciuto Roberto, un artista eccezionale che vive e lavora a Tokyo, sono stato ad Asakusa per una visita al famoso tempio, poi una sana sessione Shinseikai e - stranamente sopravvissuto - appuntamento a Shibuya per cena.
Il tutto, frullato insieme, mi ha anestetizzato fino a stamattina, quando accendendo il telefono ho scoperto di avere fatto questa foto:






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Location:1丁目,Ota,Japan

Saturday, December 4, 2010

Made in Japan. Before the Storm.

Una mattinata di sole, temperatura gradevole, i corvi che per una volta non emettono quel tipico lamento assomigliante al richiamo di suocera, una giornata intera, da vivo e da spendere a Tokyo: una mattinata perfetta.
Alcuni pensieri ed episodi della giornata di ieri riaffiorano alla mente in maniera compressa, spicciola e adattata al modello giapponese, che cerco di elencare di seguito:

- Sia benedetto l'inventore del Washlet. Mai tecnologia fu più apprezzata in quei momenti dove sei solo e devi esprimere tutto te stesso (la toilette).
- L'inferno, se esiste, è un posto ipertecnologico e pieno di giocattolini da comprare, come il quartiere di Akihabara, ma tu non hai la carta di credito oppure ci lavori come uomo delle pulizie.
- La moda giapponese è esattamente incomprensibile come la moda Italiana. L'universalità del cattivo gusto.
- Non è vero che i giapponesi sono robotici e senza sentimenti, ieri sera abbiamo avuto due ospiti a cena e si sono dimostrati ampiamente organici, almeno fino alle 23. Poi sono andati in stand-by.
- Il mio lessico giapponese è aumentato del 100% in pochi giorni. Adesso so dire 'Mi scusi'.
- La metro di Tokyo dovrebbe essere preservata dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità.
- I giapponesi sono estremamente gentili, ma se devono passare attivano la modalità 'Muted Caterpillar' e per passare nuclearizzano come schiacciasassi gli sfortunati avventori innanzi posizionati.
- Ogni fermata della metro di Tokyo ha un suono singolo e distinguibile, come una suoneria di cellulare programmata da Bach sotto acido lisergico.

Oggi primo allenamento giapponese, seguirò il Maestro nella sua avventura. Spero che al ritorno non dovrò comprare un biglietto per ogni parte del mio corpo che prenderà la metro, andrei immediatamente fallito.


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Friday, December 3, 2010

Made in Japan: Size counts.

Svegliarsi con qualche ora di anticipo ha sempre qualche vantaggio: ad esempio, stamattina sto godendo di una nipponica tempesta d'acqua (non la definirei pioggia), scrivendo il mio blog da una lobby con vista umida su vero giardino giapponese, lasciando al Sensei l'utilizzo della stanza condivisa (si dorme in due ma è utilizzabile da una sola persona alla volta).
La stanza ha un tatami, due letti altezza tatami (futon, credo si chiami l'oggetto), un ingresso omeopatico ed un bagno motorizzato Mitsubishi modello Terminator. Il tutto ha dimensioni lillipuzianamente gradevoli, che stimola una profonda riflessione sullo spazio vitale vero e presunto.

La mia giornata inizia ora, si va a caccia di esperienze, e di una colazione :-)


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Thursday, December 2, 2010

Made in Japan - Day One

Che giornata!
Sono a Ota (Tokyo), e non dormo da un certo numero di ore (26?). Condivido una stanza con il Sensei che è minuscola, bella e giapponese.
Le prime impressioni del mio Giappone sono mescolate ad adrenalina, caffè, tempura, sonno arretrato, illuminanti e profonde lezioni di cultura giapponese regalate da Lorenzo, suoni e colori diversi, stanchezza ed euforia. Non riesco a disegnare una metafora decente, ma credo che il Giappone sia come un pianeta gemello, ma eterozigote. Sono un ospite appena arrivato, che terrà la bocca chiusa ed occhi e orecchie bene aperti.
A domani


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